LENO

LENO (in dial. Lén, in latino Lenum, Leni)

Grosso centro agricolo-industriale della bassa pianura centrale, alla sinistra del fiume Mella, lungo il Naviglio. Mentre il primo nucleo si sviluppò ad occidente della celebre Abbazia, intorno al castello ed alla chiesa plebana, la borgata andò poi distendendosi lungo le strade provinciali per Ghedi e per Bagnolo Mella. È a m. 67 s.l.m. ed a 20 km. da Brescia. Ha una superficie comunale di kmq. 58,28. I centri abitati, oltre Leno capoluogo sono: Castelletto a S; Porzano a N; Milzanello a SO. Leno si trova nell'area dei "fontanili" ed il terreno presenta delle lievi elevazioni (che gli antichi documenti chiamano "dosum" cioè "dosso", "costa", "runchum" cioè ronco), una estesa campagna (nei documenti "campanea") donde appunto "campagna", "landa", "ghesa" dal terreno ghiaioso, in pendenza, con avvallamenti (dette "vallis", "landa faventum"). Ove il terreno era più paludoso si chiamava "lama". Il territorio è percorso da rivi, nati da fontanili, o da seriole, o da rogge, o da fiumi come il Molone, il Calver, il Frisioscata non più esistente nel sec. XIV, quando rimanevano alcuni boschi, fra cui il bosco Rotondo a NE della borgata con propaggini al Salvello, ai confini tra Bagnolo, Leno e Porzano. Ad oriente vi era la Silva Dominica attraversata dalla strada che portava a Calvisano, mentre ad ovest, lungo la via per Pavone, al confine con Milzano, si stendeva la Silvasecca. Gli abitanti si chiamano "lenesi", nomignoli dialettali "leba" o "strambòcc". Gli abitanti erano 2000 nel 1609 (utili 714), 2035 nel 1704, 2228 nel 1728, 3000 nel 1779, 3805 nel 1850, 3780 nel 1833, 4336 nel 1871, 4314 nel 1881, 5581 nel 1936, 11655 nel 1951, 10.051 nel 1961 (popolazione attiva 3816, agricoltura 1605, industria 1334).


Quanto all'origine del nome, il Baronio ha fatto rilevare come nei documenti oltrechè nell'inscrizione dell'abate Gonterio si distingua sempre il monastero detto "ad Leones", "leonensis" dalla terra detta "lenensis" e poi "de Leno". Rigettata oltre che dalla lapide dell'abate Gonterio del 1200, la derivazione da "lenoni" , certo dovuta ad uno scherzo un po' pesante, rileva il Baronio, di origine "dotta", non sembra sussistere anche quella dei Leoni, ritrovati da Desiderio nel leggendario sogno che doveva dar vita all'Abbazia. Sembra più plausibile l'opinione dello Serra che fa derivare il nome dai "Lennes" (Lenni), nome celto-ligure; una popolazione autoctona costretta, secondo la ricostruzione di Emilio Sereni, ad emigrare oltre il Po al sopraggiungere dei Galli Salluvii. Un'ipotesi plausibile è quella avanzata dal Baronio: il nome potrebbe derivare da un'insegna con il leone posto sopra un edificio, forse l'Ospizio della Pieve, precedente al monastero. Con l'andar del tempo, specie dal sec. XII, c'è sempre una più chiara distinzione fra il monastero leonense ed il "locus Leni". Altri sono ricorsi a diverse etimologie come al personaggio romano Alenus; o al greco "limnos" che significa palude, lama, pantano, o ancora al germanico "lohnen" donde "lohnn", che significa affitto fondiario, locazione fondiaria, concessione, affidamento. Il territorio coperto da selve, con rivi, ruscelli e corsi d'acqua presenti fin dai tempi preistorici delle "insulae" coperte di molta vegetazione e circondate da acquitrini che ospitarono, sin dal neolitico, gruppi di popolazioni dedite alla caccia ed alla pesca. Stazioni preistoriche, forse terramare, sono state individuate e sono documentate nel Civico Museo Storico-Archeologico di Leno, a sinistra del Molone in località Maccastorna, a nord della cascina Fornasetta, in una cava a poca distanza della cascina Case, sulla sponda destra della roggia Molina nel prato Casello, a nord dello stradone per Brescia, in località Villa Gianluigi. In effetti reperti sono stati trovati in tutta l'area del territorio, con una concentrazione più fitta a nord-ovest del paese, a sinistra del Molone che, tramite il fiume Mella, poteva porsi in contatto con altri villaggi più a sud e lungo l'Oglio. L'ambiente particolarmente inospitale, le cuspidi di freccia, le asce silicee, i frammenti fittili, indicano che si trattava più che altro di cacciatori e pescatori in trasferta di insediamenti temporanei, più che di nuclei umani permanenti. Popolazioni celtiche provenienti da ovest e soprattutto i Cenomani, stabilirono sempre più continue permanenze, dedicandosi anche all'attività agricola, sia pure sporadica. È sotto Roma che viene compiuto il primo tentativo vero e proprio di una organizzazione del territorio lenese. Lo confermano evidenti tratti di centuriazione con isole di proprietà private mentre molta parte del territorio rimane in proprietà comune, o latifondo pubblico, continuando consuetudini delle popolazioni celtiche, come indica la località Formola i "compascua", la campagna oltre il Molone, la "silva" tra Leno e Ghedi con il toponimo significativo della cascina Comune, e più a sud quello della cascina Comeni. Anche a sud, ad oriente della strada per Milzanello, la cascina Pero era citata nei documenti del 300 con l'indicazione di "Pirum communis" . In sostanza si tratta di un territorio prevalentemente incolto, punteggiato da isole di coltivazioni vere e proprie al cui centro sorge un "vicus" esiste un fondo "fundus" ed un "locus" che costituiscono la primitiva forma organizzativa ed intorno ai quali minuscoli nuclei abitati e pezze di terra coltivata si alternano e si intersecano a spazi non coltivati, paludosi e deserti. Fra questi piccoli nuclei abitati il Baronio individua quello della cascina Bredavico tra il percorso dell'antica strada per Pavone e quello più recente ad est, che si diparte per Gottolengo, quello indicato dalla Cascina Comeni, l'altro della cascina Pero, il "Pirum" dei documenti medioevali. A N della borgata, a oriente dell'attuale strada per Ghedi sono emersi interrati del percorso di una strada che sembra condurre ad una stazione "statio munita". Il luogo è nei documenti del 200 "Vigonovus", cioè "vicus novus" rispetto agli altri più a sud. Annota il Baronio che queste località sono poste a raggiera intorno a delle strutture interrate rilevabili dalla fotografia aerea. Località non chiaramente individuata. Sorse forse nel sec. IV o V la Pieve, fulcro dell'evangelizzazione della zona e anche della vita sociale ed economica. Dedicata a S. Giovanni Battista, è citata la prima volta nel diploma di Berengario II del 958 e secondo il Guerrini è ricordata solo dalla roggia S. Giovanna, oltre che da un campo ancor oggi di S. Giovanni. Secondo l'abate Bravo sorgeva più a N dell'attuale abitato dove egli testimoniava che secondo una memoria collettiva erano esistiti "avanzi di fabbriche demolite ed alta ancora una chiesa sacra al precursore nel campo che dal nome di quel santo dicesi ancora di S. Giovanni". Anche se fu l'Abbazia a dare risonanza vastissima a Leno, deve essere ben chiaro che non fu essa a dare origine alla vita religiosa e civile del grosso centro della pianura bresciana. Leno esisteva già prima di essa, come pago romano, poi come pieve, estendendo la sua influenza e la sua giurisdizione su un territorio vasto che comprendeva anche le attuali parrocchie di Milzanello, Gottolengo ecc. Anzi di poche pievi come questa, dedicata forse in un primo tempo all'Assunta, ma poi quasi subito a S. Giovanni Battista, come ha rilevato il Guerrini, abbiamo chiari e parlanti documenti. Un'epigrafe del VI secolo fa arguire la presenza sicura di una chiesa officiata da un capitolo di chierici maggiori e minori cioè, come in tutte le pievi, di sacerdoti coadiuvati da diaconi e suddiaconi che attendevano all'assistenza religiosa "del vastissimo, ma quasi deserto territorio". Infatti una lapide votiva era stata eretta da un sottodiacono della pieve di Leno alla moglie Azzia Innocenza, donna - come è detto nell'epigrafe interamente osservata dallo Zaccaria e dal Brunati - di grandissima virtù e sapienza (summae castitatis et sapientiae foeminae), morta di anni 43, mesi 9 e giorni 4, con la quale era vissuto 8 anni, mesi 3 giorni 20. Il Guerrini si è posto anche l'interessante domanda: "Ma quando venne fondato il monastero, l'anno 758, la pieve era scomparsa o era ancora in efficienza? Siamo davanti, scrive lo storico, ad un problema storico di difficile soluzione, perchè ci mancano i documenti di quell'epoca remotissima e bisogna quindi entrare nel campo delle induzioni. Molto probabilmente la pieve esisteva ancora, ma in modo inadeguato al suo funzionamento, e per questo re Desiderio chiamò a Leno una colonia di monaci cassinesi per officiare la chiesa che egli aveva eretto in onore del Cristo Salvatore, della Vergine Maria e dell'Arcangelo S. Michele, speciale protettore e difesa celeste del regno longobardo. Il parroco della pieve di Leno rimase, ma fu eclissato da questo nuovo istituto religioso, dotato di larghi mezzi finanziari, consacrato alle officiature notturne e diurne della liturgia che attirano sempre il popolo, fervido di attività caritative per i poveri, i pellegrini, gli infermi, in modo che un po' alla volta l'abate si sostituì all'arciprete al quale non rimase che l'onore della cura d'anime e dell'amministrazione dei sacramenti come un curato della Badia. Leno assunse probabilmente importanza sotto i Longobardi come dimostra il ritrovamento di oggetti che secondo gli studiosi lo individuano come il più consistente insediamento longobardo della pianura bresciana. Le crocette auree (di cui una rappresenta su ogni braccio della croce, una figura maschile, in posizione ieratica, regolarmente addobbata, inserita tra due croci sovrapposte a due colonne in forma di scongiuro) hanno portato ad ipotizzare la presenza, agli inizi del sec. VII°, di arimanni. Ma le cuspidi di lancia, le punte di freccia del tipo cosiddetto "avaro" che fanno parte del corredo funebre dei sepolcreti scoperti a Leno, hanno consentito a studiosi, fra cui principalmente O.von Essen, di risalire alla seconda metà del sec. VI ed ai primi del sec. VII. In pratica Leno fu uno degli avamposti longobardi riguardo alle truppe bizantine, sia per difendere la città, sia per assumere il controllo della pianura ancora contesa, come ha scritto il Baronio.


Il MONASTERO. Si deve ai Longobardi, e più precisamente al loro ultimo re, Desiderio, la fondazione di uno dei più importanti monasteri italiani, definito anche il "Montecassino dell'Alta Italia". La nascita del Monastero non fu improvvisa. Quand'era duca di Brescia, Desiderio, fondava a Leno, nelle sue vaste proprietà, una chiesa dedicata al Salvatore, alla Beata Vergine e a S. Michele, ben distinta e diversa da quella plebana dedicata a S. Pietro. Divenuto re nel 758, Desiderio decise di fondare il Monastero. Probabilmente sotto la suggestione delle leonesse che vegliano l'ingresso della chiesa parrocchiale di Leno, il domenicano fra Cornelio ha registrato la leggenda secondo la quale un giorno re Desiderio, mentre andava a caccia per queste terre, volle riposarsi; fermatosi proprio nel luogo dove poi sorse la Badia, si assopì. Intanto una grossa serpe si accostò e si avvolse intorno al suo corpo, sotto gli occhi atterriti di un vescovo che non sapeva come intervenire. Ma la serpe si svolse da sola e si nascose in un pertugio del terreno. Subito dopo svegliatosi, Desiderio seppe dal servo il pericolo corso, e narrò di aver sognato a sua volta che un serpe gli svelava "non so che di buono". Ordinato di scavare dove quella era sparita, si trovarono nientemeno che tre leoni d'oro massiccio. Di essi Desiderio si sarebbe servito per costruire il monastero di san Salvatore "ad Leones" o "Leonense". Sembra che il monastero sia sorto intorno alla chiesa del Salvatore, S. Maria e S. Michele. Forse con l'intenzione, da parte di Desiderio, di istituirvi, attraverso i monaci benedettini un capitolo officiante e riservarsi in essa il suo sepolcro, considerato che sembra egli sia nato a Leno. Mentre proseguiva la costruzione, durante una visita a Roma, Desiderio pregò Papa Paolo I (751-767) di assegnare al nuovo monastero una colonia di monaci benedettini. Su invito del Papa l'abate di Montecassino propose come abate Ermoaldo, di origine bresciana, secondo alcuni, e dodici monaci, il numero minimo fissato dalla Regola di S. Benedetto, per la nascita di un monastero. In pegno di comunione fra i due monasteri, i monaci portarono con loro una reliquia di S. Benedetto, "le ossa di un braccio" che poi Brescia ricambiò con una reliquia dei santi Faustino e Giovita. Nel passare da Roma i monaci e forse già lo stesso Desiderio, ottennero che venissero levati dalle catacombe i corpi di S. Felicita ed i SS. Martiri Vitale e Marziale. Con la partecipazione di dodici vescovi, alla presenza di Desiderio, della consorte regina Ansa e del figlio Adelchi, la basilica venne consacrata nel 760 e dedicata a S. Benedetto. Probabilmente il monastero dovette subire gravi difficoltà con la definitiva crisi del dominio longobardo. Scomparso Desiderio nel 773, Carlomagno con accorta politica si dimostrò amico della istituzione ed emanò un diploma (ora perduto) per riconfermare i beni precedentemente acquisiti e per aggiungere ad essi la corte di Sabbioneta. Annali benedettini, lo dicono anzi ospite a Leh, probabilmente da leggersi Len o Leno. Perduti sono anche i diplomi di Ludovico il Pio e Lotario I, successori di Carlomagno. Però dai successivi diplomi imperiali sappiamo che anch'essi altro non fecero che riconfermare beni, concessioni e privilegi. Alla morte di Ermoaldo l'abbazia fu retta da Lamperto, fra il 789 ed il 790; era uno dei dodici monaci venuti da Cassino ed ottenne la benedizione del Papa. La leggenda vuole che Lamperto abbia dovuto sostenere un assalto di diecimila briganti camuni guidati da certo Odosimo. La "intrepida franchezza" dell'abate avrebbe disarmato gli aggressori che rinunciarono all'assalto. Il monastero andò espandendosi sempre più anche sotto l'abate Bandulfo o Bandolfo, pur longobardo dal nome, ma forse di Gargnano che donò beni suoi personali e sotto l'abate Rotaldo, parente a quanto pare di Lodovico il Pio. "Uomo cospicuo per bontà" definisce il Malvezzi nel suo Chronicon l'abate Rotaldo ed i monaci di Leno lo proclamarono santo e gli attribuirono miracoli tanto da richiamare l'attenzione di Papa Gregorio IV° (827-844) che per far cessare l'abuso ingiunse che la salma fosse sepolta in luogo segreto onde sottrarla ad indebita venerazione. Successore fu l'abate Remigio di cui non conosciamo le date di nomina e della morte. Fu arcicancelliere imperiale con incarichi governativi altissimi. A lui l'imperatore Ludovico II concedette in Mantova il 26 febbraio 861 un diploma in cui, confermati tutti i precedenti diplomi imperiali, concedeva, come annota C. Violante l'immunità dal "districtus" e dalla "iurisdictio" di pubblici funzionari e gli donava le rendite del fisco per quanto riguardava i possessi fondiari, i coltivatori e dipendenti, servi e liberi, e confermava le proprietà acquisite per donazioni fatte dal re Desiderio e dai successori, oltre che da privati. Ludovico riconosceva al monastero la facoltà di eleggere liberamente l'abate, già concessa da Lotario, concedeva libertà d'azione all'avvocato, consentendo anche al cenobio di avere due uomini in ogni città per l'accertamento dei suoi possessi e diritti e dava infine al cenobio diritto di "inquisitio" per recuperare terre e servi che gli fossero sottratti. Con ciò il monastero veniva esentato da interferenze pubbliche, esterne e confermata la possibilità di avere per giudizio la difesa dei propri interessi. Gli storici sono concordi nell'indicare il sec. IX come quello di maggior splendore del monastero di Leno, dotato di vasti possedimenti non solo nel bresciano, nel bergamasco, ma nel Trentino (il Sommolago), nel Veronese, nel Pavese, nel Ferrarese, nel Mantovano, nel Reggiano, nel Parmense e fin nella Tuscia e nelle Valli di Comacchio; ricco di privilegi con l'esenzione di tributi sulle vie fluviali, con porti e piccole flotte mercantili sui laghi di Garda e d'Iseo; mercati in Brescia ed altrove. Numerose le chiese, le cappelle gli oratori avuti in dono o costruiti e gli ospizi per pellegrini perfino sui passi di Altopascio, Cisa, Pontremoli. In pratica nel sec. IX il monastero comprendeva con quello di S. Giulia una vasta zona del bresciano, ma non unitaria, bensì a chiazze intersecate da proprietà di feudatari. Nelle località circostanti aveva un castro a Gottolengo, uno a Milzanello denominato "castrum" Dalè, che sorgeva là dove è ora la cascina Dalè. Un altro castello aveva dove poi sorse Castelletto di Leno. Il monastero fu in collegamento oltre che con Montecassino, con Farfa, Nonantola ed altri. Numerosi legami strinse con monasteri d'oltralpe. Nel "liber confraternitati " del monastero di Reichenau figurano all'inizio del sec. IX i nomi dei frati del monastero chiamato Leones ed il Violante propende a pensare che si tratti dei primi abati. In un altro elenco sempre dello stesso monastero è in testa l'abate Badulfus. Ancora da studiare è il ruolo culturale svolto dall'abbazia anche a livello internazionale. Si attribuisce all'abate Ermoaldo, proveniente da Montecassino, la diffusione nel bresciano del canto ambrosiano, introdotto a sua volta a Montecassino dal monaco bresciano Petronace. Del resto il più antico nome di canonici cantori del duomo di Brescia a noi pervenuto è quello di Oldofredo da Leno (1287-1315). Intanto si andavano moltiplicando le scorrerie degli Ungheri, già comparsi nell'899 e poi più pesantemente nel 924, 936, 940 e 947, rovine e disordini provocati dalle guerre fra i feudatari pretendenti al regno d'Italia. Del monastero e degli abati, salvo il nome di Uberto ricordato in un atto di livello del 939, sappiamo quasi nulla. Il Malvezzi sostiene che l'abate Donnino, ma più probabilmente Uberto, fortificò nel 924 e nel 936 il monastero con torri e mura e rafforzò Gottolengo con un fossato e palizzate. A lui probabilmente re Ugo indirizzò un diploma ora perduto. Il Malvezzi informa che nuove fortificazioni ad alcuni borghi appartenenti all'abbazia (Lavellongo, cioè Volongo, Gottolengo e Leno) vennero fortificati attorno al 933 ed al 950. Invece è all'abate Donnino che il 13 gennaio 958 Berengario II spedisce da Verona un diploma in cui conferma concessioni ed immunità e in cui elenca possedimenti del monastero di S. Giovanni in Leno: sulla riviera gardesana, le pertinenze di Campione, Salò, Maderno, Bogliaco, Desenzano, Cisano, Gavardo, Roè e Carvanno (Val Degana); Marmirolo, Calvisano, Ghedi, in Gottolengo la chiesa di S. Pietro, la chiesa di S. Maria di Muradega (Milzano), Capriano del Colle, Marsellino (casc. di Milzanello), Quinzano; Vertunia, Lupellina, Sala, Villa; un solario in Brescia con brolo estendentesi fino a via Orientale; una casa a Verona; i beni di Tarvisio, Bizzolano (Mantova); una corte a Tassiliano; Campagnola, Sabbioneta (Mantova) donata da Carlomagno; Pomponesco (Cremona); Gonzaga (Mantova); Tizzano (Parma) con le sue peschiere; Gaviglio (Parma); Cabriana; Vignola (Modena); Ariola (Modena); Limite; Tosteto; Riparia col porto di Cardetto e la peschiera; Mortichio; Luzzara (Reggio); Panzano (Modena); Ducentola; Vallerano; Gussago, una casetta in Pavia tra due ponti; un molino a Caterona nel bergamasco; Colombaro; in Taurinense a Uriade; beni sul milanese; Castro S. Vincenzo (Modena); S. Martino dell'Argine (Cremona; in Concardoni i beni di Adelrada; Carpenedolo; tutte le decime dell'intera abbazia per uso dei poveri e degli ospitati; S. Maria di Gausaringo; Idro; Campo suri; i beni dell'abate Baldolfo e del diacono Landolfo a Gargnano; alcuni beni di Raimperto e Stadilberto a Verneseco; metà della peschiera di Celonisco; i beni del conte Bertaldo concessi in precario una corte a Gambara donata dal conte Suppone a sostentamento dei monaci; Scaviliaca; Casa Nova; tutte le corti e ville che sono in Toscana con le loro pertinenze ed adiacenze; Montale (Modena); i beni di Comacchio (Ferrara) con le saline; il diritto di mercato a Macreta, a Novi (Modena) e a Brescia; tutti i tributi che legalmente spettano ai monaci in tutta Italia. Berengario II si limitò a confermare i possedimenti precedenti senza concederne di nuovi. Nuovi beni invece aggiunge il 2 aprile 962, con un suo diploma da Pavia, Ottone I per intercessione della pia moglie Adelaide. A Brescia al solaro con brolo si aggiunge la chiesa di S. Benedetto; a Porzano alla chiesa di S. Sebastiano quella di S. Filippo; a Gambara oltre la corte donata dal conte Suppone, figlio del duca di Spoleto, alla fine del sec, IX dipendono dal monastero le chiese di S. Maria e di S. Pietro. Si attribuisce all'abate Donnino, con Azzo conte di Modena e di Reggio la permuta nel 967 del feudo di Gonzaga, ottenendo come contropartita terre del bresciano. Sempre a Donnino viene attribuita la costruzione del castello di Leno i cui fossati vennero spianati solo nel sec. XIX ed opere difensive a Gottolengo, dove di solito rimanevano stanziate le milizie del monastero. Nel 983 il monastero sarebbe stato invaso dal conte di Comella Raimondo che cacciò i monaci. L'abate Ermenolfo avrebbe ricorso ad Ottone III che lo reintegrò nei beni, non senza, secondo la tradizione, aver fatto cavare gli occhi all'usurpatore e a sua moglie. Nel 1000 circa, sempre secondo leggende e tradizioni raccolte dal Bravo, toccò all'abate Liuzzone scendere in campo, offrendo battersi in duello con un "latro usurpatore", Riperto, che aveva occupato le terre di Leno, costruendovi un altro castello detto il Castellazzo, ma Riperto rifiutò, rinunziando ai beni usurpati. Si ritiene che sia stato questo il periodo di maggior splendore del monastero. Fra gli abati guerrieri viene nominato Odone (1019), caro a papa Benedetto VIII che mandò appositamente il cardinal Benedetto, vescovo di Porto, a consacrarlo. Odone (ma forse il caso accadde sotto Liuzzone) sarebbe riuscito ad espellere dal castello di Milzano, Everardo di Rodingo e avrebbe inviato 2000 fanti e cavalieri all'Arcivescovo di Milano, in guerra con re Arduino. Una leggenda raccolta dal camuno, il cav. Bernardino Ronchi, racconta che nel 1300 il corpo dell'abate Odone venne trovato nella chiesa di S. Stefano a Brescia incorrotto e rivestito dalla corazza d'argento con spada e speroni d'oro. Come osserva G. Angaroni, la leggenda è indice della fama che gli abati godevano fra il popolo. Con l'andar del tempo l'abbazia venne sempre più coinvolta negli avvenimenti politici e sociali dei tempi e gli abati furono costretti a cedere a vassalli le terre del monastero, entrando nel vivo gioco delle trasformazioni feudali, subendo l'aumento di vassalli e valvassori e confrontandosi con la servitù della gleba anch'essa in continua evoluzione. Il riconoscimento concesso da diplomi imperiali e bolle papali agli abati di dare in feudo i beni dell'abbazia ai propri "fideles" allargò sempre più il numero di vassalli infeudati, richiamando la necessità di riforme del ristabilimento dell'integrità patrimoniale del monastero.


