GHEDI (2)

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GHEDI (in dial. Ghet, in lat. Gaydum)

Grossa borgata a SE di Brescia, in origine alla destra del Naviglio di Isorella che poi prosegue rettilineo fino a Canneto sull'Oglio. E a 85 m. s.l.m. a 18 km. da Brescia. Ha una superficie comunale di 60,14 kmq. Vi passa la ferrovia Brescia-Parma. Il nome compare la prima volta in un atto pergamenaceo (riportato incompleto dall'Odorici nel Codice diplomatico) del 22 ottobre 843, con il quale il vescovo Ramperto per mezzo del proprio messo Lintfredo comperava da certo Agiverto figlio di Anteperto (o Aldeperto) di Ghedi quanto egli possedeva in vico Gide, sia in proprio "seo de inter concilium" con la qual espressione, scrive il Violante, sembra squarciarsi il velo sulla persistenza degli antichissimi beni comuni del villaggio in un sistema di organizzazione territoriale che è già adombrato nell'Editto di Rotari. L'atto è sottoscritto da Jesideno, Ruperto, Redeverto e Agiberto de loco Gade. Sono tutti nomi longobardi. Le dizioni di Gide (sec. IX) di Gade, Gayday, Gedi (sec. XII), di Gaidu nel sec. XIV si trasforma in Ghedi che compare in una pubblicazione del 1614 fatta a cura dello storico Ottavio Ascani, pure di Ghedi. Il nome è un problema etimologico. Qualcuno fra cui il Guerrini - lo avvicinò in un primo tempo a Gut (Goti) come Godi, località nel territorio di Bagnolo, sulla strada, appunto, per Ghedi. Altri hanno pensato derivi dalla voce longobarga Gaida = punta della freccia e perciò anche angolo di terra nella brughiera, dato che il paese è presso l'angolo acuto formato dal Naviglio col fosso Chiès. O, ancora, da Gaidum, Gaydem = erba che serviva a fare i colori di tintoria; altri lo avvicinano a Gayum da Gagium, bosco o selva, e a Ghedi noi troviamo difatti denominata Gazzolo (piccolo bosco) l'attuale piazza retrostante alla chiesa; Gaitum e Gaita o Guayta, luogo di vedetta, in latino excubiae, in francese guet, onde è venuta la frase dialettale bresciana stare in guaita per dire stare in guardia, in vedetta; la denominazione guet (ghèt) è prettamente longobarda, e non è improbabile che la tradizione militare di Ghedi abbia avuto origine da una torre di vedetta o da un corpo di guardia qui costituito dai primi invasori longobardi. Ma altri ancora o fanno derivare dal celtico Gat, Gag = luogo di transito. Più tardi il Guerrini ha avanzato l'ipotesi che il nome derivi, nella sua forma dialettale sincopata, di Ghet, dal latino glaretum cioè ghiaieto, come indicherebbe la natura ghiaiosa del suolo dove è sorto il paese, che si trova sopra un largo banco di ghiaia al confine della brulla campagna con quella sottostante e paludosa delle Lame. Il nome compare come Gide o Gade in documenti del monastero di Leno e nei diplomi dei re d'Italia dal 958 al 1026. Nel diploma di Federico Barbarossa del 1177 appare per la prima volta la forma moderna di Ghedi. In un decreto del re Luigi XII del 10 giugno 1509 si trova "terram de Gheda" Pandolfo Nassino, già vicario del paese, nelle sue cronache riporta Gedi, certamente al posto di Ghedi. Il Da Lezze (1610) scrive chiaramente Ghedi. Abitanti: Ghedesi denominati " beghi de Ghèt" o "fasoli". Secondo l'Odorici nel 1362 erano 8.000 abitanti, ma ciò pare proprio improbabile. 2900 nel 1493, 3000 nel 1566, 2954 nel 1593, 3500 nel 1610, 2000 nel 1647, 2020 nel 1653, 3200 nel 1779, 3193 nel 1850, 3100 nel 1853, 3206 nel 1861, 3403 nel 1871, 3465 nel 1881, 4237 nel 1901, 7547 nel 1911, 7224 nel 1921, 7300 nel 1927, 8433 nel 1931, 8824 nel 1936, 8173 nel 1941, 9606 nel 1944, 9511 nel 1945, 9766 nel 1946, 9950 nel 1947, 10170 nel 1948, 10384 nel 1949, 10447 nel 1950, 10638 nel 1951, 11.208 nel 1955, 11240 nel 1961 (di cui popr. attive 4663; agr. 1299, ind. 986, costr. 