LECHI, de Luco, Leuco

LECHI, de Luco, Leuco

Famiglia residente a Brescia fin dagli inizi del sec. XIII e proveniente probabilmente da Lecco. Fino al secolo XVI venne chiamata de Leuco o Leuco. Alcuni storici opinano che il ramo bresciano dei Lechi sia una derivazione di una famiglia de Manzonibus, pure originaria di Lecco, ove un altro ramo sarebbe rimasto prosperando sino al secolo scorso. Nelle «provvisioni» infatti del '400 si leggono ripetutamente i nomi di Pietro, Nicolino o Cristoforo, identificati o col cognome de Leuco o Manzonibus. Capostipite è forse un Bonaventura i cui figli compaiono nel 1274 in un rogito del Monastero di S. Chiara. Essi dovevano abitare in quella zona, insieme ai Fava, Cavazocchi, Sala, Bocca, Bellacati e Petrioli in «tresenda fuserola o petriola». Ebbero rapporti con i Poncarali ed i Casaloldo, e ricopersero molte cariche municipali. Avevano casa presso S. Siro e beni a Rezzato, dove il notaio Giovanni B. Lechi (già personaggio di spicco a Brescia contro i malesardi) aveva beni e fondò la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista. Giovanni, figlio o nipote di Bonaventura, compare nello Statuto dei malesardi bresciani del 6 ottobre 1292. Secondo la proposta dei giuristi Graziano di Calvisano e Albertano, questo Giovanni è fra i malesardi da confinare a Lodi e a Crema. Nel 1316 è il testamento di Pietro fondatore della chiesa dei frati francescani di Rezzato. Nei primi decenni del '300, all'arrivo della dominazione viscontea, i Lechi con altri bresciani di parte guelfa ma soprattutto sostenitori del libero Comune emigrarono nell'asolano, ed in particolare in Casaloldo. Qui rimasero per ben settanta anni, finchè l'arrivo del Malatesta nel 1404 raccolse le famiglie degli esuli che rientrarono in Brescia. Tra essi i Lechi, ufficiali di Pandolfo fra cui un Perinus e distinti personaggi come Giovanni conestabile alle porte Bruciata e di S. Eufemia nel 1412. Il Quattrocento veneto di Brescia trova i Lechi strettamente legati agli Avogadro, pure fierissimi "comunali" (scesi da Zanano, ove pure essi si erano arroccati in odio ai Visconti) ed installatisi in Brescia, appunto con i Lechi nella Quadra Settima di S. Faustino, cioè tra le attuali vie Garibaldi, Battaglie, Capriolo e le mura. Giovanni Lechi sarà tra i firmatari del patto di adesione a Venezia nel 1426; Brescia concederà loro alte distinzioni, tra le quali l'accesso al Consiglio Civico (Francesco, 1486) e tra i confratelli dell'Ospedale (Giacomino, 1486). Alla fine del Quattrocento la famiglia si divide in due stirpi; quella di Brescia e quella di Lumezzane. Quella di Brescia, imparentata con i Feroldi, con i Bornati e con i Gorno, che appare nell'elenco del Nassino è detta dal Gratarolo "la nobile famiglia dei Lechi di Brescia" (1550 c.), si estinse sul finire del sec. XVI ; da essa emersero due personaggi di notevole importanza: il p. Francesco detto Licheto o Lecheto (v.Licheto Lecheto F,) e il dott. Orazio (v. Lechi, Leucus, Orazio). Di molti si ha menzione in rogiti del tempo. La stirpe di Lumezzane Pieve (che è quella vivente) si trasferì in questo feudo Avogadro evidentemente per motivi politici sul cadere del '400 o agli inizi del '500: forse in seguito alla calata francese. Francesco sposa una Avogadro, nel 1530, e contemporaneamente suo fratello Giacomino (sempre gli stessi nomi) è "uomo d'arme". Questa famiglia Lechi da Lumezzane salì ben presto a grande fortuna con la costruzione della parte meccanica delle armi, in collegamento con Gardone Valtrompia (canne) e Brescia (casse). Il ramo di Lumezzane sarebbe disceso da Bernardino, vivente