ISOLA di Garda

ISOLA di Garda

È posta sulla sponda occidentale del basso Lago di Garda, di fronte a S. Felice del Benaco. È lunga 110 metri, con una larghezza massima di m.98, media di m. 61, con la superficie di mq 6376, con altezza massima sul livello del lago di m. 22.40, sul mare di m. 97.28. Il Grattarolo l'ha raffigurata a forma di nave. Presenta un lieve rilievo in corrispondenza della villa, con torre a pinnacoli; è verdissima, stretta e allungata a formare un accennato semicerchio volto a S. L'isola chiude a N il golfo di S. Felice; il suo estremo O è proteso verso la punta Portese, anche detta dei Grostei o Crosti. Sull'estremità E, edificata, compaiono una lunga muraglia merlata e una torretta. Alla testata del molo, che forma il porticciolo aperto sulla riva S, è un rilevante torrione. Sulla terraferma, a ONO dell'isola e poco NO di punta Portese, s'innalza la rocciosa punta del Corno, dal nome del monte che qui si leva sul lago. È sempre stata descritta come un "piccolo paradiso" o come un giardino amenissimo con boschetti di allori e di olivi e agrumi e palme e agavi gigantesche e altre piante più rare, e caverne e peschiere artificiali e zampilli e fontane, e alcuni fabbricati; tra i quali l'antico convento sorgente in alto sulla roccia, ridotto, con pochissime aggiunte e modificazioni esteriori, ad abitazione. È cinta tutt'intorno da rocce e scogliosa ai due capi. Visibile da grandissima parte del basso lago l'Isola offre, a sua volta, panorami incantevoli specie dall'ampia terrazza giardino del palazzo che corre lungo la facciata a mezzogiorno aperta per tre lati sul lago. A destra si domina l'ondulato piano della Valtenesi, ricco di castelli, di case, di chiese e di vigneti. Davanti, oltre lo specchio d'acqua, la penisola di Sirmione, Desenzano e Peschiera e più lontano le torri di S. Martino e Solferino. A sinistra il Baldo e la riviera veronese. Sul lato N si apre il golfo di Salò e la riviera bresciana. Sul dorso più alto sorge il palazzo costruito sulla fine dell'800, arieggiante palazzi veneziani, da cui digrada una selva di palme, oleandri, melograni, agrumi, magnolie, lauri e lecci. Le acque più profonde la circondano a N: quelle a S hanno bassi fondali e formano la "Baia dello Smeraldo", meta estiva per l'ancoraggio dei tanti motoscafi che disturbano la quiete e la pace del luogo. I geologi, propendono nell'opinione che in epoca romana l'isola di Garda risultasse unita all'isolotto di San Biagio. Un porticciolo privato si apre sulla riva S, dove un molo esterno culmina in un torrione massiccio, non molto alto. È possibile ancorarsi a S dell'isola, al riparo dal vento da N. Dell'isola hanno decantato le bellezze o scritto la storia Bongianni Grattarolo, Silvan Cattaneo, Federico Odorici, il conte Federico Bettoni, Mattia Butturini, il prof. Solitro ed altri scrittori bresciani.


Anticamente si chiamava «Isola Craniae», poi «Isola Garda» dal nome del lago, quindi «Isola dei Frati» dai suoi abitatori. Poi prese il nome di «Isola Lechi» (o Lecchi) dal proprietario che l'abbellì, e in seguito dai suoi nuovi padroni fu detta "Isola Scotti", "Isola de Ferrari", "Isola de Ferrari - Borghese" o "Isola Borghese". Alfine ritornò il suo nome primitivo, più naturale e più proprio, di «Isola di Garda». Sembra non provato che tale nome sia derivato per aver appartenuto alla Contea di Garda. Nessun scrittore latino accenna all'isola. Ciò non toglie che la sua storia s'inoltri ai tempi romani, data la sua vicinanza alla cittadella «Scopulus» (ora S. Felice di Scovolo) che ai tempi romani godeva d'una certa importanza. Le varie iscrizioni gallo-romane trovate nell'iso la dagli storici rivieraschi Grattarolo e Silvan Cattaneo confermano l'ipotesi. La storia dell'isola è stata legata indubbiamente fin dall'antichità a quella di Scovolo e di Manerba. L'isola è popolata di leggende. Una di essa