Si è pensato che il monastero di Leno, come provano i suoi buoni rapporti con Cluny, sia stato tra i primi nel 1019 in Italia ad aprirsi alla riforma e ad accettare la regola cluniacense. Negli atti della causa del 1195 è ricordato come già esistente nella chiesa di S. Benedetto in Brescia una cappella dedicata a S. Maiolo abate di Cluny dal 954 al 994 che certamente fu ospite del monastero lenese nei suoi viaggi di propaganda della riforma monastica. Ma la riforma non ostacolò il ruolo preminente dell'imperatore che tra la fine del 1035 e l'inizio del 1036 nomina ad abate di Leno Richerio, un tedesco bavarese formatosi nel monastero di Nieder Albaich di grande prestigio però aperto alla regola cluniacense. Eppure Wenzlao seppe mantenere un esemplare equilibrio fra le posizioni del Papato e dell'Imperatore. Dopo la sua morte avvenuta il 24 settembre 1068, bisogna attendere il 1078 per accertare la presenza dell'abate Artuico che resse il monastero nel momento più acuto della lotta delle investiture. Fedele alla S. Sede riuscì nel contempo a non inimicarsi l'imperatore. A lui è diretta la bolla di papa Gregorio VII° del 10 marzo 1078 che Angelo Bonaglia definisce documento di eccezionale importanza per capire la posizione politica del monastero lenese durante lo scontro più intenso fra papato ed impero. Con essa la S. Sede rinforza la propria posizione di potere sia nei riguardi del vescovo scismatico e scomunicato di Brescia sia nei riguardi del partito imperiale, legando l'abbazia di Leno in modo ancor più diretto al papato. La bolla gregoriana, infatti, concedeva o sanciva: la consacrazione dell'abate riservata in modo esclusivo ed assoluto al pontefice, evitando in tal modo le possibili interferenze dei vescovi; il ricorso da parte dell'abate lenese per le consacrazioni e le ordinazioni sacerdotali di monaci e preti da lui dipendenti al vescovo meglio gradito (e non fu mai quello di Brescia, per evidenti motivi di indipendenza); il divieto a qualsiasi vescovo di passare o soggiornare in terre del monastero, di celebrare messe o altri riti, di tener predicazioni o riunioni di qualsiasi genere senza il preventivo consenso scritto dell'abate; di eleggere l'abate tra i monaci medesimi del monastero in base al privilegio antico dell'imperatore Lotario, eliminando con ciò le interferenze esterne, in atto da decenni, come nel caso degli abati Richerio e Wenzlao "uomini dell'imperatore" come s'è visto. In via di principio ne conseguiva che: la potestà imperiale non poteva interferire con diritto alcuno nella vita interna del monastero lenese, essa poteva, al massimo, colpirne le membra ma non "il capo", cioè avveniva una completa estromissione del laicato in senso giuridico dalle faccende dell'abbazia l'imperatore non poteva nemmeno far eleggere un abate a lui favorevole con la certezza che poi il papa l'avrebbe riconosciuto e consacrato, perchè restava, escluso di diritto e di fatto dalla relativa procedura; essendo esclusivamente dipendente dal papa, l'abate di Leno poteva essere da lui destituito quando si fosse schierato con gli scomunicati o con gli scismatici, oppure per altre ragioni gravi di disobbedienza e indegnità. Data la situazione, poichè l'allora vescovo di Brescia, Olderico II, era scomunicato, proprio per evitare le possibili interferenze vescovili presenti e future, Gregorio VII conferiva all'abate "in perpetuum" la giurisdizione sulla pieve stessa di Leno, cioè sulla chiesa di S. Pietro e relative dipendenze. L'atto papale, sottolinea ancora il Bonaglia, in tal modo, svincolava il monastero lenese dalla politica imperiale delle investiture e lo rinforzava nelle sue funzioni di testa di ponte della riforma della Chiesa in quella roccaforte imperiale ed antipapale che era allora la Lombardia in generale e la diocesi bresciana in particolare. Il Papa aggiungeva altri beni a quelli posseduti come Remedello, le chiese dei SS. Michele e Donnino in Milzano, la chiesa arcipretale di S. Pietro in Leno, beni in Colorno (Parma), la chiesa di S. Benedetto in Verona. La diplomazia dell'abate Richerio, fedele al papa della riforma ecclesiastica, ma anche non in contrasto con l'imperatore, ma probabilmente per una mancata protezione di questi, non risparmiò il monastero da violenze, usurpazioni di terre, diritti, come ha osservato il Bonaglia. È certo che il monastero lenese aveva bisogno del sostegno imperiale per le usurpazioni perpetrate dai suoi vassalli forse anche per rivalità interne fomentate da interferenze di potenti famiglie sue vassallati come i Gambara, i Lavellongo, i Richerio, inoltre garantiva un sostegno al sovrano tedesco nell'intricato nodo della politica del "regnum Italiae". Il Bonaglia sottolinea che motivi analoghi di fedeltà all'imperatore e di sicurezza gestionale, oltre che di purezza morale, dovettero presiedere alla decisione comune fra sovrano e pontefice per la sua nomina ad abate di Montecassino, monastero che Richeiro resse fino al giugno 1055, cioè per ben 17 anni, assieme al monastero di Leno, nonostante tempestose vicende ad opera dei Normanni. Richerio amministrò il monastero lenese tramite il colto priore Gualtiero al quale Bonizone di Sutri dedicò la sua opera "De Sacramentis". Fu un convinto riformatore, inserito nella vita del suo tempo; nel contempo uomo dell'imperatore e da lui nominato nel 1055 fu l'abate Wenzlao, anch'egli tedesco bavarese proveniente dal monastero di Niender-Atlaich di cui, nel 1063, divenne abate, mantenendo la guida del monastero di Leno. Continuò l'opera di riforma fra fiere opposizioni ed usurpazioni di beni da parte dei profittatori. Il Bonaglia rileva che prova indiretta, infatti, è fornita dalla bolla di Urbano II, rivolta all'abate Artuico, da Como, in data 21 maggio 1095 la quale elenca soltanto trentaquattro dei centoventi e più possedimenti della abbazia lenese, creando un problema di interpretazione: evidentemente questo documento papale rappresenta un atto formale di difesa in sede canonica, essendo una riconferma di diritti e beni già in godimento dal monastero. Una successiva bolla all'abbazia di Leno sarà rilasciata da Pasquale II, ma è andata perduta e sappiamo della sua esistenza solo perchè citata da una analoga di Innocenzo II, in data 26 luglio 1132 e diretta all'abate regnante Tedaldo. Al di là delle ipotesi circa il motivo del documento emanato da Pasquale II (eletto il 14 agosto 1099 e morto il 1118), resta confermata la tradizione di fedeltà alla S. Sede del monastero per tutto il restante periodo della lotta delle investiture, anzi per tutto il restante Medioevo. Tale fedeltà continua con l'abate Tedaldo, eletto verso il 1104, come conferma la sua elezione papale. Altre e più gravi difficoltà e minacce si andarono frapponendo alla integrità del patrimonio del monastero e indirettamente alla sua indipendenza. Infatti, durante l'età comunale, i presidi fortificati delle proprietà abbaziali (case, forti ecc.), i castra ed i borghi fortificati dipendenti dal monastero (come Milzano, Pavone, Gottolengo, Corvione e Leno) passano in mano ai feudatari locali o al comune di Brescia, finendo con l'essere contesi fra le fazioni rivali dei guelfi e dei ghibellini. Annota il Bonaglia, come appoggiandosi a queste fortificazioni, i vassalli monastici lenesi, approfittando della lotta per le investiture, cercano di estendere il loro potere e la loro autonomia con usurpazioni anche violente. Tra essi si collocano in primo piano i capitani di Gambara che nei secoli successivi riusciranno addirittura a ricostruirsi un piccolo Stato; seguono i Lavellongo ed i Poncarali, grossi proprietari terrieri e, per tradizione, uomini d'arme e comandanti di presidi nei "castra" leonesi. Con costoro si scontra, dopo essersi assicurata la protezione della S. Sede con le bolle papali del 16 marzo 1123, del 1125, del 26 luglio 1132, l'abate Tedaldo. Uomo di spada, o comunque deciso a difendere con le armi i diritti del monastero, organizzò un vero e proprio esercito monastico, soprattutto la guarnigione di Gottolengo che battè verso il 1130 i Poncarali. La rivolta di alcuni valvassori portò nel 1135, a quanto scrive il Malvezzi, all'incendio ed alla distruzione del monastero dopo essere già stato danneggiato da Corrado III° nel 1127. Si può pensare che a sostegno dei ribelli non sia mancato quello del vescovo e del comune di Brescia. All'abate Tedoldo successe uno degli abati più prestigiosi del monastero, Onesto, diplomatico e dotato di una grande energia, nonchè capacità di governo, ottenne da papa Eugenio III°, in data 25 ottobre 1146 una bolla di riconferma di tutti i beni, diritti e privilegi del monastero. Con tale protezione l'abate Onesto potè procedere alla ricostruzione del monastero, riedificando la chiesa abbaziale che venne poi solennemente consacrata da papa Eugenio III° il 9 settembre 1148, alla presenza di numerosissima folla. Da Leno il papa visitò poi gli altri monasteri per rendersi conto della loro fedeltà alla S. Sede dopo la ribellione, capeggiata da Arnaldo da Brescia. Da Leno emanò anche due importanti documenti ufficiali. Passarono pochi anni ed il monastero in seguito alla protesta dell'abate Onesto contro i danni e le barbarie provocate dai soldati boemi dell'esercito di Federico I° Barbarossa subì altri danni. Questi ordinò ai primi di luglio del 1158 di incendiare il monastero e di saccheggiare i beni, mentre l'abate Onesto si rifugiava a Verona ed i monaci si disperdevano per le campagne. Nel novembre dello stesso anno il monastero ebbe dall'autorità imperiale ragione dei contrasti insorti da tempo con il vescovo di Brescia circa l'esercizio della "giurisdizione" nelle cose spirituali "in spiritualibus" dell'abate sulle terre soggette al monastero. Alla seconda dieta di Roncaglia del novembre 1158 infatti il vescovo, facendosi forte di una bolla papale a suo favore chiese che l'autorità imperiale confermasse la propria giurisdizione spirituale sulle chiese della Bassa Bresciana e soprattutto su quella di Gambara. Il priore (l'abate Onesto era ancora a Venezia) di Leno si oppose e la faccenda venne messa nelle mani del giudice o cancelliere Rainoldo, vescovo di Bonberga, che però, in considerazione che l'abate lenese era ritenuto feudatario dell'imperatore e che si era schierato in suo favore, diede ragione al monastero. Ridisceso il Barbarossa in Italia nel novembre 1166, l'abbazia lenese venne certamente risparmiata, essendosi schierata con i sostenitori dell'imperatore ed essendo governata (trovandosi ancora a Venezia Onesto) dal monaco Lanfranco Gambara, nominato abate ai primi del 1163, dal Barbarossa e dall'antipapa. L'appoggio imperiale servì al monastero a respingere anche in seguito i tentativi dei vescovi di Brescia di togliergli la giurisdizione spirituale, ma servì anche dopo la battaglia di Legnano (26 maggio 1176) all'abate Daniele (1174-1178) al quale papa Alessandro III, in data 2 settembre 1176, da Anagni, aveva spedito una bolla di riconferma di possedimenti, diritti e privilegi, di poter intervenire come mediatore tra i bresciani e l'imperatore. Questi d'altra parte ebbe certo a gradire tale azione dato che il Barbarossa si fermò proprio a Leno e nel solario dell'ospedale del Monastero tenne corte di giustizia per dirimere le controversie locali che numerosi notabili bresciani, laici ed ecclesiastici vennero a sottoporgli. Fra questi, partendo dal suo palazzo di Bagnolo, giunse anche il vescovo di Brescia, Giovanni da Fiumicello, per rimettere sul tappeto la vecchia controversia della giurisdizione diocesana sulle chiese abbaziali della Bassa Bresciana, in particolare il riconoscimento della decima dei Novagli. Il Barbarossa, certo per rendersi amico il presule, si dimostrò disposto alla concessione, ma fatti salvi per il monastero i diritti acquisiti. Il vescovo non accettò questa condizione, per cui l'imperatore, sdegnato, gli intimò di lasciare immediatamente l'abbazia e di ripartire per Bagnolo. Da parte sua l'abate Daniele ebbe il privilegio di accompagnare il Barbarossa a Venezia per la firma della pace e dove, in data 16 agosto 1177, ottenne un diploma imperiale. Mentre continuavano i contrasti con il vescovo di Brescia, il monastero tentò di chiarire la propria posizione ed il proprio patrimonio. Toccò all'abate Gonterio di Lavellongo, già sovrintendente la corte di Ostiano e priore del monastero, di rimettere ordine nella situazione economica ed amministrativa dello stesso. Con grande capacità di governo e di notevole fiuto politico, egli ottenne da papa Urbano III° in data 13 dicembre 1185 una bolla di conferma dei diritti del monastero anche contro le rivendicazioni giurisdizionali del vescovo sulle chiese bresciane ed in particolare quelle di Gambara, Fontanella, Carzaghetto, Remedello, Bussolano. Tali controversie erano aggravate dal fatto che l'abbazia incominciava ad avvalersi, per ordinazioni sacerdotali, specialmente del vescovo di Cremona, Sicardo. Gonterio intanto provvide, fra il 1180 ed il 1200, a compiere vasti lavori di ricostruzione e nel 1193 procedette ad una ricognizione dei beni del monastero con una "Designatio feudorum". Della ricostruzione dell'abate Gonterio non restano che pochi frammenti architettonici e scultorei. Il Panazza propende ad assegnare a quest'epoca il rifacimento del chiostro a colonnine binate con capitelli collegati e variamente adorni, nonché l'erezione dei tre portali e probabilmente del rosone nella facciata. Dei portali si conservano due frammenti di lunetta del mediano (data 1200) e la lunetta di uno dei laterali, del protiro centrale invece i due leoni in marmo rosso di Verona. Per quanto riguarda la "designazione" confermata negli atti del 1195 relativi alla causa fra l'abate lenese Gonterio ed il vescovo di Brescia Giovanni, i vassalli dislocati nel territorio bresciano, beneficiari di feudi del monastero sono cinque nobili Lavellongo, originari di Volongo e familiari dell'abate Gonterio. I beni loro assegnati si trovano a Milzano, Gussago, Brescia città, Gottolengo, Fiesse, Leno; mentre altri titolari citati sono: Andrea Giunta a Calvagese, a Carzago, a Morcole; Alerico di Capriano, beneficiario a Pavone; Delfino di Cadignano, beneficiario a Cadignano ed a Pavone; Lanfranco Testa di Poncarale beneficiario in "curie Astalengi (luogo forse vicino a Fiesse); Ugo Poncarali a Moniga del Garda; Rotomondo di Mairano, a Leno, a Lograto, a Brescia; Protenzalo di Mairano, alla Volta bresciana; Benedetto Nercia, alla Volta bresciana e vicino al Mella oltre che a Portizolo; Mauro Bogarelli, ai Ronchi di Leno; Alberto Frameschini, a Collebeato; Robo loto e fratello, a Collebeato e a Cellatica; Uguccione Basaguerre, ad Agnosine, Presegno, Tignale e Provaglio Montenario. Il documento del 1195 poi conferma l'infeudazione da parte del monastero di diversi diritti come la raccolta delle decime, la collezione di benefici ecclesiastici, la riscossione di diritti. A Gambara l'abate oltre che i beni aveva anche il diritto di comando e di giustizia. Vassalli erano i signori Gambara, mentre i signori Cazzago e Milone Griffi riscuotevano, a nome dell'abate le decime a Torricella, Leno e Pralboino. A Gottolengo le decime venivano riscosse dai Milanesi per conto dei signori di Concesio. I signori di Corvione "capitanei" di quella pieve riscuotevano le decime di Fiesse, Fontanella. Come si vede compaiono già molte famiglie vassalle che diventeranno proprietarie. Anche per questa situazione, con la morte di Enrico VI allo scoppio di nuove contese e fazioni, il monastero venne sempre più coinvolto e subì continue e disastrose conseguenze. Ciò si verificò soprattutto con l'abate Onesto II, successo a Gonterio che non riuscì a stare al di sopra delle parti. Si schierò dalla parte di Alberto da Casaloldo, capo dei ghibellini bresciani espulsi da Brescia, che nell'ottobre del 1206 posero la loro base operativa proprio a Leno. Gonterio è generalmente considerato come l'ultimo grande abate di Leno e dopo di lui la decadenza del monastero si fa inarrestabile. Più volte assediato con i possedimenti taglieggiati ed usurpati, percorsi da truppe rivali, soggetti a danni senza fine, gravato da sempre più pesanti debiti non si risolleverà comunque. L'abate Onesto II (per dispregio chiamato "disonesto") fu infatti al centro di continui colpi di mano, scontri, fughe e ritorni. Cacciato nel 1208 da Leno e rifugiatosi a Brescia ove assoldò milizie e secondo la tradizione raccolta dal Bravo, in una oscura notte l'abate avrebbe teso un'imboscata in una strada di campagna alle truppe di Oberto di Salvo, prendendole in mezzo, compiendo un vero massacro e facendo un centinaio di prigionieri, mentre pochi altri, fra cui lo stesso Oberto, riuscivano a fuggire protetti dall'oscurità. I morti vennero sepolti in una grande fossa sulla quale venne eretta, nel 1538, una chiesa dedicata alla Madonna chiamata del "Massacro" mentre i caduti vennero detti "morti del Letone" corruzione di "mortuos magnileti" cioè "caduti della gran morte". Al di là della tradizione sappiamo di sicuro che l'abate rientrò in Leno il 5 marzo 1209 con l'appoggio di Vidone Lupo e dei suoi mercenari, ma venne tradito da Filippino da Corvione con l'appoggio degli uomini di Leno. Fatto prigioniero venne liberato solo con un forte riscatto. Ma l'anno dopo da Leno ricominciò a molestare la città ed i Guelfi, cessando solo all'arrivo a Brescia dell'imperatore. Ambizioso qual'era, l'abate ottenne nel 1212 il titolo di Conte di Leno, acquistandolo con tutta probabilità con denaro dell'imperatore Ottone IV. Nello stesso anno però la situazione del monastero divenne talmente disastrosa da richiamare l'intervento della S. Sede che affidò al vescovo di Cremona Sicardo, in ottime relazioni con il monastero, di rimettere a posto l'amministrazione. Con ripetuti interventi tra il 3 aprile ed il 16 maggio 1212, il vescovo Sicardo dovette provvedere alla vendita di ingenti beni, fra i quali la ricca corte modenese di S. Vincenzo, acquistata dal vescovo di Modena. Ma anche tali interventi non arrestarono la disgregazione del patrimonio abbaziale, contro l'unità del quale molti privati, a difesa di terre più spesso usurpate, costruirono "case-fortini", torri e motte, cioè fortificazioni private, invano limitate e regolamentate da un diploma imperiale del 1121. Mentre al monastero rimanevano le fortificazioni spesso fatiscenti e diroccate più antiche, i Gambara, i Lavellongo, i Poncarali, i Martinengo ed altri, erigevano proprie fortezze, segno di prestigio e acquartieramenti dei loro armati.