sulla fine del sec. XVI. A Lumezzane i Lechi fecero fortuna lavorando il ferro e gestendo officine di lame, chiodi, badili ecc. Vi avevano molte fucine per «ferrazze inservienti alla costrution de fusili». A metà del 700 si contavano 17 fucine. Si imparentarono con donne della valle (Botti, Polotti ecc.). Non tutti accettano questa emigrazione a Lumezzane. Il cronista valtrumplino Marco Cominazzi ritiene i Lechi di Lumezzane che poi si trapiantarono a Brescia, originari di Piatucco, fucinieri, lavoranti e negozianti che poi riuscirono a prelevare un ufficio di dogana a Brescia. Egli poi raccoglie la voce o diceria che, al momento dell'espulsione dei gesuiti, si sarebbero assunti di trasferire i loro bagagli in Prussia. Essendosi accorti che i bagagli erano particolarmente pesanti, li aprirono, sottrassero tutti gli oggetti preziosi che contenevano, e li riempirono di "brocami" appropriandosi dei tesori contenuti. La cosa sempre secondo il Cominazzi si sarebbe risaputa per cui venne loro rifiutato l'ingresso al Casino dei nobili. Di ciò essi si sarebbero vendicati acquistando a Venezia il titolo di Conte. A parte tali voci la fortuna dei Lechi di Lumezzane avrebbe avuto inizio con Giovanni Maria di cui si conosce il testamento del 1671. Questi aveva acquistato nel 1669 dai Polini il palazzetto di fronte a S. Agata, un tempo dei Viviani ed era sceso in città pur conservando a Lumezzane 18 fucine attive. Figlio suo è Faustino I che accrebbe col commercio della seta le ricchezze della famiglia, divenne cittadino bresciano nel 1706 e fece testamento nel 1727. Abitava in contrada del Carmine, nella cui chiesa si acquistò anche la tomba. Sposatosi con Caterina Botti di Lumezzane ebbe parecchi figli dei quali Bernardino, il primogenito, il cui figlio Bernardino Galeano morì a Venezia senza prole, Pietro (1691-1764) sposò Francesca Maccarinelli e continuò la famiglia, e Angelo (1699-1757) si fece sacerdote. Pietro e Bernardino si segnalarono fin dal 1725 al servizio della Repubblica veneta. Pietro (v.) e Angelo venivano a loro volta nel 1724 investiti dal vescovo di Brescia "in ragione di feudo onorabile e gentile" di vaste possessioni in Montirone che ampliarono grandemente costruendo il bel palazzo. Pietro (v.) soprattutto, attraverso l'appalto dei dazi e operazioni finanziarie riusciva ad imporsi non solo a Brescia ma anche a Venezia, ottenendo per i suoi discendenti maschi e per il fratello ab. Angelo, il 19 agosto 1745 il titolo di conte di Bagnolo sul territorio di Nogarole nel Veronese. Il 19 maggio 1749 poi i due fratelli comperavano parte del feudo friulano della Meduna con 36 ville con annesse ragioni di feudo Nobile e Giurisdizionale con mero e misto imperio e voce nel parlamento del Friuli. Poco dopo una determinazione del Magistrato veneto sopra i feudi, del 12 dicembre 1749 dichiarava i due Lechi "Nobili Conti del Serenissimo Dominio", qualifica registrata dai Magistrati di Brescia il 14 febbraio 1750. In seguito, nel 1795, i figli di Pietro conti Faustino e Galliano, otterranno il rinnovamento della loro iscrizione nel registro dei titolati. Figli di Pietro oltre Faustino II (v) e Galliano (v) furono Margherita (sposa al nob. Conforti), Gertrude (suora), Caterina (sposa al nob. Teodoro Polini). Faustino II (1734-1800 v) ebbe, dalla contessa Doralice Bielli, 19 figli dei quali sopravvissero Giuseppe (v), Cecilia (1767-1839, sposa a un Bellegrandi), Giacomo (v), Angelo (v), Teresa (sposa al nob. Omodei, colonnello napoleonico), Bernardino (v), Francesca o Fanny (v. Lechi Ghirardi Francesca), Angela (sposa al nob. Serini di Bergamo), Teodoro (v), Luigi (v), Pietro (1783-1865). Tra essi ebbero discendenze: Angelo che ebbe una figlia, Teodora (sposa prima al conte Giov. Martinengo Villagana e poi al Conte Giorgio Belgioioso); Teodoro e Pietro. Questi sposò la nob. Borgondio Sala ed ebbe Giuseppina e don Eugenio. Teodoro ebbe Faustino III e Luigi (morto bambino). Da Faustino III sposo alla contessa Giulia Malabaila di Canale, discesero: Teodoro II (v) Alfredo (1867-1901), che da Anna Vignati ebbe Nina (1896-1917), Adele (morta bambina), Clarina (sposa al nob. Alberto Solaro dei marchesi del Borgo gran scudiere di Sua Maestà). Da Teodoro II sposo alla contessa Maria Valotti nacquero Giulia (1890), Barbarina (1891-1973), Faustino IV, Adele (morta bambina), Teodoro, Antonio (v.). Da Faustino IV e dalla contessa Paolina Bettoni Cazzago sono nati: 1) Teodoro nato a Brescia il 12 agosto 1921, dott. in medicina sposò il 22 giugno 1957 la nob. Laura Agliardi da cui i co. Faustino n. a Brescia 26 marzo 1958, co. Paolo n. a Brescia 7 ottobre 1959, co. Giov. Battista, n. a Brescia 18 agosto 1965; 2) nob. Federico (n. a Brescia 25 luglio 1923); 3) co. Luigi n. a Brescia, il 23 febbraio 1926; 4) co. Giulio (n. Brescia, 27 ottobre 1928- m. 3 ottobre 1929), 5) co. Pietro (n. a Brescia, 6 novembre 1930. dott. ing. sposo il 27 settembre 1969 a Giovanna Salvi); 6) co. Francesco (n. a Brescia 15 luglio 1933 dott. in scienze organiche prof. all'Università di Milano sposo il 29 settembre 1965 alla nobile Lodovica Piccinelli, da cui: nob. Isabella n. a Padova 9 settembre 1967, e nob. Giulia, n. 5 agosto 1970); 7) nob. Maria Immacolata (n. a Brescia, 27 marzo 1935, sposa a Erbusco il 14 maggio 1958 al march. Edoardo Dufour Berte); 8) co. Alessandro (n. a Montirone il 17 settembre 1949, sposo il 29 dicembre 1966 a Clara Santonastaso, da cui: a) co. Alfredo, n. a Padova 13 agosto 1968, b) co. Federico, n. a Verona 7 settembre 1975). Da Antonio sposato alla contessa Elisabetta Bettoni Cazzago discendono: 1) co. Giacomo (n. a Brescia 8 agosto 1930); 2) co. Vincenzo (n. a Brescia 22 novembre 1931 - m. 21 settembre 1954), 3) co. Alfredo (n. a Brescia 6 novembre 1934); 4) nob. Maria Teresa (n. a Brescia 1 aprile 1940 m. 21 settembre 1954); 5) co. Giovanni M. (n. a Brescia 15 gennaio 1944). La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nob. Ital. e nell'El. Uff. Nob. Ital. coi titoli di conte della Meduna e ville annesse, conte di Bagnolo, di Nogarole, barone dell'Impero Francese, nobile. Arma: D'azzurro alla pianta (leccio) di verde, cucita, nodrita nella punta dello scudo, divisa in tre rami sostenuti da due leoni di oro rampanti, affrontati. Alias: Partito: 1° (come sopra); 2° troncato: nel 1° troncato: a) di rosso a una M di oro coronata dello stesso; b) d'oro pieno (Meduna); nel 2° partito di oro e di rosso a una banda ondata d'argento attraversante sul tutto (Bagnolo Nogarole). Alias: (Barone dell'I.F.) inquartato: nel 1° d'argento all'elmo brunito, orlato di oro e piumato di rosso; nel 2° dei baroni dell'Armata e cioè di rosso a una spada d'argento posta in palo; nel 3° di azzurro a una pianta d'argento affiancata da due torri merlate dello stesso e sormontata da tre stelle d'oro a sei punte e poste in fascia; nel 4° d'argento a tre bande ondate di rosso. Con RR.LL.PP. in data 4 settembre 1924 venivano riconosciuti, per successione allo zio materno conte Antonio Valotti di Monzone, i titoli di Marchese di Castellarano e di san Cassiano, di Signore di Roteglia al nobile Faustino IV e ai figli Lechi, conte della Meduna e ville annesse, conte di Bagnolo di Nogarole, nobile dei Baroni dell'Impero francese.