tramanda che certi frati videro sott'acqua nei tempi di gran caldo enormi mostri, e che ne rimasero talmente spaventati da non aver più il coraggio di ritornare in quel sito. Un'altra richiama il tentativo fatto da un esperto nuotatore di calarsi più sotto fosse possibile per constatare la profondità, e come l'infelice, tornato a galla più morto che vivo dallo spavento provato, morisse quasi subito dopo aver raccontato che sotto l'isola esistevano caverne oscurissime piene di mostri smisurati e di forme incredibili e spaventose. Era invalsa anche la leggenda che i frati pescavano talvolta di frodo mediante l'uso della «coccola», un'esca con il potere d'ubriacare i pesci, che venivano a galla con la pancia all'insù e si potevano così catturare agevolmente con l'ausilio di un semplice retino. Un'altra leggenda ancora riguarda un giovane Antonio e poi tale Bernardino che avrebbe vissuto da Robinson Crusoe nell'isola per una decina di anni, sfuggendo ai soldati longobardi che lo cercavano, e che alla sua morte venne tenuto in concetto di santo. Questo giovane sarebbe stato figlio di un eroico soldato bresciano, Marco Nonio. Fatto prigioniero e poi schiavo dal capitano longobardo Vitolfo, assieme al figlio Antonio di 14 anni; le misere condizioni degli schiavi e soprattutto di Nonio commossero talmente Vilide, figlia di Vitolfo, che fu spinta ad aiutarlo in tutti i modi. Tra Antonio e la fanciulla, diventata cristiana di nascosto, divampò un forte amore che finì in un matrimonio. Scoperto il legame, Vitolfo fece esiliare Antonio nella rocca di Manerba, Vilide nell'Isola di Garda. Riuscito a fuggire Antonio finì nell'Isola e una notte, guidato da un lumicino, trovò in preghiera in una cappelletta, Vilide. Ricongiuntisi i due riuscirono a trovarsi spesso di nascosto. Per nascondersi meglio Antonio si fece chiamar Bernardino. Senonchè avendo Antonio salvato un naufrago dalle acque del lago, questi raccontò della presenza sull'isola di un santo eremita. La sua fama si diffuse talmente che di fronte all'accorrere di molta gente i due sposi preferirono scomparire nel nulla. Nella Riviera rimase la fama di un S. Bernardino eremita, che per sfuggire alla fama di santità acquistata fra le popolazioni, era fuggito senza lasciare traccia. Giovanni Labus, in una sua memoria del 1821, scrive di edifici, di tempietti e di giardini esistenti al tempo di Roma, "come testimoniano le iscrizioni marmoree che ci sono pervenute". Una di esse contiene lo strano nome di Lucio Sammuncione Giusto e ci informa dell'esistenza di un sacello dedicato a Giove. Già prima del Labus il Grattarolo riportava iscrizioni funebri evidentemente gallico romane, da lui copiate nell'Isola. Dalla parte di ponente nel 1599 ancora si vedeva un'altra torre, detta di S. Lorenzo, in fondo alla quale vi erano infisse a rovescio delle lapidi recanti iscrizioni, quasi indecifrabili. Il Grattarolo porta le seguenti: «Eppupa Albiconis F. Secundus et Albanus Quartio Fil. Et Fratres Pudet»; e l'altra, che si leggeva sopra il piedestallo di una colonna nell'atrio vicino alla chiesa dei frati: «Marioni Edrici F. et Vesapsae Bittionis F. et Aruntio Marionis F. Parentibus et Fratri». Anche Silvan Cattaneo, frequente visitatore dell'isola, accenna ai romani epitaffi, ivi murati presso la chiesa ed il campanile di S. Lorenzo. Il Coronelli poi asserisce senza alcun dubbio che anticamente vi fossero edifici romani, perchè oltre gli avanzi di una gran torre, riporta l'iscrizione, che ivi si legge: «Marioni Esdaci F. Et Vesgasce Bittionis F. Et Aruntio Marionis F. Priscus Marionis F. Et Fratri». È la medesima iscrizione, riportata forse con inesattezza dal Grattarolo. Queste lapidi passarono poi al Museo Romano di Brescia. Il Grattarolo accenna anche alla torre di S. Lorenzo, avanzo di un fortilizio romano sulla riva occidentale. Il Gonzaga accenna a sepolcreti antichissimi.