870, comm. 390, servizi 309, amm. 673, altri 136), 11.636 nel 1965, 11.628 nel 1971, 11.762 nel 1975, 11.967 nel 1977, 12.378 nel 1981. Sebbene si trovi nella plaga fra il Mella e il Chiese, che fu la più paludosa della Provincia, il paese si stende su un terreno asciutto e fertile, situato nella zona della Bassa bresciana fra i fiumi Chiese e Mella su un terreno di origine alluvionale che va da quello recente e Olocenico (m. 200) e, sempre più in profondità, all'alluvionale del Pleistocene (m. 600), al Pliocene (m. 450), fino a Miocene inferiore (m. 450). Il territorio più fertile e più ricco di storia è quello compreso in una fascia chiusa a nord da terreno arido e ghiaioso e un'altra a sud coperta un tempo di lame e paludi. Due reperti preistorici, un pugnale ed una fibula, attestano insediamenti preistorici nell'età del bronzo antico. La fibula venne trovata in una tomba, scoperta nel 1904, molto simile a materiale trovato a Castellaro di Gottolengo. Dimostrerebbero che nella metà del primo millennio a.C., nella zona era operante un indiretto influsso etrusco mediato attraverso la cultura veneta che fece della zona un punto di incontro e di mediazione di rapporti commerciali e culturali fra l'Enolia etrusca, e veneta, le Alpi nord orientali. Su tale cultura si inserirono poco dopo i Celti, sopravvenuti nelle campagne bresciane intorno al V secolo. Una tardiva e rapida cronaca locale di Michele Marmentino (1666) fa risalire le origini di Ghedi al 936, sostenendo che venne fondato da certo console bresciano Gaydo Augusto, dal quale la borgata prese il nome. In verità prove epigrafiche e archeologiche suggeriscono che Ghedi, come ha scritto il Guerrini è fra i comuni bresciani uno di quelli che conservano più completamente la caratteristica costituzione antica del pago romano e della pieve cristiana medioevale, senza frantumazioni o divisioni notevoli, come è invece avvenuto di quasi tutti gli altri organismi primitivi della nostra costituzione territoriale. Numerose sono le iscrizioni latine indicate come provenienti dal territorio ghedese. Se ne elencano ventisette, cinque il Soncino, sei Alessandro Totti, diciassette o diciotto, il Rossi. Fra tutte sono importanti due dedicate a Ercole e riportate dal Mommsen. La prima venne dedicata al dio da M. Maeclus Magunus, nel quale, forse con una illazione azzardata il Guerrini, ha creduto, sia pure dubitativamente di individuare il proprietario del Magonis vicus, oggi Movico, presso Bagnolo. Con la seconda Caius Vossius Publi filius Fabius, cioè della gens Fabia, scioglie anch'egli "de suo parcimonio" (ossia con i suoi risparmi) un voto ad Ercole. Lo Joli indicò come proveniente da Ghedi un'altra lapide dedicata a Mercurio, dedicatagli a C. Hostilius Seneca. Oltre alle lapidi emersero, in tempi diversi, altri reperti archeologici di epoca romana, fra cui alcuni oggetti in bronzo (aghi, crinali o strumenti chirurgici), sei armille di bronzo ecc. Alla Scovola, sui confini tra Ghedi e Leno, nel 1895 vennero scoperte cinque tombe romane e un grande ammasso di ossa equine. Le tombe contenevano monete di bronzo, di varia epoca e oggetti di cui alcuni di pregio: oggetti d'argento, di bronzo, di ferro, fittili, e di vetro. Due anse di un vaso di bronzo vennero trovate nel 1896, due tombe ad embrici vennero scoperte con vari reperti nel 1897. Nel 1900 in scavi compiuti nella piazza centrale del paese venne rinvenuta una pregevole statuetta in bronzo. Nel 1926 riapparve addirittura presso la cascina Santi, a sinistra della via Ghedi-Viadana, una villa romana. Altri ritrovamenti si accompagnarono a quelli citati. Nome chiaramente romano è quello di Formiano (podere della gens Formia) mentre quello di Aguzzano indica la proprietà degli Acutii. Dai ritrovati archeologici sembra di poter situare un nucleo centrale ove oggi esiste la chiesa parrocchiale e dove venne