I Lechi abitarono dapprima a Brescia nel palazzo di fronte a S. Agata, nel Corsetto omonimo. Si tratta di un palazzetto cinquecentesco, più volte rimaneggiato oggi detto Loggia delle mercanzie. Nella facciata rialzata più tardi spicca il portale che Fausto Lechi definisce uno dei migliori esempi del genere, pari a quelli dei Porcellaga e degli Averoldi in via del Carmine. Semplici, senza sculture i due pilastrini ed i loro capitelli, semplice l'arco che ha soltanto un modiglione in chiave, semplice ma nobilissima nelle sue modanature l'architrave, che porta le iniziali M.V. Unico particolare ricco sono i medaglioni tondi con i profili dei due Cesari (Vespasiano e Traiano?) modellati con un realismo rude ed efficace. Opera del Cinquecento forse di Giacomo Fostinelli che lavorò alla fabbrica della Loggia e di S.M. dei Miracoli. Nel cortile opportunamente riportato alla dimensione originaria, si notano nel lato di monte, tre arcate con colonne cinquecentesche: su un capitello si ripetono le iniziali M-V, sotto una croce. Nel lato di ingresso, quello a mattina, altre tre arcate simili (una colonna è di restauro). A mezzogiorno si affaccia una sala, con medaglione centrale affrescato da Pietro Scalvini e raffigurante, probabilmente, la Gloria. Sul lato a sera infine si affaccia una sala (la «caminada»), la volta della quale è tutta affrescata con quadrature e fiori dal monzese Giacomo Lecchi, nel 1740. Raffigurati nel medaglione centrale, Bacco e Ariano, forse della scuola del Carlone. Seguendo l'itinerario tracciato da Fausto Lechi in cortile, vicino alla sala e in prospettiva con l'ingresso, un portale barocco di finissima esecuzione (al sommo, busto di Minerva, simile a quello di Montirone) conduce ad un secondo piccolo androne decorato a stucchi del '700 sul quale prospettano due porte con stipiti anch'essi del '700. La porta a sinistra conduce all'antica cucina, con soffitto a volta e ricco camino del Cinquecento. Uscendo dall'androne, si passa al secondo cortile, dall'aspetto tutto cinquecentesco, ed oggi ben restaurato. Notevole la loggetta al primo piano a nord, ad arcate e pilastrini quadrangolari. Nel fabbricato a sud erano poi le scuderie. Nel cantinato, esattamente sotto la sala «caminada», è stata conservata l'iscrizione «Adì 16 zugno 1547» seguita dal solito M.V. e dalla croce. Questa iscrizione ci fornisce la data esatta del termine dei lavori cinquecenteschi. Al primo piano, nonostante le distruzioni operate nell'800 sono rimasti elementi decorosi di un certo rilievo. L'ultima sala a monte ha un bel soffitto a travi, travetti, tavolette dipinte con profili e due stemmi che si ripetono: il capriolo rampante e la banda d'argento in campo rosso col capo dell'Impero. Alle pareti, larghe tracce di decorazioni cinquecentesche e di aperture molto precedenti forse del '300) testimoniano le vicissitudini di questa parte del fabbricato, nella quale (si noti) vennero trovati i segni del tentato incendio del 1799. Altri elementi interessanti del primo piano sono ancora l'alcova (sita sopra l'antica sala da pranzo tutta decorata con grande maestria dal Lecchi; e le tracce della fascia pare decorata dal Lecchi nella sala sopra la «caminada» (essa era forse la sala di musica). Apparteneva ai Lechi anche la piccola casa a mezzogiorno del palazzo. È forse della metà del '400 ed è a ben sei piani. Una nota a parte infine merita la piccola casa che pure era di proprietà Lechi, sita a mezzogiorno. È più antica della precedente, pensiamo della metà del Quattrocento, e singolarissima: ha infatti ben sei piani su una limitatissima larghezza di facciata verso il cortile. Dopo il saccheggio dell'1 aprile del 1799 trasferiscono la loro abitazione nel nuovo e bel palazzo di via S. Croce (oggi via Moretto, 27), avuto nel 1795 in eredità dallo zio Teodoro Polini che aveva sposato Caterina Lechi, palazzo che più tardi venderanno ai nob. Guaineri. Nel 1924 in città erediteranno dal Conte Antonio Valotti il palazzo di corso Magenta. Nel 1745 Piero e Angelo Lechi costruirono su disegno dell'arch. ab. Turbini il grande palazzo di Montirone (v. Montirone). Nel 1795 i nipoti Lechi, figli di Faustino, erediteranno da Teodoro Polini e dalla moglie sua Catarina Lechi la villa Polini di Calvisano. Nel 1924 alla morte del Conte Antonio Valotti il conte Fausto Lechi eredita la villa già Fenaroli di Erbusco. Nel 1943 le contesse Giulia e Barbara Lechi ricevevano in eredità dalla famiglia Valotti una villa di Mompiano. Le stesse nel 1968 comperavano dalle cugine Anna e Maria Fenaroli Ferraroli la villa già Maffei di Valenca, frazione di Coccaglio.