L'Odorici la dice, assieme a Scovolo, "dispogliata dagli Unni. Un'altra leggenda vuole che un uragano tremendo abbattutosi il 13 ottobre 1121 avrebbe distrutto Scovolo e staccato l'Isola dalla terra ferma. Nell'Isola si sarebbe rifugiata nel 951, fuggendo dalla prigione nella rocca di Garda, la bella e sventurata Adelaide, vedova di Lotario, e che Berengario voleva sposare, poi sposa di Ottone regina d'Italia e imperatrice di Germania. L'Odorici la crede poi donata da Federico I il Barbarossa agli antenati di Biemino di Manerba che poi l'avrebbe nel 1221 donata, in parte a S. Francesco. A questa donazione si riferirebbero, sempre secondo l'Odorici, le lamentele di Federico II riguardanti vendite fatte da Manerba di alcune proprietà che essi avevano ricevuto dal Barbarossa. Nell'878 re Carlomanno la donava, con "tutte le case e cose" assieme a Scovolo e a tutte le rive del lago dalla corte di Desenzano fino a Maguzzano, al monastero di S. Zeno di Verona. Dal diploma sappiamo che in antecedenza apparteneva a certo Adelberto. Non è possibile sapere se fosse stata abitata dai monaci veronesi. Ma sembra che l'isola appartenesse per un certo tempo, nella parte orientale dove sorgeva una cappella dedicata a S. Margherita o secondo altri a S. Maria dello Scoglio, alle tre diocesi di Brescia, Verona, Trenta, e nella parte occidentale, dove sorgeva una chiesetta dedicata a S. Lorenzo, a Manerba. L'esistenza della chiesa di S. Margherita, confermerebbe l'ipotesi di coloro che riferiscono all'Isola di Garda i versi di Dante che scrive: Loco è nel mezzo là, dove il Trentino / Pastore, e quel di Brescia e il Veronese / Segnar parìa, se fesse quel cammino. Il Grattarolo riferisce, più inverosimilmente, questi versi al fatto che nella chiesa del convento esistesse un altare appartenente ai tre vescovi accennati. Verosimile è invece l'ipotesi che Dante, terziario francescano, soggiornando in Valpolicella, abbia visitato l'Isola e il convento. Vi è chi scrive dell'esistenza di una terza chiesa creduta addirittura parrocchiale e dedicata a S. Maria. Della chiesa di S. Lorenzo il Grattarolo vide i ruderi ed il campanile, come pure gli avanzi delle case, sparse nell'Isola. Legata a questa tradizione rimase nell'isola, almeno fino al sec. XV, una festa che si celebrava il 10 agosto in onore di San Lorenzo, con gran concorso di popolo. Essa è elencata fra le principali feste della Riviera negli Statuti Viscontei del 1386. Ad essa un decreto della Repubblica Veneta (1445) stabiliva che dovessero intervenire in forma solenne il provveditore della Riviera, residente a Salò e il capitano del Lago che stava a Malcesine. Nel 1455, il 4 agosto, la città di Brescia deliberò di mandare nell'Isola, abitata dai frati minori, alcuni cittadini armati come già facevano i Veronesi per tenere l'ordine pubblico nel tempo della celebrazione della festa di S. Lorenzo. Anche il Gonzaga, che visitò l'Isola ed il convento quand'era Ministro Generale dei Frati Minori (1579-1587), rammenta le antiche chiesuole, le alte torri, i ruderi delle case, gli avanzi di antichissimi sepolcri, distrutti per le incursioni di corsari. Aggiunge, che prima dell'ingresso dei Minori, l'Isola era in preda dei ladri. A queste condizioni dell'Isola, infestata da ladroni prima della venuta dei Francescani, accenna fra Giorgio Iodoco di Bergamo nel suo poema "Benacus". Anche il Gonzaga ha raccolto tale tradizione scrivendo addirittura che "quest'isola del Garda, una bellissima cittadella, per le piraterie dei suoi abitatori sui passanti e sulle popolazioni vicine, fu distrutta dalle fondamenta, com'è dimostrato dalle rovine diroccate di chiese, di altissime torri e di antichissimi sepolcri". Il fatto di aver appartenuto al monastero di S. Zeno faceva si che ancora nel sec. XVI i frati ritirassero il Sabato Santo gli Oli santi dalla Pieve di Garda. L'Odorici nelle sue «Storie Bresciane» argomenta che verso il 1180 dovesse certamente esser compresa nel feudo, concesso dall'imperatore Federico Barbarossa agli antenati di Biemino da Manerba, il quale nel 1221 ne fece a sua volta donazione a S. Francesco d'Assisi. La tradizione vuole infatti che nel 1220 o meglio ancora nel marzo 1221, proveniente da Verona e Sommacampagna abbia soggiornato nell'Isola S. Francesco. Avendo l'intenzione di aprirvi un romitorio francescano ebbe in dono parte dell'Isola. A tale fondazione accenna S. Bonaventura in una lettera «Ad frates universos» datata da Parigi il 27 maggio del 1266. In essa il Santo assicura d'aver saputo, per relazione degna di fede, che san Francesco concesse ai Frati un romitorio sulla riva bresciana del lago di Garda, «castrum Monzambani et alia loca», per la questua. Il Gonzaga, storico dell'ordine