trovata una statuetta di Giunone. Secondo una ricostruzione elaborata da alunni della 5° liceo Scientifico Calini, sezione di Ghedi è individuabile la sopravvivenza celtica nel nome Maeclus di una iscrizione, e nei culti documentati nel territorio fra cui quelli di Ercole e di Mercurio e forse quello di Giunone. I ritrovamenti entrano in un ciclo che dall'epoca romana, terminano in tempi di crisi e di decadenza. Le tombe della Scovola apparterrebbero alla fase di passaggio dalla civiltà celtica a quella romana (I sec. a.C, I sec. d.C.). La statua di Giunone apparterrebbe all'epoca della piena romanizzazione. Di periodo successivo era forse la villa romana, mentre il sarcofago di un Acutius è della decadenza (III-IV sec. d.C.). Durante e in seguito alle invasioni barbariche Ghedi fu un piccolo borgo con una chiesa dedicata a S. Lorenzo e di cui rimane, come segno, soltanto un cascinale, mentre le abitazioni circostanti andarono distrutte, nel 1265, per iniziativa di Carlo d'Angiò, capo della fazione guelfa. Già si è accennato all'acquisto di terra in Ghedi da parte di Ramperto nell'843. Nel territorio ebbe vasti possedimenti il Monastero di Leno, citati nei diplomi imperiali del sec. X e XIII, e che erano una continuazione di quelli del territorio di Leno, onde le due comunità ebbero contrasti per i confini, i quali furono segnati definitivamente nell'anno 1366 dal nobile dott. Giovanni Chizzola. Come nota il Guerrini l'Abate di Leno non ebbe però mai ingerenza ne ecclesiastica ne civile nel comune e nella pieve di Ghedi, e vi fu considerato soltanto come uno dei più quotati proprietari del territorio. Ma la ricchissima e storica Badia attraeva a se, sotto la Regola di S. Benedetto, molti cittadini di Ghedi che vi si facevano monaci; uno di questi, Pietro de Pagatis, fu eletto Abate e Conte di Leno intorno al 1340, e tenne per oltre vent'anni il governo civile ed ecclesiastico del monastero e del suo potere temporale, in difficili tempi di decadenza e di depauperamento. Intorno al mille Ghedi è pieve rurale, succeduta ad un vasto anche se non molto popolato pago. Intorno alla pieve si andò formando il borgo che assunse via via sempre più importanza strategica militare. Il castello, sottolinea il Valentini, doveva già essere in efficienza nel 1152, quando Ghedi aiutò i bresciani contro i cremonesi nel recupero del castello di Gottolengo. Al tempo della I Lega Lombarda parte del territorio divenne possedimento (1167) dei conti di Montichiari. Nel 1243 venne occupato dal Comune di Brescia con l'appoggio dei guelfi. Poco più tardi avendo ospitato i fuorusciti ed avendoli appoggiati subì gravi repressioni da parte del Comune di Brescia. Lo sviluppo della borgata, quasi del tutto deserta nei tempi antichi, ha il suo centro nel Castello che ebbe rilevante importanza strategica e militare, che ne determinò anche la fortuna economica. Esso cominciò ad assumere importanza nei secoli XIII e XIV. Situato sulla importante strada Brescia-Asola, fra i castelli di Montichiari, Calvisano, Leno e Bagnolo, nidi di feudatari ecclesiastici e laici spesso in lotta fra loro, divenne asilo di eretici Malesardi e di Ghibellini nel secolo XIII, alternativamente conteso dalle fazioni politiche cittadine. Tebaldo Brusato, capo dei Guelfi espulsi da Brescia dal vescovo ghibellino Berardo Maggi, assalì e occupò Ghedi nell'anno 1306, con l'aiuto delle potenti famiglie dei Griffi e dei Confalonieri; per la defezione il Maggi impose al comune la grossa taglia di L. 10.000. L'anno dopo, 1307, il castello di Ghedi fu preso dai Cremonesi alleati del Brusati e dei Guelfi, poi ripreso dai ghibellini bresciani, con assedi e saccheggi memorabili. Nel 1311 Ghedi aiutò Brescia assediata da Enrico VII. Nell'anno 1318 il comune si diede spontaneamente alla signoria di Cane della Scala di Verona, chiamato