Morto Onesto II nel 1127, la situazione del monastero precipitò ancor più. All'elezione del successore, Epifanio, si crearono due correnti, l'una a lui favorevole, l'altra contraria, che si fronteggiarono con tanta acrimonia che, come scrive lo Zaccaria "i beni, i libri e le cose andarono in rovina". Dello stato miserando si interessò papa Gregorio IX con ben quattro brevi dal 1227 al 1233 in cui il pontefice denunciò il fatto che i monaci si erano schierati con l'imperatore ed i ghibellini e si preoccupò non solo della situazione complessiva dell'abbazia, ma anche del decadimento della disciplina monastica e della scomunica che aveva colpito i monaci e che portò alla deposizione nel 1230 tanto dell'abate Epifanio quanto del priore. L'intervento pontificio portò all'elezione ad abate di Pellegrino da Urate (1230-1241 circa) che spese molte energie a rimettere in sesto la situazione ed a recuperare i beni perduti. Ma la situazione politica generale era tale da non promettere nulla di buono per il monastero. Mentre infatti esso era quasi costretto ad appoggiarsi all'imperatore ed al partito ghibellino per ottenere l'espansionismo territoriale del comune di Brescia e le rivendicazioni giurisdizionali "in spiritualibus' del vescovo, l'abate oveva far fronte ai vari esponenti dello stesso partito ghibellino da lui appoggiato bramosi di terre e pronti ad impadronirsi di quelle stesse del monastero o pronti a salvaguardare i propri interessi di gruppo più di quelli dell'abbazia. Quasi per inerzia ormai, quando Federico II pose il proprio quartier generale a Cremona, il monastero di Leno entrò decisamente a far parte del partito imperiale, acuendo i contrasti con Brescia ed i Guelfi. L'abate Giovanni (1241-1248) succeduto a Pellegrino di Urate, non sentendosi sicuro a Leno si trasferì a Cremona sotto la protezione imperiale, incorrendo nella scomunica, mentre bande armate percorrevano la pianura, seminando distruzioni e violenze di cui non fu esente il monastero. La controffensiva dei Comuni, sostenuta dal Papa e l'indebolimento del potere imperiale, mise, specie dal 1245 in poi, in sempre maggiori difficoltà il monastero, isolandolo e provocando la deposizione dell'abate Giovanni da parte della S. Sede. L'abate Guglielmo che lo sostituì nel 1248 cercò di mantenere una posizione di neutralità, anche se non limpida, incoraggiato dal papa Innocenzo IV che il 21 marzo 1248 gli indirizzò un suo breve. In seguito la sua politica, specie dopo la morte di Federico II e la ripresa del partito ghibellino vittorioso, il 2 marzo 1258 a Torricella d'Ostiano ad opera di Ezzelino da Romano, Oberto Pallavicino e Buoso da Dovara, si fece più tortuosa in politica estera e violenta in quella interna nel tentativo di recuperare i beni perduti nelle contese precedenti. Del resto il monastero si era talmente impoverito che i monaci pativano la fame e non avevano, scrive lo Zaccaria, il necessario per vestire. Per venire incontro a tale miseria l'abate Guglielmo non esitò nel 1283 ad investire di alcune terre del bresciano Lamberto di Lomello per ricavare 23 lire e mezza imperiale, destinate all'acquisto di viveri ed indumenti per i monaci. Ma la situazione del monastero era tale, come scrive A. Bonaglia, che ormai l'abbazia lenese era in piena decadenza e molto mal ridotta sotto l'aspetto politico-giurisdizionale e patrimoniale, piena di debiti, incapace di far fronte alle mutate richieste socioculturali e religiose del tempo, diventata istituzionalmente poco più che un'ombra rispetto al glorioso passato: si spegneva sempre più il faro che aveva dato luce di vita religiosa e civile ad una vasta plaga di terra bresciana per cinque secoli, tra i più bui e calamitosi della nostra storia. Imposizioni di taglie fiscali, i molti debiti accumulati annullarono ogni tentativo di porre rimedio alla decadenza inarrestabile. Così inutilmente vennero assorbiti nel 1349 i beni degli Umiliati di S. Marco in Brescia. Agli inizi del '400 l'abbazia era occupata addirittura da due pretendenti, Ottobono, conte palatino della Mirabella ed Antonio Rosoaglio, protetto da Caterina Sforza duchessa di Milano. Il primo fedelissimo a Venezia e rifornitore delle truppe veneziane ebbe la meglio con l'appoggio del doge Foscari che poi gli diede la potestà sulle terre di Leno perdute dai suoi predecessori. Ma, come scrive "de visu", il Malvezzi nel 1412 il monastero non conserva più alcun decoro e non si poteva certo più dire cenobio di religiosi, rifugio di poveri, ospizio di pellegrini. A metà del secolo ormai la decadenza era piena. Ultimo abate fu il bresciano Bartolomeo Averoldi eletto verso la fine del 1451. Ambizioso, egli non esitò a cedere in commenda al cardinal Pietro Foscari l'abbazia in cambio del titolo di arcivescovo di Spoleto, scambio convalidato con suo breve da papa Sisto IV nel 1479. L'ultimo sparuto numero di religiosi abitò per qualche tempo il monastero, disperdendosi poi. L'abbazia passò di mano in mano ad abati commendatari che poco risiedettero a Leno, preferendo vivere qualcuno a Brescia, presso la chiesa di S. Benedetto o nelle loro sedi vescovili. Fra loro si distinsero il prelato Francesco Vitturi (1485-1513) che compose diverse liti, raccolse documenti, ma fu poi coinvolto in controversie che richiamarono più volte l'attenzione del tribunale della Sacra Rota. Ottimo abate dal 1513 al 1565 fu Girolamo Martinengo che concesse acque e pascoli ai lenesi ed edificò di fronte alla chiesa un bel palazzo, ma la decadenza monasteriale era continua.


Nel secolo XV la decadenza era tale che Ghedi potè occupare molte terre incolte ed abbandonate dal monastero di Leno, rivendicandole poi per sè per diritto di bonifica, dissodamento e coltivazione. La concessione dell'abate di Leno, Francesco Vitturi, di parte delle terre del monastero al nob. Nicola Arimonti, suscitò la reazione del Comune e dei contadini, dando vita ad una vertenza che si concluse nel 1499 con una sentenza emessa a Venezia che deliberò che il Comune ricevesse un livello annuo di riconoscimento dei diritti del monastero. S. Carlo Borromeo nelle visita pastorale del 1580, trovò la chiesa abbaziale in grave disordine con le pareti scrostate ed i soffitti caduti, il pavimento sconnesso. Nei sec. XVII e XVIII la chiesa venne affidata dagli abati commendatari a tre o quattro sacerdoti che abitavano nell'ambito del monastero. Nel 1662 essi vennero sostituiti con gli Agostiniani, ma il vescovo nel 1673, impose che venisse affidata al clero secolare. Scompariva così una delle più celebri abbazie dell'alta Italia che specie nella sua prima costruzione e prima della distruzione del 1148 doveva essere splendida. Nel 1591 scrivendo la sua "Historia dell'Abbazia di Leno" Cornelio Adro rilevava "la magnificenza di queste regie fabbriche si può comprendere da certi fregi di ordini diversi, che si vedono ancora in alcune pietre residui di quelle rovine, le quali da diversi abati sono state poi adoperate per riedificare quelle muraglie dell'abbazia, che a nostri tempi si vedono costrutte più tosto per la necessità d'abitarvi poveramente che per pompa alcuna. Mostrano anche che questo monastero regio fosse fabbricato di pietre fine lavorate, le colonne rotte et i capitelli diversi che pur anco si vedono in più luoghi della chiesa e del monastero. Et anco si può considerare la bellezza et la comodità di questo luogo nel suo primiero stato da gli residui della fontana degli doi vasi, che sono in Chiesa, che sono il terraneo, et il mezzano ritrovandosi il superiore dentro il Monastero, il quale benchè spezzato, contiene nondimeno finora alcuni spinelli. Insomma bisogna dire che fosse il tutto di rara bellezza et che la chiesa, che hora si vede non sia in alcuna parte quella che fece il re Desiderio; ma esser fatta poveramente da diversi abbati et monaci, come si dirà, et in particolare da Gonterio". Inoltre: "Nell'anno 1180 fu abbate quel Gonterio che si vede nominato sopra la porta grande della Chiesa come quello che con le rovine della primiera chiesa, costrutta da re Desiderio, rifece quella ch'ora si vede che fu anni sessanta dopo la destruzione della suddetta, che seguì nel 1127. Et chi riguarda bene i capitelli et alle parti di questa chiesa, che hora si vede in piedi, er rifatta da quel Gonterio si troverà per la maggior parte come s'è detta un'altra volta, con le pietre di quell'antico. Et oltre di questo si vedono fra le pitture più antiche, molte investiture di quell'Abbate fatte in diverse persone". L'ultimo abate commendatario e anche dilapidatore della Abbazia in favore della sua diocesi di Crema, fu mons. Marcantonio Lombardi, vescovo di quella diocesi.