Francescano, ripete quanto aveva scritto S. Bonaventura asserendo che della circolare del santo esisteva copia nel convento dell'Isola e in quello di Brescia e che in forza di questa lettera, confermata da quattro ministri Generali dell'ordine, i religiosi di questo convento potevano estendere il diritto della questua fino a Monzambano e in tutti i paesi del lago sulla sponda veronese. Il Wadding nei suoi annali dell'Ordine ripete queste notizie, aggiungendo che l'Eremitorio di S. Francesco" dipendeva dal convento di Gargnano. Il romitorio francescano con due o tre o al più quattro frati viventi in antri e caverne, in vita contemplativa e con severa clausura e in comune preghiera liturgica, durò per due secoli. La tradizione vuole che vi abbia soggiornato alcuni giorni in solitudine anche S. Antonio di Padova, mentre era ministro provinciale della Lombardia (1227-1230), a quanto si legge nell'Indice Poncarali (1455), vivendo su quel masso di pietra poco lontano dell'Isola, largo circa 30 metri e lungo 70, che guarda direttamente verso Fasano. Biografi di S. Bernardino da Siena scrivono di un suo soggiorno sull'Isola nel 1422; nel 1436-1437 il Gonzaga asserisce che nell'Isola si conservava un'orrida caverna frequentata dal santo. Sarebbe dovuto ancora a S. Bernardino, il passaggio dell'eremo alla Regolare Osservanza di Milano da lui fondata. Date poi le richieste di parecchi religiosi, il santo avrebbe egli stesso fornito il disegno della chiesa, del chiostro, delle celle, di tutti i locali necessari, simili nella costruzione e nella forma ai luoghi devoti da lui medesimo fondati in Italia. Una conferma di tale presenza, scrive Anacleto Mosconi, sembrerebbe anche l'affresco di S. Bernardino datato 1460 (1450?) che si vede nella chiesa del Carmine a S. Felice del Benaco. Non si comprende infatti perchè dipingere lì, in una chiesa tutta carmelitana, il santo francescano se non perchè vi era vivo il ricordo del suo passaggio e forse anche di una sosta presso i Padri Carmelitani quando si recò all'Isola. Del resto proprio lì vicino, al così detto Crosto di S. Fermo, i frati attraccavano la loro barca, - vi funzionavano una chiesetta e, probabilmente, vi avevano un Ospizio per i religiosi di passaggio. Il quattrocentesco santuarietto di S. Fermo che, nella visita pastorale del 1578, risulta conteso "tra i frati dell'Isola e i preti di S. Felice", contiene ancora oggi un quadro di S. Antonio di Padova e uno di S. Lorenzo martire, di probabile provenienza del convento dell'Isola o fatto eseguire da quei frati. Inoltre fino a pochi anni or sono vi si leggeva questa epigrafe riportata dall'Odorici: «D.O.M. / FACTA FUIT / A BENEFACTORIBUS / ET FRATRIBUS INSOLAE GARDAE / DIE VIGESIMA PRIMA FEBRUARII / ANNO DOMINI / MDCCLXI». All'Isola dimorò nel 1544 anche il beato Alberto Berdini da Sarteano, prima di raggiungere Brescia per la sua infiammata predicazione. Parte dell'Isola, quella occidentale, era rimasta probabilmente agli antichi proprietari discendenti da Biemino e il Labus sostiene che nel 1322 venne donata da Arrigo VII a Mastino della Scala, signore di Verona. Ma è probabile che egli intendesse riferirsi a Cangrande I, e che la donazione sia avvenuta nel 1312 (nel 1332 l'imperatore Arrigo VII era morto da diciannove anni), in ricompensa dell'aiuto dato dal valoroso principe scaligero all'espugnazione di Brescia. Probabilmente legata alla costruzione del convento è l'acquisizione di tutta l'Isola da parte dei frati specie, in occasione della festa di S. Lorenzo, già accennata. L'Isola infatti era il ritrovo di una moltitudine varia e rumorosa, che vi si tratteneva anche la notte in baldorie, causa di litigi e tumulti, anche perchè gli Statuti permettevano in quel giorno i giuochi d'azzardo, il tassilo e la reginela spingevano i frati a "menar gravi lagnanze" e per bocca del loro guardiano a chieder provvedimenti al governo perchè impedisse che gli "uomini del paese, sotto il pretesto di religione, si riducessero all'Isola con armi e dessero opera a balli e ad altre disonestà». Probabilmente il passaggio ai frati di tutta l'Isola dovette scontentare i pescatori e a ciò si deve forse la ducale di Lodovico Barbarigo del 15 marzo 1501, confermante la ducale anteriore del 16 febbraio 1491 (1492) che proibisce che dai pescatori si rechi molestia ai «ven. Religiosi S. Mariae Jesu de observantia ordinis S. Francisci... in loco et monasterio suo sito in Insula lacus Gardae». Fu, probabilmente, con questa nuova riforma che il romitorio divenne un convento vero e proprio intitolato a S. Maria di Gesù e, in seguito, al "SS. Nome di Gesù" così da ospitare uno "studio di teologia" reso celebre sulla fine del sec. XV e gli inizi del sec. XVI