e aiutato dai fuorusciti bresciani; Cane della Scala, il cui nome rimane tuttavia sulla bocca del nostro popolo nella leggendaria narrazione delle sue crudeltà, costituì suo Vicario in Ghedi il capitano bergamasco Trussardo Colleoni, i Guelfi bresciani, aiutati dai Bolognesi e dai Fiorentini assediarono nuovamente Ghedi nell'anno 1319, e battutolo con macchine formidabili vi sloggiarono il presidio del Colleoni, il quale fu lasciato libero, ma 150 dei suoi furono catturati e condotti a Brescia prigionieri. Condottiero di questa nuova impresa guerresca intorno al martoriato castello fu il capitano d'Acquabianca, e si dice che il castellano scaligero (forse il Colleoni?) prima di arrendersi abbia fatto uccidere per vendetta il nobile bresciano Almerico Sala, che vi era come ostaggio. Nel 1320 Ghedi venne ripreso dai Ghibellini con l'appoggio degli Scaligeri che vi compirono un macello, spedendo poi circa 70 guelfi ivi catturati a Verona. Nel 1325 (o secondo altri nel 1330) per istigazione di fuoriusciti bresciani Mastino della Scala conquistava diversi castelli, fra cui Ghedi. Nel 1331 Giovanni di Boemia lo infeudava ai suoi fedeli. I Visconti da parte loro vi istituirono un quadra. Il castello venne sempre più fortificato fino ad avere cinque torrioni e due ponti levatoi ma nel territorio si entrava per sette ponti ad ognuno dei quali veniva posto al tempo dell'uva un "guardarolo" per la riscossione dei dazi delle uve e dell'imbattado. Nel 1362 il castello di Ghedi passava nelle mani di Cangrande della Scala, ma recuperato poi da Barnabò Visconti venne con altri demolito. Compromessa nella sua importanza militare, la vita di Ghedi, nonostante le continue guerre e devastazioni, si sviluppò economicamente grazie anche all'investitura di un vastissimo latifondo di 1400 piò di terra fatta nel 1371 al Comune da parte del nobile Giovanni Chizzola, del quale latifondo la sua famiglia era stata investita in enfiteusi, forse da qualche ente ecclesiastico. Nacquero in seguito dissensi fra i Chizzola e il Comune che vennero superati con un lodo emesso il 30 settembre 1393 dai nobili Berardo Maggi e Almerico Mezzani, il cui testo conferma gli sforzi compiuti dal Comune e dagli abitanti per lo sviluppo dell'agricoltura del loro territorio. Gli avvenimenti militari del secolo XV e XVI diedero al Castello di Ghedi un'importanza strategica rilevante, ne fecero il centro di un permanente Quartiere di soldati e di Cappelletti, o guardie di pubblica sicurezza, e parecchi illustri Capitani dell'esercito veneto, come Nicolò Orsini di Pitigliano e Bartolomeo d'Alviano vollero avervi la loro residenza, amando il divertimento delle cacce estive e invernali nel territorio di Ghedi, ancora ricco a quel tempo di foreste, di paludi e di animali selvatici. Comunque presenze così agguerrite non risparmiarono Ghedi da occupazioni e azioni guerresche. Gravi furono i passaggi d'eserciti nel 1426, più pesanti ancora per il fatto che Brescia rifiutò (con Provvisioni del 31 dic. 1427) di risarcire le spese di guerra sostenute dal comune. Incendiato e distrutto nuovamente, nel 1434 la Repubblica veneta invitò a rifare le fortificazioni. L'8 aprile 1437 (l'8 marzo 1439 secondo il Nassino) secondo un anonimo venne posta la prima pietra "nel fabricar del castel de Gedi". Ma nel 1438 durante il blocco a Brescia le truppe viscontee con a capo il Piccinine vi posero il quartiere invernale. Nel gennaio 1440 era ancora base di azione viscontea da dove la soldataglia batteva il territorio minacciando e uccidendo qualsiasi persona, anche donne e bambini, che non avesse salvacondotto. Il 9 giugno 1440 Francesco Sforza, allora condottiero dei Veneti, occupò Ghedi e lo saccheggiò ma nel febbraio dell'anno seguente la comunità di Ghedi «venne all'obidientia del duca de Milan» e l'8 giugno degli