In applicazione dei decreti del Senato veneto del 22 febbraio 1773 e 22 marzo 1777 tendenti all'abolizione graduale delle commende l'abbazia ed il suo patrimonio venivano, con decisione della Deputazione straordinaria del 31 gennaio 1781, indemaniati e passati al Regio Economato. Alla morte di mons. Lombardi, avvenuta il 13 gennaio 1782, le decisioni prese divennero esecutive. Furono i capifamiglia di Leno, il 15 marzo 1783 con 105 voti a favore e nessun contrario, a chiedere la demolizione della chiesa abbaziale, assieme alla chiesa di S. Scolastica ed il permesso di trasportare nella parrocchiale i corpi dei santi Vitale e Marziale. Ottenuto il permesso del Senato in data 5 giugno 1783 si procedette ad un catastico generale delle case, beni e capitali del monastero che comprendeva tra l'altro la chiesa dedicata al Salvatore, con sacrestia, campanile, due campane, due altari con piazza davanti, la chiesetta campestre di S. Scolastica, situata sulle pertinenze del monastero, la chiesetta pure campestre di S. Antonio senza campane, sospesa e cadente, la chiesa di S. Benedetto in Brescia, tre case con stallo in Brescia, 115 pezze di terra con fabbricati rurali (in località Palazzo, Costa e Breda del Pero, Cicogna, Breda d'Ale, di là del Molone, Fenil Novo, Breda Vico, Comuna, Casella, Campagna) per piò 1331,76. L'anno seguente, nel settembre 1783 venne indetta la vendita all'asta cui concorsero Giuseppe Pandini di Leno, Giambattista Chiaromonti di Brescia, Angelo Ventura di Leno, Bernardino Fedreghini, G. Battista Galanti, Giovanni Maria Agliardi. Il 6 agosto 1783 intanto le porte della chiesa abbaziale venivano inchiodate. Passarono mesi ed il 2 giugno del 1784, il vescovo di Brescia mons. Nani assentiva alla demolizione della chiesetta di S. Scolastica e di S. Antonio ed il 10 novembre 1785 lo stesso vescovo si recava a Leno, compiva la ricognizione delle reliquie dei SS. Vitale e Marziale; il 20 novembre ancora mons. Nani procedeva al trasporto del prezioso reliquiario dalla chiesa abbaziale a quella parrocchiale. Dietro nuova sollecitazione dei sindaci di Leno del 19 novembre 1785, il vescovo si risolveva in data 22 dicembre a concedere all'arciprete di Leno il nulla-osta alla sconsacrazione e demolizione della chiesa abbaziale. Con furia demolitrice non solo la chiesa, ma tutto il monastero venne demolito. Gli ultimi colpi di piccone li fecero dare i Dossi, che sull'area costruirono la loro villa detta "Badia" e sulla quale poi i Legnazzi fecero porre una iscrizione. Di quello che era il monastero allora nessuna descrizione. Si può capirne un qualcosa dalle planimetrie che ci sono rimaste del sec. XVIII in base alle quali il Panazza ha potuto descrivere la chiesa abbaziale come un edificio a tre navate, quasi quadrangolare, con quattro campate divise da tre pilastri quadrilobi. Le campate delle navate laterali erano separate da archi traversi e avevano volta a crocera, mentre non vi sono indicazioni per la navata centrale. "Uno sviluppo inusitato, scrive il Panazza, aveva il coro lungo quasi quanto le navate ed in corrispondenza con quella centrale, con larghe lesene alle pareti per sostenere archi traversi e delimitare volte rettangolari molto strette; alle lesene dell'interno ne corrisponderanno altre all'esterno. Il coro si concludeva con l'abside semicircolare, interamente adorno di dieci semicolonnette. Presbiterio ed abside avevano il piano sopraelevato per la presenza di una cripta, al presbiterio si accedeva per una scala centrale di sette gradini". A ricordo del monastero non rimane che la località Badia dove alla fine del sec. XVIII dalla villa dei fratelli Dossi, distrutta poi e sostituita nel 1873 con l'attuale villa di proprietà Peri. Salvo qualche elemento scultoreo incastonato nei muri, essa non ha nulla a che fare con l'abbazia. Ma in un vasto prato davanti alla villa sotto un sottile strato di terra si avvertono grosse muraglie. Più a sud vi è la cascina Badia vecchia che presenta un'architettura del tardo cinquecento. Del monastero rimangono, oltre ai due leoni della chiesa parrocchiale, frammenti nei musei di Brescia ed in case private di Leno.


Abati regolari del monastero: Ermoaldo, venuto da Montecassino (758-789); Lamberto (790-795); Anfrido, poi vescovo di Brescia (796); Badolfo o Baldolfo (800-814); Ritaldo (815); Remigio, Arcicancelliere imperiale (840); Magno (869); Alberto o Uberto (939); Donnino (958); Ermenolfo (981); Luizzone o Luisone (999-1014); Andrea (1015); Oddone (1019); Richerio della Baviera poi abate di Montecassino (1036); Ricardo di Ansilao Gambara (1038); Guenzelao (1060); Artuico (1078); Tedaldo (1104-1145); Onesto I (1146); Lanfranco Gambara intruso (1163-1168); Alberto da Reggio (1168-1175); Daniele (1176); Gonterio di Lavellongo (1178); Onesto II (1209); Epifanio (1227); Pellegrino priore di Urago (1230); Giovanni deposto (1241); Guglielmo di Parma (1248-1292); Pietro Baiardi di Parma (1297-1307); Uberto da Palazzo di Brescia (1307-1312); Aicardo di Mozzano (Parma) dal (1312-1337); Pietro Pagati di Ghedi (1339-1360); Giovanni Gritti di S. Vitale (1366-1370); Andrea da Tacovia, Praga (1370-1407); Ottone conte di Langosto e Mirabello (1402-1450); Antonio di Rosoaglio (1403 - intruso e deposto); Bartolomeo Averoldi di Brescia (14511478); Abati Commendatari: Pietro Foscari di Venezia, cardinale (1479-1485); Francesco Vettori, patrizio veneto (1486-1511); Vittore Vettori suo nipote (1512 rinuncia); Francesco della Rovere, vescovo di Vicenza (1513 - rinuncia); Antonio del Monte, cardinale (1516-1529); Girolamo Martinengo Cesaresco (1529-1567); Ascanio Martinengo Cesaresco (1567-1583); Girolamo Martinengo Cesaresco (1529-1567); Ascanio Martinengo Cesaresco (1567-1583); Girolamo Martinengo Cesaresco (1583-1590); Gianfrancesco Morosini, cardinale e vescovo di Brescia (1591-1595); Gianfrancesco Morosini suo nipote (1595-1628); Gianfrancesco Morosini, patriarca di Venezia (1628-1678), Pietro Basadonna, veneziano (1679-1684); Marcantonio Francesco Barbarigo, cardinale (1684-1706); Cornelio M. Francesco Bentivoglio, cardinale (1714-1732); Nereo Corsini di Firenze (1733-1734); Angelo Maria Quirini, veneziano, cardinale, vescovo di Brescia (1734-1755); Marcantonio Lombardi di Verona, vescovo di Crema ed ultimo abate commendatario (1758-1782).


Il COMUNE. Accanto al monastero, nei tempi del maggior prestigio, e potenza si era andato formando un nucleo abitato sempre più numeroso ed organizzato mentre sul monastero erano andati polarizzandosi gli abitanti dei "loci" dei "fundi" e dei "vici" circostanti. L'insicurezza che andò accentuandosi nei sec. IX e X e più ancora le invasioni ungare e le esigenze di difesa anche contro le prevaricazioni dei signori locali, spinsero la popolazione a far leva sul monastero per la difesa e la sicurezza. Fra questi abitanti l'abate Donnino nel 934, assoldati in suo aiuto degli armati per difendersi dagli ungari oltre che per costruire opere di fortificazione intorno alla abbazia, al nucleo abitato, erige un vero castello del quale l'abate diventa il signore oltre che proprietario fondiario. Le fortificazioni ed il castello richiamano gli abitanti che vi trovano abitazione, attività artigianale ed il mercato. Le sorti del castello come quelle della popolazione rimangono legate al monastero, mentre nelle campagne si rafforzano i feudatari e i vassalli dello stesso. Attorno al mille l'abate Luizzone riesce a scacciare dal territorio l'usurpatore Riperto che aveva costruito un suo castello chiamato Castellazzo. Nel 1158 il castello di Leno viene messo a ferro e fuoco a quanto sembra da Ladislao, duca di Brescia, al seguito del Barbarossa. Finora si è trattato di una stretta sudditanza al monastero. Nel sec. XII accanto al castello è già sorto il "borgo" imposto dallo sviluppo demografico e dall'infittirsi di nuove costruzioni che debordano dal castello, dando origine ad un nuovo agglomerato urbano, che si va dilatando nella pianura. E contornato da orti e poco lontano sta la chiesa plebana di S. Giovanni con accanto il cimitero. Verso la metà del sec. XII sorge ad O dell'abbazia e della piazza antistante, la chiesa di S. Benedetto che, allargandosi il borgo a sud e a ovest del castello, diventa sempre più il cuore del nuovo centro abitato. Davanti alla chiesa di S. Pietro nella nuova piazza si spostano i consigli degli abitanti che prima si tenevano davanti alla chiesa di S. Benedetto, mentre la giustizia, sempre sotto il controllo dell'abate, viene amministrata ancora nelle vicinanze del monastero presso il ponte della stalla. Il borgo si riempie di case e di botteghe artigiane e gli abitanti vanno assumendo maggiore indipendenza specie nei momenti di difficoltà del monastero e dell'incapacità dell'abate ad amministrare le proprie prerogative, mentre aumentano le rovine del monastero che inducono i lenesi ad amministrare autonomamente i loro affari e quindi a gestire la loro vita sociale. Si tratta dapprima di un "popolus" legato alla abbazia, ma ben distinto da essa anche se l'abate è la guida di ambedue, come ha rilevato il Baronio. Se da un lato la vita religiosa scandisce il proprio svolgersi sotto le volte della chiesa del monastero, è davanti alla chiesa che si riunisce il consiglio chiamato dalla campagna, a stretto contatto con il momento più alto della vita comunitaria, il momento della preghiera. Nella seconda metà del sec. XII, mentre il monastero va sempre più declinando, nonostante gli sforzi dell'abate Gonterio e si disgrega la classe feudale o dei dominii rurali che cercano appoggi anche in città, si inseriscono sempre più in fazioni contrapposte non trovando più conveniente appoggiarsi al solo monastero o al solo imperatore, avanzando nuove categorie sociali, quelle degli artigiani, dei mercanti, dei contadini indipendenti. È il "populus" che avanza, sono gli "homines" del luogo, cioè la gente, la popolazione che assume via via una serie di decisioni riguardanti l'intera comunità che decidono di partecipare alla difesa della borgata negli scontri delle fazioni, che lavorano alla ristrutturazione delle mura e delle strutture comunitarie (come ricorda il podestà di Brescia nel 1213) e che perciò vuole partecipare sempre più alle decisioni comuni. In pratica sono i capi famiglia che già nel secondo decennio del sec. XIII si radunano davanti alla chiesa per prendere decisioni autonome e comuni, costituendo il vero e proprio Comune di Leno. L'abate è costretto a cedere al "populus" riunito nel Comune, parte delle proprie prerogative ed i "domini" stessi, cioè i "signori" locali sono costretti a ricoprire spesso mansioni non solo in bene del monastero cui sono legati economicamente, ma anche della Comunità intera che si va istitualizzando nel "comune Leno", il quale va assumendo una sempre più marcata au tonomia, pur non prescindendo dalla presenza del monastero. Nel 1200 Leno diviene la base della "societas militum" ossia della "consorteria militare" del partito ghibellino di Alberto di Casaloldo, che molestò tenacemente Brescia, fino a quando non fu sconfitta, salvo poi ritornare ad operare la riconciliazione con la parte guelfa detta della Brucella. Nel 1247 il castello viene occupato da Ezzelino da Romano, riconquistato poi dai bresciani. Nel 1317 Leno viene sottomesso da Cangrande della Scala che lo deve abbandonare dopo due anni. Ormai la realtà è in continuo movimento. Il Comune deve far fronte non solo all'abate, ma anche ai Signori locali. Il sec. XIII segna in effetti l'inizio di una serie di lotte della comunità per riscattarsi dal potere dell'abate che si proclama Conte di Leno. Nel 1205 vi è il primo dissidio tra la comunità e l'abate Onesto che deve cedere alcuni suoi diritti in favore della stessa. Alla fine del secolo XIII un tale sforzo di emancipazione ha ottenuti validi risultati. Il Comune è già forte e ricco; la badia ha solo e sempre più un dominio nominale o di diritto. I secoli che seguono sino al XVIII, risonanti delle lugubri note delle guerre, della pestilenza, delle devastazioni vedono l'alternarsi della potenza economica delle famiglie dei conti Gambara e dei Martinengo Cesaresco cui fanno da bordone in tono minore, altre famiglie nobili e signorili come gli Scovolo, gli Scalvini, gli Arici, gli Uggeri, i Moro, i Cavalli, i Dossi, i Trussi.


Le alterne vicende della lotta tra Guelfi e Ghibellini si ripetono qui come su ogni altro centro importante della provincia; già dal sec. XIII in poi son venuti allargando i loro possedimenti anche a Leno, piantando seghe e molini specie sul Redone non senza contrasti con il Comune di Leno. Sulla fine del sec. XIV Federico Gambara edifica in Leno con l'assenso degli abitanti, un suo castello. Egli viene accusato presso il conte d Virtù di grande arbitrio, ma mostrando lettere di consenso del duca di Milano e giurando di aver fondato la rocca solo per garantire maggiore sicurezza a Leno e per lo stesso stato visconteo, viene non solo assolto, ma ottiene da Giangaleazzo la rinnovazione del feudo, obbligandolo il 9 marzo a custodirlo in appoggio alla politica viscontea, sotto pena di mille fiorini d'oro. Alla fine del sec. XIII i contrasti fra l'abate, i rappresentanti del Comune, gli uomini e l'insieme del popolo e dei paesani "universitates" si approfondiscono fino alla completa autonomia. Le tappe sono costituite dalle controversie per l'uso delle acque, dei molini, per la proprietà della terra. Nel giugno del 1452 con altri paesi anche Leno si ribella a Venezia, aprendo le porte all'esercito milanese, ma il 15 agosto si riconsegna allo Sforza che rioccupatolo lo dà alle fiamme. Ripreso dai milanesi, nell'ottobre del 1453, viene ripreso ancora dallo Sforza. Durante la guerra di Ferrara, nell'agosto 1483, subisce un nuovo assalto dei milanesi e dei napoletani capitanati dal duca di Calabria e dopo pochi colpi di spingarda si arrende. Ripreso dai Veneti, viene concesso nel 1498 al Pitigliano, comandante delle truppe venete, assieme a tutta la quadra di Ghedi, alla quale apparteneva. Il Pitigliano vi ebbe ampie proprietà. I 19 agosto tornò alle porte di Leno il duca di Calabria; il paese si difese uccidendo alcuni soldati. Irritatissimo il duca va di presenza a minacciare i lenesi, facendo loro sapere che se non si arrenderanno egli farà in modo che in quella terra "non canteranno nè galli, né galline". Spaventati i lenesi si arrendono a patto di "aver salve le robbe et le persone". Il duca prosegue per Ghedi. Il Comune viene retto da una "vicinia" espressione delle famiglie originarie del paese. Ogni anno elegge dodici Consoli che si alternano un mese ciascuno, tre Sindaci, tre Ragionati (ossia revisori dei conti), un Cancelliere, un Massaro (esattore), uno o più Compari, dei Soprastanti, un Anziano (che aveva cura dei vasi d'acqua e di altri beni comunali), uno Squanzero (che provvedeva agli alloggi dei soldati), un Cavaliere (per provvedere le vettovaglie ai soldati). La comunità non era tranquilla, perchè, fra l'altro, continuavano le divisioni fra "originari antichi", "nuovi", "forestieri" con selezioni rigorose, abolite solo con la Rivoluzione Giacobina. Leno viene coinvolto poi nelle guerre fra Venezia, l'Impero, la Spagna e la Francia e nel 1509 viene data dal re di Francia, Luigi XII in premio con altre terre a Carlo d'Amboise; Brescia può riscattare Leno, assieme a tutto il vicariato di Ghedi, soltanto dopo lunghe trattative e l'esborso di 17 mila scudi d'oro. Ma Leno, memore forse degli antichi dissidi che avevano contrapposto il monastero ed il comune alla città, tenta di sottrarsi di nuovo alla sua tutela e giurisdizione. Ancora nel 1513 ripete tentativi separatisti dichiarati il 19 gennaio 1514 illegittimi dal Consiglio Generale di Brescia. Dal 1516 gode, come il territorio bresciano un periodo di pace, interrotto nell'ottobre 1521 dal passaggio delle truppe spagnole e imperiali che compiono saccheggi e violenze, e nell'autunno del 1529 dai Lanzichenecchi di Carlo Vche provocano grandi rovine. Per due secoli la borgata fornisce soldati alla Repubblica; ben undici lenesi (fra cui Angelo Zerbi, Picino Garuffi, G. Antonio Pezzoli, Francesco Cinardi, Francesco Poncheni, Camillo Rivi, G. Maria Tini, Battista Ciongini, Vincenzo Fantoni ecc.) partecipano alla spedizione che culminò il 7 ottobre 1571 con la battaglia di Lepanto. In irrimediabile decadenza e già da secoli abbandonata l'abbazia nel 1609, il Da Lezze ricordava il castello circondato di fosse, la maggior parte distrutte e che si andavano distruggendo "perchè le pietre vengono portate in altri luoghi per far case" e la borgata cinta attorno di "mure di circuito di un quarto di miglio con case dentro abitate da particolar". Anche se la Serenissima non vi manda un vicario, e lo inserisce nella "quadra" di Ghedi, Leno è uno dei più prosperi centri della pianura e va assumendo, con la distruzione del castello, l'aspetto di un pacifico paese di campagna. Senonchè pensano le pestilenze ad arrestare il ritmo sostenuto di progresso economico e sociale. Nel 1701 e 1705 si ripetono le devastazioni operate dagli eserciti austriaci, spagnoli e francesi, mentre altre pestilenze segnano questi campi un tempo fertili e questi centri vicini del marchio della miseria e dell'abbandono. È specialmente la peste nel 1630 a decimare i duemila abitanti di Leno. Le lame, gli acquitrini riprendono il sopravvento; il clima si fa malsano, gli abitanti vengono spesso colpiti dalla malaria, febbri reumatiche, pellagra, artriti. Sono secoli di abbandono in cui gli unici segni di vita sono dati dagli avvenimenti religiosi, dal sorgere della maestosa parrocchiale ed al contempo della fatale distruzione della Badia.