dall'insegnamento del bresciano fra Francesco Licheto, nominato poi nel 1518 Ministro Generale dell'Ordine. Gli alunni ammontarono fino a trenta e molti poi furono a loro volta lettori in vari conventi o oratori molto noti. Nel 1515 su 48 frati presenti sette o otto sono bresciani. A p. Licheto il Grattarolo attribuisce la costruzione di un luogo in forma di semicerchio, luna, ossia di teatro, dove i frati ed altri studiosi disputavano passeggiando, come facevano i Peripatetici dell'areopago di Atene, con una tribuna in cima, dove il Licheto insegnava e un gradino solo intorno per gli studiosi, che ascoltavano le lezioni del Maestro, luogo che ai suoi tempi si conservava in segno di venerazione. Duns Scoto e il Licheto vennero raffigurati nella sala più vasta del convento. Il primo è rappresentato con In libro in atto di insegnare sulla cattedra con un zampillo d'acqua, scendente dal cielo. Poco lungi dal B. Duns Scoto, il pittore effigiò il P. Francesco Licheto in atto di attingere con una canna d'oro dell'acqua, che poi manda in una grande fontana aprentesi in mezzo ad un prato smaltato di fiori, dove un gran numero di sacerdoti e di frati di ogni ordine religioso, teologi e filosofi laici si adoperano con brente, con idrie, con secchi, con fiaschi e con scodelle e con altri recipienti di prendere di quest'acqua, chi per berne e chi per portarne via. Secondo il Grattarolo il dipinto era condotto con grande diligenza e alla maniera di M. Andrea Mantegna, Giambellino e M. Vincenzo Vecchio, "non troppo gagliardo, spiccato, ma però sottilissimo". Anche nel refettorio il medesimo pittore raffigurò il P. Licheto in atto di insegnare ai discepoli la dottrina del b. Duns Scoto, e parimenti vi dipinse l'Isola di Garda, fatti storici e parecchi panorami dei paesi vicini. L'Isola continuò ad aver fama quasi di un paradiso terrestre. Silvano Cattaneo nel cinquecento attestava che il convento sorgeva verso oriente sullo scoglio più elevato, che era: «ben costrutto nella chiesa, nel chiostro, nelle celle che guardano a mezzogiorno, nelle logge e nei cortili, nonostante la ristrettezza dello spazio, assai vago ed ameno per la sua posizione, per la purezza dell'aria, per la dolcezza del clima nel tempo invernale. Cosa assai rara si trova in questo convento, che non si vede in tutti gli altri luoghi del nostro Benaco, cioè che dovunque si tengono i cedri in buonissimo terreno e ben coltivati e riparati d'inverno, qui invece se ne vedono negli scogli, nelle fessure delle pietre, incolti e scoperti tutto l'anno, eppure producono fiori e frutta in grande quantità. Non soltanto vi sono bellissimi cedri, sempre verdi e fecondi, ma anche gli aranci ed i limoni ed altri fruttiferi. Vi sono orti, ornati di pergolati di viti, di vaghe siepi, di roseti, di rosmarini, e di altri arboscelli odoriferi e vaghi in modo, che sembra la vera stanza e il particolare albergo della primavera, della quiete, degli studi e della religione. Al convento si accede dal porto, il quale è chiuso e coperto come una sala, indi si passa pei giardini, e si sale per una viuzza ombreggiata di lauri, di pomi granati e di rosmarini. In questo convento vi sono stati sempre frati eccellenti nelle sacre lettere, benigni, amorevoli e veramente religiosi, i quali servono, consigliano e aiutano principi, gentiluomini, mercanti, barcaioli, pescatori, i quali accedono al convento. E quello che è mirabile, si è che quanto più danno in carità di pane, di vino e di ciò che si chiede loro, tanto più abbondano di elemosine, poiché di queste vivono». Il Gonzaga, che fu nell'Isola nel 1580, la paragona addirittura ai campi Elisi celebrando il clima salutare, la qualità e l'abbondanza di piante. La fama fu tale che, come scrisse il Labus, non è meraviglia che alcuni individui della famiglia Fregoso celebratissima nelle istorie di Genova» - «scacciati dalla lor patria e acquistati molti averi intorno al lago di Garda, pigliassero tanto affetto a quell'Isola, che Giano Fregoso, generale dei Veneziani nel 1510 e doge di Genova per un anno nel 1512, la visitò assai di frequente, e sempre con istraordinaria soddisfazione. Il quale affetto, ereditato cogli altri beni alla sua morte avvenuta in Savona l'anno 1529, da Alessandro Fregoso suo figlio condottiere di cinquanta cavalli a servizio della Repubblica Veneta, quivi desiderò d'esservi, come vi fu infatti, sepolto l'anno 1565». A ricordare i due Fregoso sussistono ancora due lapidi mortuarie. Più tardi nel 1690 vi soggiornò Cosimo de' Medici, poi Cosimo III di Toscana. Interessante il dono di sette casse di limoni, cedri e aranci raccolti nell'Isola, e fatte spedire nel 1458 dal vicario provinciale p. Bartomeo Caimi alla duchessa Bianca Maria di Milano.