Orzi. «Nicholò Picinì vene a Ghedi con lo campo». Nella nuova campagna militare il 20 ottobre 1452 si stanziarono a Ghedi i veneti, dove ricevettero la sfida dallo Sforza, sulla punta di una lancia un guanto "sanguanento". La sfida accettata, non ebbe poi luogo. I veneti vi rimasero fino al 14 dicembre 1452. Ma l'anno seguente il 29 giugno 1453, le truppe viscontee di Federico Gonzaga che a Villafranca aveva sconfitto i veneti, si ricongiungevano con quelle dello Sforza, assediando e occupando il 6 luglio il paese. A Ghedi poi il 21 agosto 1451 giungeva il legato pontificio, card. Giovanni Carvajal per porre fine alla guerra. Nell'ottobre 1453 poi, con grandi falò di gioia, Ghedi accolse Renato di Angiò e le truppe francesi. I veneziani ponevano campo a Ghedi dal 20 tt. al 14 dic. 1452. Il 15 luglio 1453 vi pose il campo il duca Francesco e vi stette nove giorni. Quando, finalmente, il 9 aprile 1454 venne firmata la pace di Lodi, Venezia riconobbe i lunghi disagi sopportati. Per di più Ghedi venne eretto in vicariato maggiore, poi declassato in minore. Nel 1465 vi sostava Ercole Gonzaga. Durante la guerra di Ferrara, il 20 agosto 1483 veniva occupato dalle truppe sforzesche comandate dal duca di Calabria. Ma nel novembre seguente era di nuovo in mano veneta, per ritornare poi definitivamente a Venezia nell'agosto 1484, ottenendo il 25 ottobre seguente particolari privilegi a risarcimento dei danni subiti. Nel 1498 Venezia concedeva Ghedi con la sua Quadra a Niccolò III Orsini, conte di Pitigliano e di Nola, governatore generale delle truppe della Repubblica. Egli vi fece costruire un palazzo ove viveva come feudatario, non permettendo che il vicario bresciano si intromettesse nelle sue faccende, anche perchè vi ospitava molti banditi, per delitti di sangue. Inutilmente il Comune di Brescia, protestava con Provvisione del 18 gennaio 1499. Nel 1509 dopo la disfatta di Agnadello alla Ghiaradadda, i beni e il palazzo del Pitigliano vennero requisiti dai francesi e concessi a Carlo d'Amboise; Brescia potè riavere il vicariato di Ghedi, dopo lunghe trattative e riscattandolo con 17.000 scudi d'oro raccolti attraverso un nuovo dazio sulle carni, imposto con Provvisioni del 27 e 3 ottobre 1509, 13 maggio 1510 e con altra somma stanziata nel 1512, sebbene Ghedi tentasse di sottrarsi alla giurisdizione della città. 11 4 giugno 1512 vi giungevano le avanguardie dell'esercito veneto e pochi giorni dopo diventava sede del governo provvisorio e in particolare del delegato provvisorio Pietro Longhena che poi si trasferì a Rovato, quando nell'ottobre 1512 la borgata venne occupata dagli spagnoli del Cardona che ne fecero il caposaldo per la conquista di Brescia. Approfittando della nuova situazione, Ghedi con altri paesi tentò di separarsi da Brescia, ma la città si affrettò con Provvisioni del 13 febbraio, 27 aprile 1513 e 19 gennaio 1514 a dichiarare illegittime tali rivendicazioni. Nel frattempo nel 1510 alla morte del Pitigliano (che a Ghedi si era fatto costruire anche un elegante sepolcro), il palazzo passò all'Alviano che vi morì per strapazzi il 7 ottobre 1515. Nel dicembre 1515 venne occupato dall'artiglieria veneta del Trivulzio. Ghedi conobbe nel 1529 l'assedio delle truppe imperiali; resistette ad esse sotto la guida di Antonmaria del Castello che respinse l'intimazione di resa e con pochi uomini seppe tenere a rispetto il nemico ben più numeroso. Ciò non impedì che venisse razziato tutto il patrimonio ovino consistente a quanto registra il Nassino in 6mila capi. Questo continuo rumore delle armi intorno alle mura e alle torri del castello ghedese non poteva che suscitare eguale passione della avventurosa vita militare anche nella gioventù locale. Lo Zamboni, sulla fede dell'Ascani, notaio ghedese, ricorda appunto alcuni ghedesi che si distinsero per valore