Una rivalutazione di Leno avviene nel 1797, con la rivoluzione giacobina, quando viene creato Terzo Distretto e Terzo Cantone del Dipartimento del Mella. Anche l'Austria nel 1816 conserva un ruolo di preminenza sulla zona circostante come XIII Distretto della provincia di Brescia e Leno comprende: Cigole, Fiesse, Gambara, Gottolengo, Isorella, Milzanello, Manerbio, Pavone, Porzano e Pralboino per una popolazione complessiva di 20.902 nel 1850. Nel 1820 il Governo vi istituisce la Pretura che verrà poi confermata nel 1866 e soppressa nel 1923. Non mancano anche a Leno aliti di patriottismo, tenuti vivi da Carlo Dossi, Giacinto Mompiani, che a Leno passa alcuni mesi l'anno, l'avv. Cesare Beccalossi ed altri che specie nel 1848 creano nel Distretto un movimento patriottico di adesione al Piemonte. Nell'approssimarsi delle truppe austriache in ritirata da Milano al Mincio il 20 Marzo 1848 a Leno si organizzò ed armò la Guardia Nazionale che tuttavia per paura di gravi ritorsioni non adoperò le armi contro le truppe austriache in ritirata, specie dal 20 marzo in poi. Tale atteggiamento suscitò le ire del romanziere Costanzo Ferrari che pubblicò un opuscolo dal titolo "Gli ultimi cinque giorni della schiavitù bresciana" cui rispose l'avv. Beccalossi, per dimostrare quanto sarebbe stata suicida un'azione armata contro lo strapotere dell'esercito austriaco. Nel 1848 fra i bresciani compromessi nella rivolta delle "Dieci Giornate", viene indicato il Pretore di Leno Laffrandi accusato di aver divulgato voci false e provocato la sollevazione per l'armamento in intima relazione con il giudice del tribunale Carlo Gambini. Nel giugno del 1859 Leno registra grandi paure per i continui passaggi delle truppe austriache in ritirata e dopo le battaglie di Solferino e S. Martino è fra i primi paesi ad accogliere il 26 giugno in un ospedale capace di 52 letti, allestito nella chiesa della Disciplina, nella caserma comunale e in case private, soldati feriti. Dirige l'opera di assistenza Carlo Dossi caodiuvato da numerose persone. Muoiono a Leno 21 italo-francesi e 10 austriaci. Una lapide al cimitero ricorda quest'opera filantropica con le parole: "I valorosi - che nella memoranda giornata - di Solferino e S. Martino - Leno - accolse feriti curò e morti donò alla tomba - nel cinquantenario ricorda - dell'esercito francese. "Un ruolo importante la borgata assume nell'Italia unita: nel 1859 diviene capo di Mandamento comprendente: Cigole, Fiesse, Gambara, Gottolengo, Isorella, Manerbio, Milzanello, Pavone, Porzano e Pralboino. Nel 1864 viene fatta sede dell'Ufficio del Registro e fin dai primi anni dell'Unità va organizzandosi anche attraverso i servizi pubblici. Nel 1895 viene costruita la pesa pubblica e nel 1868 aperta una ghiacciaia comunale, scomparsa solo nel 1926 per far posto al Parco della Rimembranza. Nel 1876 è fondata la "Società Operaia di mutuo soccorso" per Leno e Milzanello di impronta liberale. L'iniziativa è soprattutto dell'ing. Emilio Lazzari e ne è primo Presidente Tullio Dander. All'esposizione del 1906 avrà la Medaglia d'Argento ed il Diploma di I Grado. Il 21 febbraio del 1888 il Consiglio Provinciale delibera l'impianto del telegrafo. Nello stesso anno si diffonde un'epidemia di vaiolo (di cui diede cenni statistici il dott. Vittorio Tanolli), ma che viene arginata dalle vaccinazioni. Più diffusa, minacciosa è la pellagra per arginare la quale nel 1895 viene aperta una Locanda sanitaria, tenuta dai medici Zambelli ed Arrighi e dalle Ancelle della Carità. Pochi anni prima è aperto nel fabbricato comunale l'Asilo Infantile, trasferito nel luglio 1895 in un apposito fabbricato, grazie alle elargizioni di Laura Marchioni della maestra Bozzoni e dell'avv. Luigi Sartori. Non mancano tuttavia segni di grave arretratezza, mentre altri paesi sono già provvisti di illuminazione elettrica; nel giugno 1986 viene inaugurato a Leno un impianto di gas acetilene di cui è promotore il farmacista Giuseppe Bontardelli. La grave deficenza di servizi logistici viene supplita, sulla fine dell'800 da una sola corsa giornaliera dell'Impresa Bottarelli; e ciò nonostante che in Leno sia stata fabbricata da certo Ferrari nel 1818 la prima carrozza automobile. Solo nel 1905 si incomincia ad agitare la necessità di attivare una tramvia della Bassa Bresciana che viene realizzata più di un decennio dopo ed inaugurata il 12 settembre 1914. Nel 1904 viene costruito un acquedotto profondo 97 metri e con 9 pozzi. Solo nel 1912 è avviata la costruzione, su progetto dell'Ing. Lazzari, di un nuovo edificio scolastico, inaugurato il 18 ottobre 1914. Nello stesso anno viene progettata la costruzione di un nuovo Asilo d'Infanzia, mentre si avviano corsi di disegno che diventeranno "Scuola di arti e mestieri". Un anno dopo, nel 1915 viene costituito il Corpo dei Pompieri. L'edificio scolastico è già terminato nel 1906. Durante la I° guerra mondiale è attiva una delegazione della Croce Rossa ed un Comitato di preparazione ed assistenza civile con sottocomitato a Castelletto di Leno. Il paese ospita truppe e famiglie di profughi ed il palazzo comunale viene trasformato in Ospedale da Campo. Il 29 aprile 1918 per le truppe stanziate in paese viene aperta una Casa del Soldato. Durante la guerra tuttavia la vita del paese non si ferma, mentre nel 1916 viene definitivamente aperta la "Scuola d'Arti e Mestieri", per una qualificazione del lavoro, a cui affluiscono anche giovani dei paesi vicini che si servono della TEB (tranvie elettriche bresciane) in funzione da due anni sul tragitto Ostiano, Leno, Brescia e Fiesse, Gambara, Gottolengo, Brescia. A ricordo dei 121 caduti viene allestito il Parco della Rimembranza, inaugurato il 30 aprile 1923. Nel contempo viene lanciata l'idea di un monumento ai caduti realizzato solo quattro anni dopo ed inaugurato il 16 ottobre 1927. A molti anni di distanza il 6 settembre 1981 verrà inaugurato un monumento all'aviere, opera dello scultore Vittorio Piotti.


Il dopoguerra investe Leno di vivaci agitazioni sindacali e di una intensa vita politica. Attiva la sezione socialista e la Lega Contadina cui risponde nel 1920 la sezione del P.P.I. La vitalità della Lega rossa si rivelò il 20 settembre 1920 quando alla notizia dell'occupazione delle fabbriche i contadini socialisti occuparono le cascine Pluda, Olmo, Colombare, Castello, Mirabella anche con lo scopo di rifornire gli operai delle fabbriche. Per l'occasione, guidati dal capolega Luigi Spinelli vengono sequestrate armi ai proprietari, tagliati i fili del telefono, requisendo alcune persone, arrendendosi poi ai carabinieri. Ma il 20 ottobre quando si tengono le elezioni amministrative la vittoria è dei popolari che conquistano nove seggi, contro i cinque dei moderati, uno liberale ed uno combattente. Fra i Socialisti ed i Popolari si presenta presto un terzo interlocutore: il fascismo che trova appoggio fra gli Agrari della zona. Violenze sono compiute da fascisti provenienti da Gottolengo in un esercizio gestito dalla famiglia Materossi il 15 dicembre 1921. Scontri tra socialisti e fascisti avvennero davanti al Circolo socialista il 27 maggio 1922. Il 5 giugno dello stesso anno per una visita a Leno dell'on. Farinacci il paese viene presieduto da "squadre fasciste" che nei giorni seguenti, 7 ed 8 giugno, al culmine di uno sciopero agrario durato un mese, si abbandonano a violenze contro persone, perquisendo donne e bambini ed invadendo la sede della Camera del Lavoro locale nella quale dicono di aver trovato delle armi. Come reazione allo sciopero, il 12 giugno 1922, viene costituita una sezione del Sindacato degli Agricoltori Bresciani di impronta fascista, mentre la stessa sera i fascisti compiono una nuova spedizione punitiva nel Circolo Socialista. Il 14 giugno 1922 viene fondato il Fascio e nell'ottobre ne verrà inaugurato il gagliardetto. Dal fascio subito, animata dalla parola di Augusto Turati che parlò nello stesso giorno a 2500 fascisti, uscì la "squadra d'azione" denominata "Folgore" comandata da Sandro De Giuli che presiedette parte dell'azione contro lo sciopero dei ferrovieri del giugno 1922; lo sciopero generale dell'agosto opera soprattutto sulla riviera del Garda, specie per far dimettere le amministrazioni democratiche; in diversi scontri quattro fascisti vengono incarcerati. Scontri tra fascisti e socialisti si ripetono il 24 ed il 25 giugno, giorni in cui vengono picchiati anche giovani dell'Azione Cattolica. Ancora pestaggi e zuffe si ripetono nel settembre 1922 ed in altri giorni. La prevaricazione fascista dà i suoi frutti il 16 aprile 1924 quando la lista di fascisti e di combattenti capovolge la maggioranza precedente con 1396 voti alla lista fascista e 994 voti ai popolari, socialisti e comunisti. Nel giugno 1924 si registrano gli ultimi sussulti di violenze, quando un comunista provocato da alcuni fascisti ferisce seriamente uno di loro a colpi di rivoltella; ormai anche la scoperta della bandiera rossa della sezione socialista, avvenuta nell'aprile 1925 in casa di un certo Brunetti, non provoca che limitate sensazioni. Il 1925 vede in continua crisi l'amministrazione comunale divisa sulle questioni delle acque comunali; dimissioni, commissariato straordinario ed infine scioglimento del Consiglio Comunale, l'11 febbraio 1926 e lo scioglimento del Fascio, protrassero nel tempo le questioni. L'anno dopo, nel 1927 vengono conglobati, in quello di Leno, i comuni di Milzanello e di Porzano. Tra lotte vivaci e sopraffazioni la borgata si va sviluppando. Nell'ottobre 1921, per iniziativa del maestro Pierino Gatti viene ricostruito il Corpo Bandistico. Nel dicembre 1921 è avviata la sistemazione della grande strada Manerbio, Leno, Ghedi, Montichiari, Lonato. Il 24 agosto 1922 è aperto il Dispensario igienico-sociale e antitubercolare. L'anno 1923 la scuola d'Arti e Mestieri viene trasformata in Istituto Tecnico Inferiore. Si sviluppano l'urbanistica e l'edilizia; presso la stazione sorgono numerose ville, il centro si trasforma: viene finito il palazzo municipale, soprattutto nella facciata e nell'ingresso; trasformato il teatro ed ultimato il teatrino. Numerose case private vengono messe a nuovo, mentre sorge imponente il caffè Zucchi. Viene dato respiro all'edificio delle scuole e fatto posto al monumento dei caduti. Non mancano avvenimenti clamorosi, come la visita, il 4 settembre 1926, del gen. Nobile ospite di Ambrogio De Giuli. Segni di progresso sono nel 1929 con l'avvio della costruzione del nuovo asilo infantile, la sistemazione delle scuole delle frazioni e l'inaugurazione, il 31 gennaio 1929 del Dispensario Antitubercolare. Non mancano le novità come l'inaugurazione nel mese di aprile del 1928, del teatro comunale, del cinematografo di cui si fa promotrice l'Unione Sportiva Lenese che pone il problema anche del Campo Sportivo, già in via di costruzione dal 1929-30. Si aggiungano l'apertura di nuovi pozzi, la copertura di fossati, la costruzione dell'asilo infantile di Milzanello (1934), continue opere di bonifica con la costruzione del Canale Littorio. All'Istituto tecnico si affianca nel 1938 un Corso Secondario di Avviamento Professionale a tipo agrari e corsi di specializzazione industriale femminile. La II guerra mondiale vede il sacrificio di cinquantotto lenesi caduti in guerra ed altrettanti dispersi e due civili vittime di mitragliamenti. Ma i momenti più tristi giungono nell'ottobre del 1943 quando i tedeschi pongono in paese un loro presidio, requisendo le scuole elementari, la casa del fascio, l'asilo ed abitazioni private. A Leno la Resistenza trova il suo fulcro in un settore della Brigata Tita Secchi delle Fiamme Verdi, comprendente anche le squadre di Porzano, Ghedi, Bagnolo, Pavone. L'orazione ufficiale sarà tenuta da un personaggio non secondario, come ha assicurato il Sindaco Baronio. Quattro sono i partigiani caduti per la libertà che Leno ricorderà il 25 aprile: Cesare Minelli fucilato dai tedeschi il 18 luglio 1944, Italo Laffranchi catturato ed internato a Mauthausen, dove morì il 26 febbraio 1945, Vincenzo Giglioli caduto in Valdorizzo durante uno scontro con le Brigate Nere il 6 ottobre 1944, Albino Tomasoni la cui morte suscitò più impressione, perchè avvenuta proprio nell'ambito di Leno in via Quartiere il 26 aprile 1945. Il settore di Leno della brigata Tito Secchi, è comandato da Angelo Regosa "Gianni" ed i suoi principali collaboratori e validi organizzatori sono: Mario Brentonico "Arnaldo", Aldo Cigala "Marino", Giuseppe Savino, Francesco Offer, Giuseppe Biemmi, Angelo Morè, Francesco Cantone, Fulvio Bellini, Giuseppe Spinelli, Gino Bianchi; i rappresentanti dei partiti che comprendono il socialista Antonio Davo, Stefano Seccamani per il PLI, Stefano Maniscalco per il P.d.A., e Francesco Sozzi per il P.d.L., mentre gli stessi Regosa e Savino rappresentano la DC ed il PCI. Nemmeno i preti rimangono estranei al movimento; Don Francesco Viviani collaborerà con Don Felice Mezzana di Porzano, offrendo la canonica per le riunioni e la sacrestia per nascondere le armi. Nel novembre 1944 si costituisce il locale Comitato di Liberazione Nazionale e nell'aprile, a pochi giorni dalla Liberazione, ben tredici persone vengono arrestate.