In seguito, alla metà del sec. XV, il convento passò alla Congregazione dei Capriolanti, per ritornare poi sotto la giurisdizione della Provincia autonoma o vicaria dei Minori Osservanti eretta nel 1474. Anche il P. Francesco Licheto, amicissimo del marchese Francesco Gonzaga, il 27 marzo 1517 gli scrive dall'Isola d'essere spiacente di non potergli fare un dono, perchè i carpioni... non si lasciano prendere, e i cedri sono bruciati per il freddo. E il 25 gennaio dell'anno seguente si scusa perchè in sua assenza e avendo tenuto la chiave della sua cella in tasca, i sorci si sono mangiati i cedri che aveva preparato per lui. Si ripromette però di mandargli qualche altra cosa. Poche memorie sono rimaste delle ulteriori vicende del convento. Sappiamo dei tentativi che i padri Riformati compirono con l'appoggio della Comunità di Salò e con interventi dello stesso S. Carlo Borromeo per ottenere il Convento. Il Gonzaga attestava che ai suoi tempi (1580 c.) vi vivevano circa 20 frati. La comunità dovette ridursi a pochi frati, salvo che in alcuni periodi particolari, come dal 1680 fino al 1685, quando fu scelto per lo studio di rettorica per alcuni chierici neo professi. Nel 1685 venne considerato come convento di ricollezione ossia di ritiro. Il P. Maestro dei novizi del Convento di S. Bernardino di Salò faceva domanda in quell'anno al P. Provinciale di poter recarvisi coi novizi tre volte l'anno per godere spiritualmente di quella solitudine, permesso concesso ma con divieto di pernottare nell'Isola coi novizi, essendo il convento troppo angusto. Poco dopo, fino al 1697, fu convento di noviziato. Ma poi ammalatisi parecchi novizi, vista la difficoltà di chiamare i medici, i novizi furono trasferiti al convento di Pralboino. Nel 1703 fino al 1715 vi furono riammessi i novizi, essendo stato chiuso il noviziato del convento di Salò per le riparazioni che vi si facevano. Nel convento di Isola del Garda dal 1715 fino al 1724 si tennero gli studenti di Rettorica, dal 1724 al 1745 gli studenti di Filosofia, e dal 1745 fino al 1760 di nuovo quelli di Rettorica. Nel 1760 venne proposto e accettato in congregazione il ricorso del P. Guardiano del convento di S. di Loreto a Castiglione, ma nel 1762 e 1763 ritornarono gli studenti di Rettorica. Nell'adunanza dei definitori della Provincia, 25 agosto 1735, fu tenuto in considerazione il ricorso del P. Guardino del convento di S. Maria del Frassino di Peschiera, perchè i religiosi del convento dell'Isola oltrepassavano per la questua i confini del convento di Peschiera. Probabilmente l'antico privilegio di questuare fino a Monzambano era caduto in disuso. Anche per il convento d'Isola venne in tutti gli anni stabilito un Lettore di Teologia per le esposizioni ascetiche, morali, canoniche e della Regola Francescana da tenersi ai religiosi. Vi si tenne pure sempre la più perfetta e rigorosa osservanza della Regola e delle Costituzioni Generali dell'Ordine, pari a qualsiasi altro convento francescano. I religiosi si dedicarono alla predicazione e alle confessioni nelle parrocchie del Garda, ma si dedicarono anche alle coltivazioni. Per attestazioni degli storici bresciani, i frati dell'Isola furono i primi ad introdurre la coltivazione degli agrumi sulle sponde del Benaco. Anche di altre piantagioni i frati furono i pionieri. Del resto il Coronelli, che scriveva nel 1696, ricordando in modo particolare la pianta di Pisticchio e le due palme elevantisi nella parte tramontana del convento, fa comprendere come i frati influissero allo sviluppo dell'agricoltura sul lago. Il convento dedicato a S. Maria di Gesù è già chiamato nel 1673 del Santissimo Nome di Gesù titolo questo che prevalse nel 1752. Nel 1768 il sigillo del convento consisteva nello stemma del Ss. Nome di Gesù e con la scritta: «Conventus Insulae Gardae». Della chiesa del Convento non è rimasto alcun ricordo nel Museo Cristiano di Brescia se non una pisside esagonale e piramidale con fascia che gira tutt'intorno, su cui spicca l'iscrizione: " + Tabernaculum Sante Marie. De. Garda." Elegante lavoro veneziano del secolo XIV, certamente proveniente dal convento. Sappiamo che per la chiesa i Fantoni scolpirono nel 1709 una statua di S. Antonio di Padova, non piú rintracciata. Legati per S. Messe lasciarono Tomaso Bertolini, Agostino Cerobelli, Giovanni Fregoso ed altri.


Superato un tentativo di soppressione da parte della Repubblica Veneta nel 1768 per la presenza nell'Isola di una comunità forte di 31 frati, venne emanata una legge per limitare di molto il numero dei postulanti da accettarsi, e in seguito si diede un formale divieto di ammissione, tranne casi eccezionali, per cui nel 1795 il numero dei religiosi presenti era sceso a 12. La soppressione arrivò ne 1798. A parte la leggenda che vuole che nell'Isola abbia studiato Luigi Rampini poi individuato in Adriano IV, in verità olandese, tra i religiosi che lasciarono un nome, oltre al Licheto, è da ricordare il b. Pacifico Riccamboni (1230) il cui corpo, ora conservato nella chiesa arcipretale, è sempre stato oggetto di culto, e Francesco Salvadori (m. 23-11-1725), P. Giuseppe Armani (m. 10-IV-1763), Francescantonio Celva (m. 14-XI-1804), ottimi predicatori e professori. Il convento venne indemaniato e poi venduto al salodiano G.B. Conter, che nel 1803 lo cedette ai fratelli Benedetti di Portese. Da questi passò nel 1806 a Giovanni Fiorentini fu Fiorentino di Milano, che a sua volta, nel 1817, lo vendette al conte Luigi Lechi che compì nell'Isola, abbandonata ormai da vent'anni, una vasta trasformazione edilizia ricavando dal precedente complesso del convento una villa, e piantando un vasto e ricchissimo giardino. Nell'Isola il Lechi ospitò letterati e studiosi fra cui i fratelli Ugoni, il Buccelleni, l'ab. Antonio Bianchi, Cesare Arici che le dedicò bei versi, il conte Giovanni Arrivabene, Giovita Scalvini, Alessandro Turri, De Persico ecc, l'archeologo Giovanni Labus. Su incarico del Lechi, questi scrisse sull'Isola una memoria storica in forma di lettera, comparsa, «in anteprima», nella seconda parte della «Descrizione di Verona e della sua Provincia» del conte Giovambattista De Persico, pure stampata nel 1821. Nell'Isola fu a lungo ospite la cantante lirica Adelaide Malanotte legata sentimentalmente al Lechi, che fu cara al Foscolo e meravigliosa interprete delle opere di Rossini, specialmente del Tancredi, e sepolta nel cimitero di Salò. Il fratello più giovane dei due generali napoleonici, Giuseppe e Teodoro, il conte Luigi Lechi patriota ardente, verso il 1820-21 accolse sull'isola alcuni carbonari, impiantando una tipografia clandestina. Secondo rapporti della Polizia del 1821, l'Isola era diventata la meta quotidiana di riunioni di patrioti e cospiratori, fra i quali, come persone pericolose, venivano citati Antonio Arrighi, Giuseppe Veladuri, Lorenzo Maceri di Salò, Angelo Arrigo di Manerba, uno Zaglio di Bogliaco, il conte Calini di Brescia, Pietro Fossati di Salò. Il conte Luigi Lechi, già tenuto sotto controllo dal 3 giugno 1823 e arrestato il 5 luglio dello stesso anno, uscì di carcere a metà novembre 1824 in seguito alla sospensione del processo per difetto di prove legali. Il suo attaccamento all'Isola è testimoniato, tra l'altro, da due curiose iscrizioni dedicate a due suoi cani morti durante la prigionia. Esse dicevano «QUI SEPOLTO È GNICCO GNACCO / ERA UN BRACCO / ALTO UN PALMO, MALIZIOSO, / AFFETTUOSO / E FEDELE E CARISSIMO AL PADRONE / PIÙ ASSAI DI MOLTE BIPEDI PERSONE. / COMANDÒ QUESTA MEMORIA / E GLI MANDÒ UN SOSPIRO / DALLE PRIGIONI DI PORTA NUOVA / LUIGI LECHI / DEL MDCCCXXI». L'altra suonava: «ATTILA / MASTINO DI GRAN MO LE / E DI PARI BONTÀ / CUSTODE / INNOCUAMENTE PAVENTOSO / DI QUEST'ISOLETTA / MORÌ ANNEGATO / ADEMPIENDO IL SUO UFFICIO / DEL MDCCCXXIII. / LUIGI LECHI / USCITO DI CARCERE / GLI POSE NON SENZA UNA LACRIMA / Q. M.». A due cani "feroci" accennano anche le informazioni delle spie della Polizia austriaca. Tornato nell'Isola, il Lechi riprese le opere di costruzione che terminò nel 1830, come ricordava una lapide da lui stesso dettata che suonava: «Nel MDCCCXXX / Luigi Lechi / pose e murò questi giardini / nella speranza / che fruttassero a dì migliori». Di questo orto botanico si legge in un dizionario corografico del 1850 che era «ricco di piante che difficilmente allignano in altre parti dell'alta Italia: ma quivi