La ripresa democratica è subito intensa e costruttiva. La prima amministrazione sotto la guida di Emilio Mancini, ampliò l'illuminazione pubblica, i servizi telefonici, ampliò le strade, avviò la fognatura e venne incontro alla crisi di alloggi con i primi lotti di appartamenti popolari, moltiplicò i servizi negli ospedali. Ma soprattutto le amministrazioni che seguirono guidate per lunghi anni da Angelo Regosa, Mirella Ceruti, Gianni Prandini, Angelo Baronio trasformano il paese. L'edilizia popolare registra una vera e propria esplosione di iniziative sia per le spinte del comune che ad opera di cooperative. Già nel 1958 le scuole materne sono diventate cinque; una nel capoluogo, le altre in ciascuna frazione (tutte dirette da personale religioso) ed una nella cascina Pluda. Le scuole elementari oltrechè nel capoluogo vengono dislocate a Castelletto, Porzano, Milzanello, Cascina Pluda, Cascina Mirabella. In tale anno è già avviata una scuola di Avviamento Professionale, molto frequentata. L'edilizia scolastica va di pari passo; nel 1968-69 vengono costruite la nuova scuola materna e altre dodici aule delle elementari nel 1981, avviata la costruzione dell'Istituto Professionale con corsi di addestramento. Viene completato e trasformato l'Ospedale, portando la sua ricettività a 200 letti. Viene pure costruito il nuovo acquedotto; nonch creati centri ricreativi ed assistenziali. Dal 1971 viene indetto il "Settembre a Leno" ricco di manifestazioni folkloristiche, sportive, musicali e culturali e lanciato anche un "Palio dei quartieri", un premio di pittura e scultura "Abbazia di Leno" che registra la presenza di centinaia di opere. Insomma il progresso della borgata di Leno è talmente intenso che è impossibile seguirlo nei suoi dettagli. Tra le ultime realizzazioni sono da registrare l'impianto del metano anche nelle frazioni (1983), il completamento della sede dell'Istituto Sperimentale (1984) che ospita anche l'Istituto Professionale per l'Agricoltura. Nel 1984 ha luogo la costruzione di una nuova rete idrica con lo scavo di un nuovo pozzo di 110 metri di profondità ed una gettata di 47 litri al secondo. Momento di ripensamento al cammino fatto è, nell'ottobre 1984, l'erezione nel viale del cimitero di un busto al Sindaco Angelo Regosa, opera del prof. Luigi Teruggi e con l'epitaffio "Sindaco dal '51 al '78-I lenesi". Nel 1986 per un accordo intercorso con un Istituto di Credito, viene avviata la ristrutturazione della sede municipale. Leno è senz'altro fra le borgate che hanno in maggior conto la cultura. Per iniziativa dell'assessore prof. Angelo Baronio, nel settembre 1974 viene inaugurato un museo medioevale storico, presso il quale è costituito, nel gennaio 1977 un gruppo archeologico della Bassa. Fortuna e successo ebbe, per qualche anno, il "Premio Leno" per la pittura e la poesia indetto in occasione della fiera di S. Benedetto. Nel 1981 è ristrutturata completamente la Biblioteca; attivi anche alcuni gruppi culturali "Gnari de Len" che si prefiggono il recupero del folklore locale. Sempre viva fu a Leno l'assistenza fin dai tempi antichissimi. Già la pieve ebbe il suo "ospizio" come lo ebbe la Badia. Ad un ospizio si accenna in più documenti come, ad esempio, nel diploma di Lodovico II dell'862 ed altri, come indicano le dediche di chiese, a Pralboino, Calvisano, Isorella, Gambara, Remedello e altre. Ad un ospedale si accenna in un documento del 1189; un altro ospedale viene menzionato nel 1209 promosso dalla pieve e dall'abbazia. Antico è anche il Consorzio promosso da un testamento di Antonio Cornelio del 4 febbraio 1478, per i poveri, amministrato da tre sindaci della Vicinia e sostenuto con donazioni e beni fra cui quelle della Colombare e Salvadonega. Grazie a sostanziosi lasciti (Comeni del 1775, Franceschi del 1862, Comendoli del 1821, Bonetti, Ghidotti del 1858, Maceri e Dossi ecc) nel 1835 il Consiglio Comunale decise la erezione di un ospedale. Il sopraggiungere del colera dell'anno seguente (1836) spinge i medici condotti Agostino Poli e Giuseppe Pinardi e gli amministratori a creare un Lazzaretto nelle case disabitate di Maria Serena e di Battista Prevosti. Scomparsa l'epidemia sull'area delle due case venne eretto l'ospedale. Vi contribuirono, oltre la Congregazione di Carità, le famiglie Dossi, Mompiani, Dander, Conti e l'arciprete Bottarelli. Già nel 1839 l'edificio ospitava i primi infermi. Negli anni seguenti sotto la guida di Carlo Dossi e di don Bottarelli l'edificio andò ampliandosi, grazie a nuove offerte fra le quali mille lire raccolte da una compagnia filodrammatica, fondata all'uopo nel 1842. Con altre offerte ancora, fra cui il cospicuo legato Comeni, vennero completati l'infermeria ed altri locali, cui seguirono i bagni. Donazioni e sottoscrizioni proseguirono a sostegno degli infermi e nel 1864 venne creata l'Ente Morale l'Opera Pia Franceschi per dispensare medicinali ai poveri. Nel 1872 tre Ancelle della Carità vennero addette al reparto femminile. Nel 1893 veniva istituita la Locanda Sanitaria per i pellagrosi. Mentre l'ospedale viveva anni senza rilievo, nel 1924 veniva istituito un Dispensario d'igiene sociale che nel 1929 era completato da un Dispensario Antitubercolare. Negli anni seguenti, 1930-1931, è costruito un Sanatorio, capace di 26 letti, ampliato, nel 1960, con un nuovo padiglione. Il vecchio ospedale venne ampliato nel 1957 con una nuova ala, comprendente una sala operatoria, ambulatori e gabinetti attrezzati. Da 15 nel 1840, i posti letto erano 20 nel 1855, nel 1960 erano invece 270. Nel 1977 Leno divenne centro del Comitato Sanitario Zonale Sinistra Mella, o Mella 2, mentre l'ospedale entrava a far parte dell'Ente Ospedaliero Provinciale LenoManerbio-Pontevico, ampliando le proprie divisioni mediche e specialistiche. Con la riforma sanitaria è sede USSL. Il comune di Leno fu tra i primi a creare nel 1954, con il quartiere Ippodromo il primo quartiere "Case di solidarietà" per anziani, poi moltiplicatosi. Nel campo dello sport ebbe rilievo l'U.S. Lenese che raccolse intorno al calcio oltre un centinaio di atleti ed espresse calciatori di classe quali: Andrea Gadoldi, passato dal Brescia alla Roma e nella Nazionale Universitaria e Giovanni Bodini, giocatore nel Brescia, nel Piombino, nel Treviso. Seguì pure l'U.S. Calcistica che disponeva di una sua pista poi trasformata in Ippodromo. Ad incrementare il ciclismo amatoriale venne nel 1947 costituito l'Atletic Club 47 Leno, che ebbe ottimi piazzamenti, mentre altri interessi sportivi evidenziavano il Motoclub, gli Amatori Ciclismo Castelletto, la G.S. Milzanello e l'atletica. La caccia e la pesca si svilupparono sulla fine del sec. XVIII. La caccia stimolò la mostra del cane, promossa nel 1970 e la costituzione di due sodalizi quali il "Pescecane" e la "Piovra". Rilievo ebbe a Lene l'Ippodromo, costruito subito dopo la I guerra mondiale per iniziativa di una Società Ippica, fondata da allevatori del luogo ed inaugurata il 29 giugno 1926. Presto i promotori cedettero le strutture al Comune che a sua volta le cedette ai singoli cultori. Fallite le susseguenti gestioni, nel 1960 il Comune decise nuovamente di gestire direttamente l'ippodromo, riuscendo ad organizzare gare inserite nel calendario nazionale UNIRE. Fin dal 1928 sull'orizzonte sportivo lenese, peraltro molto limitato, si andò imponendo l'ippica. L'Unione Sportiva lenese, attiva da anni, promoveva sulla pista ciclistica, all'imbocco dell'abitato, sulla strada proveniente da Brescia, una prima riunione ippica che ebbe un esito soddisfacente. Nel 1929 si tennero, su una nuova pista di 400 metri, tre riunioni in giugno, settembre ed ottobre che ebbero esito brillante anche per concorso di pubblico oltre che dal bresciano, anche dal Cremonese, dal Mantovano e dal Milanese. Animato dall'esito il "Gruppo ippico" formatosi in seno all'Unione Sportiva guidato dal bresciano Nassa di Bagnolo, apprestò su terreno acquistato dal veterinario dott. Falconi una nuova pista lunga m. 786 e larga 12 che preparata durante l'inverno diventò un vasto ippodromo, intitolato "Littorio", con tribune e palco per la giuria sul quale l'11 marzo 1930 si corse la prima gara, cui ne seguirono altre due. Sospese per un biennio, le corse di gare al trotto ripresero il 17 e il 24 settembre 1933, continuarono poi negli anni seguenti per essere sospese durante la guerra 40-45; indi riprese negli anni sessanta per iniziativa del Comune, integrata da sfilate di carrozze d'epoca. Nell'ambito dell'Oratorio o Centro Parrocchiale, nel 1979, è stata fondata la Polisportiva - Oratorio - Leno, comprendente Calcio, Basket, Pallavolo, Karatè, Pattinaggio, Bocce ecc. Nel 1938 si costituì anche il Ferrari Lub o Club dei Ferraristi; fondatori Bruno Scaglia, Andrea Bonazza, Giancarlo e Vanna Savoldi, Franco Bonariva, Franco Marazza e Franco Losio. Il 20 dello stesso mese il Club inaugurò l'attività con una grande parata di automobili d'epoca. Nè mancò, in aggiunta, l'attività alpinistica, giacchè nel settembre 1983, venne costituita una sottosezione CAI-Manerbio - Leno - Bagnolo - Pontevico, aggregata alla sezione di Brescia. A tal uopo vennero presto ristrutturati e sviluppati gli impianti, dotati di servizi ed attrezzature. Già nel '74 si era fatta avanti la "Ge.Spo.Spa" una Società che faceva capo agli industriali Pasotti ed Adami, che presentò una proposta seria. Il Comune accettò e fu stipulata una convenzione della durata di vent'anni, con possibilità di rinnovo. La Ge.spo si impegnò a realizzare un programma di intervento per il riattamento e la sistemazione degli impianti sportivi e di ricezione (sistemazione e liberazione del campo interno, realizzazione del campo, ostacoli, sistemazione della pista di trotto, del parcheggio, del bar, del ristoro e ristorante, dell'impianto di illuminazione dei box ecc.). In cambio il Comune avrebbe concesso l'ippodromo in affitto per una somma simbolica di mille lire. Il contratto prevedeva che alla scadenza della concessione il Comune sarebbe rientrato in possesso del complesso immobiliare ed avrebbe acquisito la proprietà di tutte le opere di miglioria effettuate. Approvata la convenzione il 29 settembre 1974 dal Consiglio Comunale, l'ippodromo rimase per anni inutilizzato, salvo l'impiego in qualche concorso ippico, in collaborazione con la Cavallerizza ed i maneggi vicini, specie di Manerbio (La Macchia).


La PARROCCHIA - La decadenza del monastero, lenta, ma inesorabile, ridiede forza alla pieve e alla parrocchia che nei tempi di maggior potenza del monastero era sopravvisuta come distinta dal monastero stesso anche se l'abate vi esercitava quasi del tutto la giurisdizione spirituale pur non riuscendo a trasformare il monastero in "abatia nullios dioceseos", cioè avente tutti i diritti di diocesi, ma senza il territorio. Pur non avendo mai l'abate la facoltà di consacrare crisma ed olii sacri, di cresimare ed ordinare sacerdoti, si riteneva esente dal vescovo di Brescia, facendo impartire le cresime e le ordinazioni dal vescovo da lui scelto, battezzando anche nella chiesa abbaziale (e richiamando la proibizione del papa) di nominare il rettore delle chiese sottoposte alla sua giurisdizione, compresa quella di Leno, con la facoltà di comminare pubbliche penitenze e di derimere cause matrimoniali. Nonostante l'abate aves se ampia giurisdizione anche spirituale, inutilmente contestata dal vescovo di Brescia, il fonte battesimale rimase nella pieve di S. Giovanni, prima, e poi presso quella di S. Pietro. In effetti il monastero aveva finito con l'assorbire, fin dai tempi di Desiderio, anche per un qualche tempo la pieve, tutte le cappelle e la stessa chiesa plebana di S. Giovanni, come suggeriscono il privilegio di Berengario II a Adalberto del 958 e come conferma la bolla del 1019 di Benedetto VIII. Insomma l'abate riuniva in sè anche la giurisdizione spirituale dell'intero territorio di Leno. Ma già dalla seconda metà del sec. X e nella prima metà dell' XI, come annota il Baronio, pgg. 218-219, ciò già avveniva. Sorge così nel borgo fortificato la chiesa di S. Pietro, già ricordata nella bolla di Gregorio VII, del 1078, e i cui chierici nel 1195 "tenebant plebem" cioè facevano funzionare anche la chiesa di S. Giovanni che non aveva più un clero proprio. In pratica la pieve stava cedendo il passo alla parrocchia che presto si trasferirà al centro del nuovo borgo e che rivelerà la sua esistenza specialmente dal sec. XIV in poi, con la decadenza del monastero. Confermano questo anche l'evoluzione del diritto alle decime. L'abate ebbe anche la titolarità di esigere la decima su tutta la pieve di Leno, confermata dal diploma di Ottone I del 962 che confermava la tassa destinata ad uso dei poveri e degli ospiti. Veniva ancor più esplicitamente confermata nel diploma imperiale del 1014 e del papa Benedetto VIII nel 1019 ed in seguito nei documenti imperiali di Corrado II del 1026 e del 1036, contenuta in quello di Nicolò II, in documenti seguenti. Venne poi, detta titolarità, sempre più limitata, suscitando contese nel 1194, quando l'abate non era più titolare universale del diritto sulle decime, essendo una quota acquisita dal vescovo di Brescia e altre divenute oggetto di uno scambio feudale, troncando con ciò sempre più il diritto rapporto dell'abate sulla popolazione. In effetti nel 1194 al monastero spettando solo quattro quinti delle decime della corte di Leno, mentre il resto è passato ai Cazzago, titolari di quelle che si raccolgono nella zona occidentale, più recentemente ridotta a coltura ed in alcuni sedimenti del borgo Campagnola e del borgo Pascolo, altre sono dei Milo Griffonio e dei Prandoni. Perfino il vescovo ha concesso decime ai Rodengo. Mentre la pieve di S. Giovanni andava declinando e scomparendo (di essa vi è un solo ricordo nel nome della roggia S. Giovanna che un tempo le passava accanto), prende sempre più importanza la chiesa di S. Pietro i cui sacerdoti e chierici assistevano la popolazione che si era ristretta nell'ambito del castello. I benedettini avevano perfino portato il fonte battesimale nella chiesa abbaziale e l'avrebbero tenuto chissà per quanto se non fosse intervenuto il papa (Innocenzo II o il B. Eugenio I) ad ordinare che il battistero ritornasse alla pieve, proibendo nella maniera più assoluta di battezzare nel monastero. Nel sec. XIV° con l'incipiente declino della potenza spirituale e temporale del monastero anche la pieve divenuta ormai parrocchia, andò organizzandosi. Chi dirigeva la comunità parrocchiale non riprese però subito il titolo di arciprete, ma di un rettore qualsiasi. Tuttavia la parrocchia ritorna, con le sue chiese ed il suo clero, unendosi intorno al castello a formare il nerbo religioso di una comunità che ormai crescerà al di fuori dell'influenza benedettina. Passa un secolo e la parrocchia ricompare, salendo lentamente gradino per gradino nel suo antico splendore e rivestita della sua grande e da secoli perduta, importanza. Divenuto il monastero una prebenda, anche il capo della parrocchia riprende il suo posto di preminenza religiosa, i suoi diritti ed il suo titolo di arciprete della rinata Pieve riemersa dall'oscurità dei tempi, alla quale concorrono come alla chiesa madre le parrocchie di Milzanello e di Castelletto, ultimi epigoni dell'antica e vasta organizzazione plebanale. Con la susseguente organizzazione ecclesiatica, Leno ridiventa parrocchia e finirà col dipendere, come vicaria, dall'arciprete di Bagnolo. Pur avendo perduta la sua importanza, sia come sede di un potente monastero e come Pieve, Leno non manca di una notevole vitalità religiosa; come dimostrano quella della Disciplina che trovò sede nella chiesa di S. Michele, cui s'accompagnano nella seconda metà del sec. XVI la Confraternita del SS. Sacramento (con 300 inscritti nel 1580) quella di S. Croce (con 60 inscritti), un'altra Confraternita non meglio specificata (con 22 inscritti), mentre è funzionante il Consorzio dei Poveri. Dagli atti delle visite pastorali sappiamo poi che la dottrina cristiana è molto frequentata. Il 22 aprile 1654 per iniziativa dei Domenicani di Brescia è istituita la Veneranda Scuola del S. Rosario. Nel dicembre del 1662, per iniziativa di Dorotea Lizzari sottopriora della Dottrina Cristiana e del fratello suo Francesco arciprete di Leno, nasceva una piccola comunità di Dimesse di S. Orsola che tennero anche un piccolo collegio che continuò alimentato da offerte e legati fino alla soppressione napoleonica del 25 di aprile del 1810 e 29 agosto 1811, quando le 9 di messe (originarie da vari paesi) e le 3 educande vennero disperse e le case ed i beni venduti ai privati. Nel 1704 le associazioni sono: la confraternita del SS. Sacramento con due cappellani celebranti, la Scuola della SS.Croce con cappellano, la Scuola dell'Immacolata Concezione, del SS. Rosario dove si veneravano le immagini dei santi Nicola e Rocco, infine la Confraternita dei Disciplini, in S. Michele, dotata di un buon patrimonio che consentiva di far celebrare messe ed uffici funebri all'altar maggiore, una messa quotidiana all'altare della Vergine e di distribuire pane, ai poveri. Interessante l'esistenza nel '700 di un Oratorio di S. Filippo Neri. A distanza di centocinquant'anni nel 1954 esistevano ancora: la Confraternita del SS. Sacramento (ricostituita nel 1863) la Congregazione della Dottrina Cristiana, la Compagnia di S. Luigi, l'Unione Madri Cristiane, il Terz'Ordine di S. Francesco. Nel 1814 per iniziativa del parroco don Vezzoli, nasceva l'Oratorio Maschile, tenuto dall'ex cappuccino P. Onorato da Gussago. Più tardi si aggiunge nel 1864 quello Femminile con una Scuola di Lavoro. Un nuovo risveglio organizzativo in campo parrocchiale si ebbe con la costituzione nel 1913 di un Circolo della Gioventù Cattolica con circa 100 inscritti ed il suo rilancio, il 21 gennaio 1921, lo si deve a Don Francesco Viani con la sua dedicazione ai SS. Vitale e Marziale, inaugurato solennemente con una grande manifestazione pubblica il 10 luglio, festa dei Santi. Quasi contemporaneo fu il risveglio della attività missionaria con la costituzione il 23 marzo 1922 della Commissione Parrocchiale delle Opere Missionarie. Perseguitato e sciolto nel 1921 il Circolo Cattolico, venne ricuperato dopo vari tentativi e superata la crisi del 1931, nel 1933 trovò una sistemazione in casa Piccoli e un'altra nel 1934. Il secondo dopoguerra registrò un intensificarsi, sotto la guida dell'arciprete don Battista Galli della vita religiosa e parrocchiale, di cui furono segni le grandi celebrazioni benedettine del 1947, l'anno mariano del 1954, il XII centenario della fondazione dell'abbazia il 15 marzo 1958, il II centenario della creazione della chiesa parrocchiale del 1961, l'inaugurazione di una nuova urna dei SS. Martiri nel 1963, l'elevazione della parrocchiale a chiesa abbaziale il 10 giugno 1967. Nuovi interventi arricchirono la chiesa parrocchiale con il restauro, nel 1978, ad opera di Eliseo Franceschi, della pala dell'Altar Maggiore; con l'installazione, nell'ottobre 1984 del nuovo altare maggiore liturgico, in legno nocescuro con fregi in tiglio, opera della bottega artigiana Martino Sandrini e figli di Pontedilegno lungo 3 metri, largo m. 1,10 e alto 1, con tre formelle raffiguranti: quella centrale la Cena di Emmaus: le laterali i SS. Pietro e Paolo. Ai lati del presbiterio sono stati posti due amboni. Nel 1985, venne restaurata la torre e costruito un grandioso centro parrocchiale. Della vecchia chiesa di S. Pietro, nominata nel 1068 non sappiamo molto; venne probabilmente ricostruita nel sec. XV, era ampia e nel 1580 aveva ben nove altari ed era appena stato costruito il campanile. Nel 1705 gli altari erano il maggiore del SS. Sacramento, del Rosario, di S. Carlo, della B.V. dello spasimo, dell'Immacolata Concezione, della S. Croce, di S. Antonio di Padova e di S. Antonio abate sul quale si veneravano le reliquie esposte particolarmente la terza domenica di ottobre e fra quelle particolarmente venerate di: S. Fabio, S. Concesso, S. Concordia, S. Paolo, S. Vincenzo, S. Costanza, S. Costanzo, S. Desiderio.