la fertilità del suolo gareggia colla temperatura del clima, a talchè sugli scogli che la contornano giganteggiano gli aloe e danno fiori; vi sono alcuni massi di piromaco o pietre focaie con varie gradazioni di colori dal cenerino all'azzurro ed al nero». Una lanterna accesa all'estremità orientale dello scoglio segnava, fino alla metà del sec. XIX, la rotta ai naviganti. Nell'Isola il conte Luigi Lechi impiantò un piccolo osservatorio meteorologico delle cui osservazioni incominciò a mandare resoconti nei "Commentari dell'Ateneo di Brescia". Il conte Luigi Lechi abbandonò l'Isola nel 1832 e nel 1837 la vendette al fratello conte Teodoro. L'Isola passò poi a certi Manusardi e, nel 1860, allo Stato che vi iniziò opere di fortificazione, vi tenne un presidio e vi costruì caserme, che poi servirono come magazzini e alloggi per gli operai addetti alla ricostruzione della villa. Nel 1869 l'Isola venne venduta al barone Raffaele Scotti di Bergamo e nel 1870 passò al duca Gaetano De Ferrari di Genova, morto nel novembre 1893. Diventa proprietà della di lui vedova, Duchessa Maria D'Aunen Koff De Ferrari (n.a Bagadattnove nel 1837 e morta nell'Isola il 13 luglio 1924), passò in eredità a sua figlia Anna Maria (n. a Genova nel 1874) che la portò in eredità nel 1894 al marito principe Scipione Borghese. I Borghese ripristinarono i giardini, arricchendoli di piante rare e bellissime e, dal 1894 al 1901, su progetto dell'arch. Luigi Rivelli di Genova, ricostruirono la villa arieggiante le linee del palazzo ducale di Venezia di stile veneziano-orientale. I Borghese riaprirono la villa a personalità delle lettere, delle scienze e della politica. Più volte ospite fu l'on. Sidney Sonnino. Una gravissima tragedia pose fine al rinnovato splendore dell'isola. Il 25 novembre 1924 annegava nelle acque del lago la principessa Anna Maria Borghese, nata duchessa De Ferrari, consorte del principe Scipione precipitando in località Rocca, dove era andata sull'imbrunire a piantare ghiande, perendo nelle stesse acque profonde circa 120 m. in cui due anni prima era annegata una gentildonna fiorentina, ospite dei Borghese. Fra i primi ad accorrere fu Gabriele d'Annunzio che sparse sulle acque fiori e lauri del Vittoriale. Naturalmente si parlò anche di suicidio, di un tesoro in ori e gioielli che la principessa avrebbe portato con sè nell'abisso, dove non vennero mai più trovati, come non venne mai recuperato il suo corpo. Alla morte del principe Borghese nel 1927, la villa passò alla figlia Livia, coniugata al conte Cavazza di Bologna, che si premurò di conservare quel poco che era rimasto del lungo soggiorno dei frati. "Tuttora, scriveva un cappuccino P. Gentile del Castel Rozzano nel 1950, esiste la grotta detta di S. Francesco, scavata nel sasso sul fianco settentrionale dello scoglio, al margine del lago, una volta abitata dal Serafico Padre, da S. Antonio e da S. Bernardino. Tuttora esiste e ben conservato il corridoio detto dei frati, perchè quivi solevano passare le ore di loro fraterna conversazione. La cappella del palazzo è dedicata a S. Francesco d'Assisi che campeggia dalla pala dell'unico altare, opera pregevolissima, d'ignoto autore".


Cappellani dell'Isola furono i cappuccini di Barbarano, fra cui p. Angelico da Vigo di Fassa (1852-1939) che per quasi mezzo secolo vi celebrò la Messa, cui successe lo stesso p. Gentile da Rozzano. Una voce sparsasi nel luglio 1977 che l'isola era in vendita ad un gruppo di svizzeri per essere trasformata in albergo, venne prontamente smentita dal proprietario ing. Camillo Cavazza mortovi nel gennaio 1981, lasciando proprietaria la moglie contessa Charlotte Chetwynd Talbot. È rimasta la grande villa con circa trenta stanze e saloni arredati con pregevole gusto e antichi mobili, ma soprattutto è rimasto il grandissimo parco ricco di piante secolari della vegetazione mediterranea, un bosco di oleandri tra i più pregiati d'Europa, cedri giganteschi, rarità come le radici del «Taxodium disticum», attraverso cui l'albero respira.