La Chiesa Parrocchiale - Alla costruzione della nuova parrocchiale, già desiderata dall'Arciprete Prevosto, morto nel 1744, venne affrontata decisamente da un altro arciprete don Carlo Carli, subito dopo il suo ingresso nel 1751. Nel 1758, ottenuta l'assicurazione da parte del Consiglio Speciale del Comune e dei padri di famiglia di uno stanziamento annuo, vennero eletti i deputati alla Fabbrica nelle persone di Francesco Ghirardi, Paolo Giovanardi, Francesco Damonte, nonché predisposta l'area necessaria alla costruzione. Questa venne decisamente approvata (con 13 voti favorevoli e 3 contrari) dal Consiglio Speciale del Comune, del 17 marzo 1758. Due giorni dopo, i capifamiglia appositamente riuniti con 132 voti favorevoli e 17 contrari, ratificavano la decisione. Individuata l'area di proprietà della parrocchia ed acquisite le case contermini, ne venne affidato all'abate Antonio Marchetti il progetto ed il 29 aprile 1760 venivano avviate a Venezia le pratiche per il nullaosta che venne rapidamente confermato assieme alla approvazione del progetto dalla Curia di Brescia con lettera del canonico Giacomo Soncini del 10 di maggio 1761. Al contempo venne trovato nel conte Bartolomeo Martinengo un valido benefattore e padrino per cui il 29 giugno 1761, festa dei Santi Titolari veniva posta la prima pietra, unitamente ad alcune medaglie con questa epigrafe: "A Dio ottimo massimo essendo sommo pontefice Clemente XIII - doge di Venezia Francesco Loredano - per ordine del Vescovo di Brescia Giovanni Molino - l'arciprete di Leno - Carlo Carli - al nuovo tempio parrocchiale - da erigersi - in onore dei Santi Apostoli Pietro e Paolo - e da sostituirsi - al vecchio che deve essere distrutto - per decreto del Comune e del popolo - questa prima pietra - con rito solenne consacrata - essendo padrino l'Illustrissimo Bartolomeo Martinengo - pose - il 29 giugno 1761". Anche se non conosciamo la documentazione sulla costruzione della chiesa, sappiamo che capomastro della fabbrica fu Domenico Praldini, discepolo del Corbellini. Nel 1779 se la facciata era terminata, restava da costruire la sola volta della navata. Tuttavia la costruzione durò ben 23 anni ed immensi furono i sacrifici compiuti dalla popolazione in genere povera e contadina. Nel 1782 venne finita anche la sagrestia e la chiesa venne benedetta dal vescovo il 30 ottobre 1784. Nel novembre 1785 vi vennero trasportate con grande solennità le reliquie dei SS. Vitale e Marziale, rinvenute dietro l'altar maggiore dell'abbazia e delle quali verrà compiuta una ricognizione del 1793 dal vescovo di Crema mons. Lombardi e messe nel nuovo altare. Dopo anni, nel 1810 veniva costruito l'altare maggiore, nel 1812 eretta la piccola torre campanaria, nel 1816 fusa la campana maggiore e realizzate numerose opere (altari, organo, pavimenti). Il 14 ottobre 1911 la chiesa veniva consacrata dal vescovo ausiliare mons. Giacinto Gaggia. Il 10 giugno 1967 la chiesa veniva elevata al titolo di Abbaziale. Dal 1981 al 1985 venne condotto a termine un completo restauro ai tetti, alla facciata, alle pareti interne ed alla volta. Entrando nella chiesa a sinistra sulla controfacciata, a lato della bussola vi è un grande dipinto a olio su tela di cm. 265 x 170, raffigurante la cattedra di S. Pietro di anonimo probabilmente dell'ultimo decennio del '700 o dell'800. Il Boschi ha scritto: "Il grande dipinto rivela un impianto profondamente classico, sia nella composizione generale che nella posizione delle figure. Contornata da angeli, la figura del vecchio santo è aulicamente rappresentata in atteggiamento autorevole e meditativo. Il trattamento dei panneggiamenti, in un certo senso post tiepoleschi, e dei visi degli angeli, nonchè i particolari di ambiente, il gradino superiore, il bracciolo della poltrona consentono di limitare la datazione ad un periodo notevolmente ristretto, tra gli ultimi anni del settecento ed i primi dell'Ottocento, con probabilità nell'ultimo decennio del XVIII secolo. Il primo altare sulla navata di sinistra dedicato un tempo a S. Lucia con reminiscenza barocca ha un pagliotto in marmi policromi, due colonne che finiscono con due angeli in preghiera e in un doppio timpano con al centro un cartiglio. La pala di S. Lucia è opera del pittore W. Mazzolari del 1901. È ora coperta da un drappo sul quale spicca un grande crocifisso del sec. XVI (alto cm. 174) in cui R. Boschi ha visto una certa somiglianza, limitata al panneggio, allo studio anatomico, con quello del duomo di Salò mentre il "senso generale" lo avvicina a quello di S. Giovanni a Brescia "che ne potrebbe costituire il prototipo". Il secondo altare è dedicato a S. Giuseppe e venne costruito nel 1899 come dono di Laurina Marchioni Bozzoni, sostituendo forse l'altare della Madonna dello Spasimo. L'altare si compone di due parti diverse, con il paliotto, la mensa e il tabernacolo del '700 ricchi di volute ed elaborazioni, forte movimento plastico e la parte superiore con le colonne ed il fastigio molto semplici della fine dell'800. In una nicchia vi è la statua di S. Giuseppe, coeva all'impianto dell'altare. Il terzo altare è dedicato alla Madonna del Rosario. Ricchissimo di marmi policromi, arabescato di piante e di fiori, presenta un paliotto e soprastanti gradini ricercatissimi nelle tarsie. Elaborate anche le colonne ed il fastigio con al centro un ovale con la colomba e ai lati due angioletti. Anche le colonne sono affiancate da due statue. L'altare assieme alla bella statua della Madonna è da assegnare alla metà del sec. XVIII. Solenne è invece il quarto altare dedicato al SS. Sacramento ed anche se più lineare di quello precedente della Madonna è più ricco di motivi barocchi, accompagnati da cornici e dentelli e dal tondo centrale di intonazione classica. L'architettura già così ricca raccoglie una suggestiva pala ad olio su tela di cm 346x173, attribuita, da Franco Mazzini, a G.B. Pittoni, di scuola veneta, raffigurante la Comunione degli Apostoli. Il Boschi ha rilevato come l'elemento che caratterizza questo dipinto è il grande movimento delle figure; un Cristo con un busto fortemente torto, le gambe piegate, il braccio slanciato in avanti vivacizza l'insieme, sostenuto dai gesti enfatizzati dei due apostoli dietro la tavola, di quello orante e di quello prono sulla destra. La composizione geometrica si impernia sulla figura del Cristo secondo due direttrici inclinate, una che ne segue l'andamento del braccio, l'altra quello del busto. Grazioso è il tabernacolo di marmo con timpano ed eleganti colonnette. Nel profondo presbiterio, sulla sinistra sta una controcantoria. Al centro si presenta l'altar maggiore, iniziato nel 1810, grazie al decisivo contributo finanziario del conte Girolamo Martinengo. Il progetto è di Antonio Tagliani; molto semplice, ha scritto il Boschi, nel suo impianto, l'altare si arricchisce con il movimento centrale della mensa arretrata e con il ciborio - tempietto superiore, vera e propria glorietta esastila con alto architrave fregio decorato con riporti metallici e cupola squamata a coronamento. Addobbato con le figure degli angeli adoranti, l'insieme rientra in quel modo espressivo del linguaggio figurativo accademico neoclassico e purista tipico, nel Bresciano come altrove, per i primi decenni dell'Ottocento. Per una porticina a fianco dell'altare si accede in una sagrestia trasformata poi in cappella. L'ambiente si presenta con caratteristiche neogotiche in auge negli ultimi anni del sec. XIX e nei primi del sec. XX. La volta, ad imitazione dell'altra sagrestia è stata dipinta in prospettiva con una cupola a costoloni e angeli. Quattro angeli sono stati dipinti nei pennacchi. Nell'abside in una cornice elegante con decorazioni specie nei capitelli e con 4 angeli sta una vasta pala raffigurante i SS. Pietro e Paolo, attribuita, come scrive il Boschi, per lo schema narrativo immediato, la composizione degradante, l'immediatezza della espressione e dei gesti, a Francesco Fontebassi (1709-1763). Lo stesso Boschi annota: Un grande spazio, dall'architettura vagamente irreale, nel quale campeggia l'altare all'aperto, sotto un ampio porticato, racchiude circolarmente la scena, interrotto solamente dal volo degli angeli. Il gruppo di figure, benchè composto, sembra formato da elementi separati dotati ognuno di autonomia di comportamento, fusi insieme da un gusto coloristico di spiccato sapore veneziano". Sulla destra, a fianco dell'altare maggiore si apre la porta che conduce nella sagrestia. Si tratta di un ambiente pittoricamente suggestivo. Costruita nel 1782, a pianta quadrata, con volta a vela, venne tutta decorata dal quadraturista cremonese Giuseppe Manfredini e dal pittore Sante Cattaneo. Girali, festoni, candelabri, teste leonine, variano la già ricca architettura. Nella volta è dipinto lo Spirito Santo in una gloria di angeli mentre nei riquadri monocromi della finta cupola il Cattaneo ha raffigurato la caduta della manna, Giuseppe l'Ebreo con i fratelli, il sacrificio di Melchisedech ed il passaggio del mar Rosso; nei pinnacoli ha dispinto i quattro vescovi bresciani: SS. Filastrio e Gaudenzio, Ramperto e Adelmano. Sotto in quattro piccole mandorle, lo stesso pittore, ha rappresentato le quattro virtù cardinali: Giustizia, Temperanza, Fortezza e Prudenza. Su due opposti, in due quadri figurati, pur monocromi, sono stati dipinti: S. Pietro liberato dal carcere e S. Paolo guarito dalla cecità sulla via di Damasco. Segue sempre nell'ambito del presbiterio l'organo. Quello antico venne sostituito nel 1883 con un nuovo strumento, opera di Giovanni Tonoli, cognato di Tito Speri. Modificato nel 1909 da Diego Porro, venne di nuovo restaurato nel 1922 da Pietro Donelli di Cremona. Scendendo nella navata a destra, s'incontra l'altare dedicato all'Immacolata, combinazione di due diversi elementi come indicano la parte inferiore molto semplice e quasi povera e, invece, la ricchezza del fastigio superiore, ricco di finte prospettive e volute, sostenute da due raffinate ed intarsiate colonne. Elegante e movimentata è anche la cornice che racchiude la pala (olio su tela di cm. 261x138) graziosa e piacevole raffigurante l'Immacolata, quasi librata per aria fra la colomba e gli angioletti. Attribuita dapprima al Cignaroli, R. Boschi ha pensato di assegnarla a Saverio della Rosa (Verona 1775-1821), nipote del Cignaroli. Il terzo altare di destra è dedicato ai SS. Martiri Vitale e Marziale come patroni di Leno. Realizzato nel 1784, forse su progetto dello stesso Marchetti, per iniziativa del tagliapietre veneziano Francesco Resegati che ha utilizzato marmi di particolari effetti che esaltano la preziosità specie delle colonne di marmo veneto e del timpano curvo, spezzato con puttini e coronamento triangolare. La pala (olio su tela, cm. 268x150) eseguita nel 1788 da Santo Cattaneo raffigura i due santi che vengono condotti al martirio ed in alto S. Francesco d'Assisi e S. Antonio Abate. Segue l'altare dedicato alla S. Croce e S. Pietro Martire. Armonioso e pur molto decorativo ricco di armi variegate, ha un doppio fastigio. La pala (olio su tela di cm. 336x170) rappresenta S. Pietro Martire con la croce e la testa spaccata da un coltello ed a sinistra il suo martirio. Il Boschi ha rilevato nel quadro notevole contrasto tra la staticità della figura centrale e la vivacità della scenetta retrostante, indicatrice dei diversi significati dei due momenti raffigurativi, si rivela con scarti cromatici e di composizione che mettono in luce anche il dispregio per il soldato nella sua posa vagamente grottesca. La pala, da alcuni attribuita al Gandino, viene da R. Boschi inserita nella produzione abbastanza ricca di Agostino Galeazzi (1520-1580). L'ultimo altare costruito verso la fine dell'800 è dedicato a S. Antonio di Padova, raffigurato in una pala del bresciano Cesare Bertolotti (1854-1932). La mensa di questo altare è sostenuta da un paliotto in pietra verde e decorazioni bianche, mentre le colonne del dossale, che formano soasa e sostengono il timpano sono a venature rosse e grigie. Un imponente tabernacolo gravita sulla mensa con effetto un po' stridente; apprezzabile la porticina in legno incisa con gli elementi del pane e dell'uva e coperta in lamine d'oro. Sulla controfacciata fa mostra di sè una bella pala (olio su tela di cm 240x180) rappresentante la Deposizione attribuita al bolognese Giulio Cesare Procaccini (1570-1625). Ha scritto il Boschi che incentrata sulla figura del Cristo per dimensione e posizione e su quella della Madonna per drammaticità e colore, questa pala pervasa dalle espressioni dolenti dei partecipanti ed affollata, più che composta, snoda il proprio tema secondo un linguaggio tipico lombardo tardo manierista. Le statue che ornano la campata della navata sono dovute allo scultore Righetti e raffigurano diversi santi. Le vetrate sovrastanti gli altari sono di recente esecuzione e raffigurano simboli mariani e dei santi ai quali sono dedicati gli altari. Quelle più imponenti del presbiterio raffigurano, a sinistra i SS. Martiri Vitale e Marziale, i SS. Pietro e Paolo; quello di destra S. Benedetto e S. Scolastica e sopra, il volto di S. Paolo con il Golgota. Nella vetrata della facciata è raffigurata l'Assunzione di Maria Vergine ed i santi Caterina d'Alessandria, Benedetto ed altri. Particolarmente preziose sono le stazioni della via Crucis da qualcuno attribuite al Pitocchetto, ma più evidentemente di intonazione tiepolesca.


Scomparse la chiesa del monastero, quella di S. Iacopo internamente all'abbazia, di S. Maria e di S. Scolastica (consacrata nel 1104 e distrutta nel 1784) e di S. Antonio, scomparsa anche la chiesa di S. Nazaro (registrata dagli atti della visita di S. Carlo nel 1580 e passata a mani private nel 1880), sono rimaste alcune chiese più recenti.


S. Michele fu sede della Disciplina che aveva i locali annessi alla chiesa. Soppressi i loro beni nel 1797, i locali divennero alloggi dei soldati e in seguito ambienti scolastici; nel 1813 la chiesa venne restaurata e crollato il tetto nel 1963, venne gradualmente ristrutturata e di nuovo restaurata nel 1985.


Dedicata a S. Benedetto e poi a S. Bernardo è la chiesa della Mirabella. Di proprietà della famiglia Caprioli mostra strutture architettoniche tardo gotiche specialmente nell'abside; conservati alcuni begl'affreschi fra cui una Madonna in trono (malamente restaurata) tra i Santi Benedetto e Bernardo ed i Santi Rocco e Sebastiano (a sinistra). Sulla parete di sinistra vi sono due begli affreschi con SS. Cosma e Damiano.


Una chiesetta venne costruita da Alessandro Rossi in contrada dell'Olmo, nel dicembre del 1762. Un'altra chiesetta dedicata alla Assunta venne costruita nel 1946 alla Scovola. Anche i Seccamani ebbero un oratorio privato nel loro palazzo. Passò invece sotto la parrocchia di Castelletto di Leno la chiesa di S. Maria del Massago. Più recente è la costruzione della Cappella Mortuaria dei sacerdoti, restaurata nel 1932 e nel 1980. La leggenda vuole che la Madonna del Massacro fosse eretta a suffragio dei caduti detti del Letone nel ricordato scontro fra l'abate di Leno ed Oberto di Savallo. Leggenda a parte, il nome deriva da "massa", podere, fondo. Documenti del sec. XVI registrano anche il termine Massardo che potrebbe essere qualcosa di simile a mezzadro. Invece, dato che si trattava della Madonna, la madre dei dolori, si è inventato un massacro di innocenti avvenuto in una guerra imprecisata. Vero è invece un saccheggio francese del 1521 per cui la storpiatura ha una sua giustificazione anche escludendo che la denominazione derivi da essa. Un documento precisa la data della sua erezione del 24 luglio 1538 in cui "si diede principio alla fabbrica della Beata Vergine del Mazzago, territorio di Gottolengo, con una gran processione della detta terra, alla quale intervenne prete Andrea Massi che faceva le veci del preposto di Gottolengo Antonio Barbera. "Un puro caso portò il santuario nella giurisdizione territoriale di Castelletto di Leno. Nel 1619, facilmente a causa di una alluvione, il corso del fiume Redone cambiò il suo corso, scorrendo tre campate più a sud, per cui, revisionati da una commissione il 25 settembre i confini, esso cambiò giurisdizione, passando sotto il patronato del comune di Leno e più tardi alla parrocchia di Castelletto ed assegnato ai frati del terz'Ordne francescano chiamati i frati della Penitenza con il suo patrimonio di 30 piò di terra che permettevano la celebrazione di messe periodiche. Nel 1626, certo Vittorio Cicognini, annetteva un nuovo legato per una messa settimanale in giorno feriale. Nel 1694 il comune di Leno vinceva un processo intentato dal curato di Castelletto che vantava diritti sul santuario ed otteneva dal governo veneto di usare i beni del santuario per estinguere un debito verso le monache benedettine di S. Maria della Pace. Il devoto sacello fu ricoperto di ex voti e fu sempre frequentatissimo fino al 1800, quando fu abbandonato e poi distrutto per ricavarne il materiale per l'erezione della chiesa parrocchiale di Castelletto di Leno. In fondo a via Vigonovo esiste una piccola cappelletta dedicata alla Madonna di Caravaggio e chiamata la "Madonnina" è circondata di particolare devozione e venne restaurata nel 1985.


Tra gli edifici civili a Leno vi è la fattoria dell'abbazia, notevole per imponenza e singolare esempio di biolcheria cinquecentesca. Si tratta, ha scritto Fausto Lechi, di un grandioso fabbricato a due piani, lungo, di pianta a forma rettangolare, che presenta sulle due strade il suo aspetto severo col muro in cotto a vista. Le finestre del primo piano si aprono talmente alte che vanno a tagliare il cordone marcampiano e ad interrompere il ritmo dei forti modiglioni di gronda simili a quelli di un palazzo. Uguale fatto avviene nel prospetto interno verso il cortile, dove le finestre si aprono sulle arcate del portico. Il portale del lato corto non venne finito; di esso rimangono soltanto le spalle bugnate in pietra. Alquanto rustica, ma di una certa imponenza è la dimora secentesca dei Martinengo della Pallata. Ha finestre ben disegnate, un bel portale con un leggero balcone. L'androne con volto a botte è decorato con medaglioni raffiguranti, Venere e Amore, Diana e Minerva e lo stemma dei Martinengo. All'interno un portico a tre archi e pilastri quadrati, sorregge una facciata scandita da lesene e riquadri di malta; si scorgono tracce di affreschi raffiguranti lo stemma del casato, mascheroni, anfore ed altre decorazioni.


Leno venne considerato, fin dai tempi antichi, un insieme di isole verdi fra brughiere ad E lame a SE ai confini di Montichiari e di Ghedi. Le bonifiche operate dal Monastero e la regolamentazione delle ac que continuata poi dal Comune, resero via via più fertili sempre più vaste estensioni di terreno. Nel 1609 il Da Lezze dichiara "bonissima la terra" con i campi più fertili valutati a cento scudi il piò. Tale fertilità era dovuta ai numerosi canali derivati dal Mella e da fontanili che irrigano il territorio. Fra i principali e più antichi canali si possono citare la Badia, la Seriolazza, la Santa Giovanna, il Naviglio, la Bassina, il Lavaculo; tra i più recenti il Benone, il Littorio, il Cavo Inferiore. All'inizio alcuni di essi erano di proprietà del Monastero e poi sempre più in comproprietà di questi con il comune. Per procedere ad ulteriori bonifiche il Comune stesso cedette parte dei propri possedimenti fondiari a privati sempre con l'obbligo, come detta una delibera del 27 dicembre 1681 di "scavar fossi sotto giudizio delli deputati i quali hanno facoltà di giudicare sopra tali opere". Una più accentuata cessione dei beni comunali, incolti ed anche coltivati, a privati venne sollecitata da una sovrana risoluzione il 16 aprile 1839 in seguito alla quale nell'aprile 1843 il Comune incaricava l'ing. Pietro Dander di redare un apposito progetto di alienazione di terre comunali, mentre una legge del 4 luglio 1874, seguita da R.D. del 23 marzo 1884 sollecitava opere decisive di bonifica in tutto il territorio nazionale. L'inizio di tali opere era più che urgente, giacchè sussistevano ancora nel territorio paludi dette di "strame" in parte utilizzate per la coltivazione del riso, valutate intorno ai 1764 ettari, oltre a grandi estensioni di terreno "bruciato dall'asciutto". Senza attendere progetti generali alcuni privati, fra cui principalmente i fratelli milanesi Camillo, Pietro e Battista De Giuli diedero il via dalla cascina Scovola ad ampie ed intense opere di bonifica. Nel 1877 poi, l'ing. Federico Ravelli stendeva, su incarico, una relazione con progetto di massima per la bonifica di terreni comprendenti oltre al territorio di Leno quelli di Ghedi, Gottolengo ed 'sorella. A quella privata si accompagnava presto l'azione del Comune che su progetto dell'ing. Emilio Lazzaroni intraprendeva nel 1852 la bonifica dei 268 ettari paludosi di sua proprietà, completata nel 1895, a titolo di esperimento seguiva la bonifica dell'Onigretto di circa 300 piò. Già fin dal 1893 il comune di Leno aveva meritato dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio una medaglia d'oro e una d'argento cui ne seguirono altre due d'argento ed una di bronzo. In pochi anni vennero scavati dieci chilometri di cavi di prosciugamento, mentre il valore dei fondi aumentava di molto e le cascine si popolavano: sui fondi Olmo, Camplungo e Pluda le famiglie da 13 nel 1874, salirono a 43 dopo la bonifica. Scomparvero le piccole fornaci esistenti nell'800. L'opera di bonifica venne ripresa nel 1926 e condotta con decisione anche la costruzione di un canale di irrigazione, inaugurato nel settembre 1931. Le bonifiche hanno fatto declinare definitivamente ogni progetto di sfruttamento della torba che nel 1843 era stata valutata intorno a 81.375 metri cubi su 25 piò e di cui ne erano stati scavati 40.687 metri cubi. Le tradizionali colture furono quelle cerealicole. Quella del frumento di 3 mila quintali nel 1800, si raddoppiò nel 1856; fino a raggiungere nei primi anni del '900 un produzione di 12 mila quintali e valori altissimi fino agli anni Trenta. Nel sec. XVII venne introdotta la coltivazione del grano turco o mais e si diffuse dopo la carestia del 1764, predominando nell'800 e poi riprendendo a diffondersi nei primi decenni del 1900. I 25 mila q.li divennero 43 mila nel 1927, coprendo il 31 per cento dell'area coltivata. Antica è la coltivazione della vite di vari tipi; si sviluppò ancora sulla fine del sec. XIX. Dai 6 ettari nel 1890, si sale a 18 nel 1892; la superficie dai 10 ettari nel 1890, saliva a 40 nel 1895 ed a 100 nel 1900. Pure sviluppate, specialmente dal 1860 in poi, la gelsicoltura e la bachicoltura. Da 7 mila chilogrammi nel 1879, si sale a 19.850 e per salire ancora a 60.000 nel 1894, scendere poi, raggiungendo i 45.000 nel 1929 per declinare poi sempre più. A Leno esistettero circa una trentina di piccole filande con circa 60 fornelli. La Filanda Seccamani nel 1863 aveva 13 fornelli. Agli inizi del sec. XIX si aggiunge la coltura del riso, documentata dal 1837 in poi con risaie stabili che si diffusero rapidamente dalla Scovola a Mirabella, all'Aquila del conte Salvadego, alle Poiane, Pluda, Rescatto, Castelguercio, S. Nazaro su una superficie variabile dai 200 ai 250 piò. Verso il 1890 la coltivazione si perfezionò tecnicamente, grazie soprattutto a Pietro De Giuli, ma suscitò sempre più intense polemiche circa la salubrità che richiamarono disposizioni e regolamenti sempre più severi. I 65 ettari coltivati nel 1892 diventarono 40 nel 1893, 5 nel 1900, estinguendosi poi. Nel '700 si diffuse la coltivazione del lino che nel 1790 dava lavoro a 35 telai e ad una tintoria. I 40 quintali di lino lavorato nei primi decenni del 1800 erano divenuti 80 nel 1840, quintali 395 nel 1872, mentre altro lino veniva destinato a produrre olio e linseme. Nel 1922 i De Giuli introdussero alla Scovola la coltivazione del tabacco, seguiti nel 1923 dal cav. Gaetano Gatti alla Pluda. Rapidamente la coltivazione limitata a 5 ettari nel 1922 saliva in breve tempo a 15. Vennero coltivate soprattutto le varietà Kentucky, Burley, Virginia: tale coltivazione scomparve poi recentemente. Nuove realtà sono sorte negli ultimi anni quali il vivaio Giovanni Ambrogio che con le 350 mila piante coltivate l'anno è considerato il più grande produttore di piante novelle Kiwi d'Italia. Nel 1970 il Consiglio Provinciale ha destinato 710 ettari per il ripopolamento e la cattura della selvaggina. Numerose le mostre zoofile specie di cani da caccia. L'estensione delle colture foraggere che occuparono sempre più della metà dell'area agricola, ha sempre favorito gli allevamenti. Non curato fino alla fine dell'800 quello del bestiame bovino, dato che gli allevamenti veri e propri erano, nel 1884, ristretti alle aziende Crosti, Borsa, Bravo e Zanini per complessivi 200 capi. Solo nei primi decenni del sec. XX si organizzarono aziende con 40 e 70 capi stanziati, mentre i De Giuli compivano esperimenti di alimentazione, già iniziati nei decenni precedenti. Un incremento venne dal mercato del bestiame, istituito dal Comune, ogni martedì, a cominciare dall'8 aprile 1890 e dalla Mostra intercomunale dei bovini del 4 ottobre 1925. L'aumento degli allevamenti incrementò l'industria casearia che ebbe i suoi più moderni pionieri nei fratelli Gatti e Lanti, all'avanguardia in provincia, negli anni venti del sec. XX, ma sono state soppiantate molte industrie casearie, recentemente, da industrie cooperative di respiro provinciale quali la S.A.L.I.L. che lavora il 60 e 65 per cento e la C.A.B.R.E. di Cadignano che lavora il 20 per cento. La S.A.L.I.L. ha poi piantato a Leno nel 1951 una sua filiale. Finalizzata agli allevamenti per produzione di carne è la Scovola da quando è passata in proprietà a Luigi Lucchini. In auge l'allevamento dei suini dapprima del tutto affidato a privati ed ora soprattutto a cooperative ed aziende. Migliaia di suini della razza Large White, alleva la filiale della S.A.L.I.L. Prospero nei primi decenni del sec. XX l'allevamento di equini, specialmente di cavalli da sport, oggi tuttavia in regresso. In espansione invece da pochi decenni l'avicoltura, specialmente la pollicoltura.


Già alla fine del '500 esistevano dei molini (della Rassegna, della Campagnola, della Gambarella, alla Formola, dei Dossi, di Pozzolo) cui si aggiunge quello detto della Costa. Avevano una, due ed anche tre ruote. Nel 1820 quattro di essi erano del Comune e tre di privati. Vi erano inoltre una macina della linosa (alla Campagnola) una "pistadora del riso" (alla Gambarella) e delle "rasseghe". Nel sec. XVI se non prima il Comune tenne dei "tezoni" (grandi fosse) per la produzione del salnitro utilizzato nella fabbricazione dei vari salnitri. Nel 1807 i tezoni erano 31 ma per lo più abbandonati. Fra gli appaltatori di tezoni compaiono i nomi dei Pozzi, Belloni, Borghi, Roversoli, Biasi. Nell'ottocento operava una fornace che fabbricava tegole e mattoni e che occupava nel 1856 dodici dipendenti. Forme artigianali e industriali hanno preso sviluppo soprattutto nel sec. XIX con vari piccoli filatoi, fra cui attiva fino alla seconda guerra mondiale la filanda Gatti, della seta e manifattura di lino e cotone. Nei primi decenni del secolo Luigi Bassani fabbricava sacchi inconsutili che presentava all'Ateneo nel 1820. Nel 1835 un Tonolini fondava a Leno una fabbrica di orologi molto apprezzata. Sulla fine del secolo i Fratelli Zucca aprivano uno stabilimento per costruzioni in cemento, mentre agli inizi del '900 si distinsero il calzaturificio De Giuli ed una fabbrica di calzature di lusso di Paolo Cirimbelli che ebbe buon nome. Rinomate erano a Leno le botteghe artigianali specializzate nella lavorazione di finimenti per cavalli che negli anni Cinquanta hanno convertito la lavorazione in attrezzature di apparecchi radio con congegni sofisticati. Si tratta di circa 300 artigiani che fin dal 1978 si prefissero di acquistare in cooperativa 120 mila mq. di terreno e costruire un'area artigiana completamente organizzata.


Negli anni Cinquanta sono sorte anche vere e proprie industrie come la Ferro-sedie di Bienni-Bozzoni in frazione Porzano; la COBO, azienda specializzata per la produzione di telecambioluce, fondata nel 1950 da Giuseppe Cozzi e Pietro Bonassi, le ditte ELCOM e RELCA per la produzione di impianti elettrici, la SAMA per la produzione di molini per aziende agrarie, una fabbrica di giocattoli, la BAT-IM per la produzione di batterie, incubatrici, caldaie. La Cavallina fondata nel 1953 fabbrica banchi di scuola in metallo, pallottolieri ecc. Oltre 200 operai occupava fino al 1974 il Calzaturificio MAGOS. Attive alcune piccole aziende tessili ed officine meccaniche; mentre è diffuso l'artigianato del mobile in legno ed in ferro. Nutrito il pendolarismo giornaliero su Brescia e su Manerbio. All'incremento dell'attività economica venne incontro, agli inizi del 1911 un'Associazione Commerciale Agricola Lenese, avente lo scopo di promuovere il risveglio economico della comunità lenese. Viva fino dal sec. XIX la cooperazione. Per sostenere la piccola proprietà e l'artigianato, promossa nel 1883, ma costituita nel 1893, per iniziativa di Giovanni Donadoni, la Cassa Operaia di depositi e prestiti, la prima di questo genere sorta in provincia e che ha avuto recentemente sviluppo tale da proporsi nel 1973, con la fusione delle Casse Rurali di Gambara, Seniga e Pescarolo, come Cassa della Bassa Bresciana, con sede a Leno, estendendo la sua attività oltre che nei citati centri, anche a Cigole, Gottolengo, Milzano, Gabbioneta, Binanuova, Pessina Cremonese e Scandolara. Nel dicembre 1985 la Cassa inaugurava una nuova modernissima sede. Nel 1901 veniva fondata in Leno una Società degli affitti collettivi S. Isidoro, secondo il sistema della conduzione divisa, coprente 257 piò di terra. La cooperazione si andò estendendo sempre più, specie nei primi decenni del sec. XX. All'atto dello scioglimento della Società, imposto dal fascismo nel dicembre 1933, venivano eliminate ben 10 cooperative e precisamente: la Cooperativa edilizia di Leno, la Cooperativa lavoranti in Leno, la Società Anonima Unione Cooperative ex combattenti in Leno, la Cooperativa Popolare di Consumo in Leno, la Società Anonima Cooperative Muratori, l'Anonima Cooperativa carrettieri di Leno, la Società Anonima Cooperative Agricole, la Società Anonima Cooperative della Scovola, la Società Anonima Cooperative di consumo lavoratori della terra, la Società Anonima Cooperativa Agricola di Leno. Il 22 marzo 1953 si tenne la prima volta la Fiera di S. Benedetto, rassegna zootecnica, agricola, avicola, industriale ed artigiana. Il successo incoraggiò gli organizzatori a continuare l'iniziativa, mentre il 30 marzo 1954 aveva inizio il mercato settimanale del bestiame del martedì. Numerose furono le personalità notevoli di Leno. Solamente da pochi anni fu scoperto il musicista Vincenzo Capriolo (sec. XVI). Probabilmente di famiglia oriunda da Leno sono il grande missionario gesuita Giulio Aleni, il prelato Paolo Aleni, Vicario Generale di Brescia e Jacopo Alenis, letterato del sec. XVI. Un francescano di Leno fu tipografo a Venezia negli anni 1559-1570. Lenese fu Francesco Damonte, archivista e cancelliere. Si distinsero come patrioti e filantropi l'avv. Francesco Ghirardi, il dott. Giovanni Dossi (1785-1927), l'avv. Antonio Dossi (1794-1853), Pietro Dander e più tardi l'avv. Cesare Beccalossi ed il prof. Alessandro Legnazzi e Paolo Dossi, deputati al Parlamento nel collegio di Leno, e Paolina Legnazzi. Storico di valore fu l'abate Don Pietro Bravo, nonchè il prof. Gian Mario Bravo, primo titolare della cattedra di storia del diritto all'Università di Pavia e più recentemente il medico William Zannini, autore di diverse pubblicazioni di clinica medica; nonchè il politico socialista Mino Micheli. A Leno fu Pretore e morì nel 1902, il mantovano Luigi Sartori, patriota e profugo politico.


Arcipreti - Pietro de Brigoni di Vercelli (31 ottobre 1377 - m. nel 1391): Fra Giacomo di Adro (25 febbraio 1391); Antonio Baschenis di Averara, Bergamo, che rinuncia nel 1525; Nob. Girolamo Cavalli di Leno (1525); Giuliano de Quercis di Calvisano; Lorenzo Pavoni o da Pavone (m. nel settembre 1587); Luca Settei di Maderno (1587); Giambattista Cominelli, prete veronese, forse della Valtenesi (30 dicembre 1587-1591); Bartolomeo Albini, forse di S. Gervasio (27 agosto 1592 e m. il 12 febbraio 1623); Pietro Pinelli di Leno (8 ottobre 1655 e m. nell'aprile 1656); Francesco Lizzardi (6 maggio 1656, m. il 2 aprile 1663); Francesco Spalla di Pontevico (21 aprile 1663 e rinuncia); Nob. Giambattista Calini (20 settembre 1670 e m. 1675); Francesco Franchi (13 luglio 1675, morto nel 1694); Giuseppe Provesoti di Ghedi 1694, morto il 19 giugno 1744); Pietro Vertua (30 gennaio 1745, morto il 13 dicembre 1750); Carlo Carli di Brescia (12 aprile 1751, morto nel 1782); Paride Vezzoli di Adro (ottobre 1782, morto il 9 febbraio 1822); Giacomo Bucella di Berlingo (4 marzo 1828, rinuncia lo stesso anno); Mariano Bottarelli (4 novembre 1828, fino al 1864); Giacomo Moro di Gargnano (22 marzo 1864, rinuncia il 30 dicembre 1870); Bassano Cremonesini (14 Giugno 1871, rinuncia nel 1880); Tobia Caglio di Coccaglio (12 aprile 1880 e morto nel 1881); Luigi Olivares di Brescia (4 novembre 1881, morto il 4 di febbraio 1914); Giovanni Marinoni di Alfianello (14 luglio 1914, morto il 13 ottobre 1942); Giambattista Galli di Quinzano d'O. (4 aprile 1943 e rinuncia il 13 luglio 1974); Giacomo Capuzzi (1 febbraio 1975, continua). Sindaci - Anteriormente al 1945 è possibile solo ricordare il Podestà Giuseppe Gatti che il 20 febbraio 1929 fece dono di una copia al Comune di Leno del volume: "Dell'Antichissima Badia di Leno" di Francesco Antonio Zaccaria, padre gesuita, pubblicata a Venezia nel 1767; probabilmente una delle poche copie esistenti sin d'allora, con questa dedica autografa; "Ricevuto in munifica donazione, dal M.Rev. don Angelo Paracchini, ex curato di Leno, in occasione della Conciliazione tra la S. Sede e lo Stato" - 20 febbraio 1929 il Sindaco Angelo Baronio predispose copia anastatica della pubblicazione in occasione del convegno su Padre Zaccaria e le sue Opere nel 1984, da dispensare alla comunità di Leno.


Furono Sindaci di Leno dopo la Liberazione: Biemmi Giuseppe (25 aprile 1945); Prandi Paolo (15 dicembre 1945); Ziliani Giorgio (24 marzo 1946), Bresciani Andrea (1 agosto 1946); Mancini Emilio (14 dicembre 1947), Regosa Angelo (27 maggio 1951); Giovanardi Silvio (1 luglio 1968), Cerutti Mirella (7 giugno 1970); Prandini Giovanni (2 marzo 1974); Baronio Angelo (15 giugno 1975); Bonetti Lorenzo (2 settembre 1978); Baronio Angelo (8 giugno 1980...).