in imprese militari, e fra questi nomina Marco e GianMaria Rossetti, fratelli, soprannominati Crivellatori, e Camillo Giroldi, Capitani di Fanti nell'esercito veneto durante le guerre contro i Turchi nelle isole dell'Egeo (1570). Nonostante continui episodi di guerre e d passaggi di eserciti dal sec. XV in poi anche Ghedi ebbe un sempre più vasto sviluppo economico. Il 28 febbraio 1446 il comune acquistava da Tonino q. Bonomo Caprari una bocca di seriola nel Naviglio alle Chiaviche di Borgo Poncarale che fu uno dei primi tentativi di irrigazione. Più tardi si pensò alla bonifica delle Lame, mentre nella Vicinia generale del 1464 venne decisa la costruzione di una nuova seriola per raccogliere le acque colatizie del Lavaculo nella regione lamosa detta Striaghe verso Leno. Il 16 agosto 1473, e successivamente negli stessi anni 1473-1474 il Comune acquistava da un certo Pasino Marenda alcuni diritti d'acqua a Piffione, poi comperava altri fondi e vasi per la costruzione di una nuova roggia irrigatoria, la quale però non era ancora finita nell'anno 1481. Nel 1499 il comune e i contadini ottenevano l'investitura perpetua dei beni dell'abbazia di Leno che gli abati commendatari avevano trascurato lasciandoli ai primi occupanti; e che volevano poi rivendicare, per concederli al nob. Nicola Arimondi. In tal modo il Comune di Ghedi riuscì ad accumulare un cospicuo patrimonio demaniale, che ancora sulla fine del sec. XVIII era costituito, oltre che da case, rogge, diritti di pascolo ecc., da 1400 campi di Lame e Prade, e da 3648 campi di Campagna, con una rendita annua di L. 61,894,00, che anche allora faceva chiamare Ghedi «uno dei più doviziosi comuni del territorio bresciano». Questo immenso patrimonio comunale era riserbato in amministrazione e in godimento alle famiglie più antiche del paese, che vennero chiamate «degli Originari» per distinguere gli indigeni dagli immigrati, chiamati «Forestieri»; questi, privi di ogni diritto civico nella vita del Comune, come i Nobili o Cittadini bresciani che ivi avevano possidenze, per le quali pagavano le tasse al Comune di Brescia. Oltre i Chizzola già ricordati, ebbero in Ghedi possedimenti e case d'abitazione per villeggiatura gli Ugoni, i Gandini, i Paradisi, i Gaifami, i Trussi, gli Scovolo, e i nomi di alcune cascine ricordano ancora questi antichi proprietari che le fondarono. Gli Originari, cioè i capi delle famiglie più antiche, si radunavano nella Vicinia Generale ogni anno per la elezione del governo e la ripartizione degli utili del bilancio comunale, sul quale gravavano le spese di tasse governative e militari, l'indennità degli amministratori comunali, i salari del medico, del chirurgo, della medichessa o levatrice, delle scuole, della chiesa e della torre, e molte altre che sono enumerate nella relazione catastale del 1609. La Vicinia ammetteva nel suo seno anche famiglie forestiere, ma per lunga permanenza e per alte benemerenze, come si è fatto nel sec. XVIII per i Pavia e i Lupi: del resto il corpo degli Originari si manteneva in una rigida forma di campanilismo per non perdere i vantaggi notevoli delle grosse rendite comunali. Ciò non ha impedito, annota il Guerrini, che le finanze del Comune andassero a rovescio sulla fine del secolo XVIII per dilapidazioni patrimoniali, per cattiva amministrazione e per molti debiti contratti a capriccio; ed ha stimolato invece la reazione dei Forestieri, esclusi da questi vantaggi e sottoposti a tutte le tasse e angherie del comune, del territorio e dello Stato. La questione fra Originari e non Originari divampò anche a Ghedi, come in quasi tutti i comuni rurali bresciani, durante il secolo XVIII, prodromo di una vivace lotta fra le classi per la conquista dell'eguaglianza civica e la riforma dei comuni a base democratica. Ma data la entità del patrimonio comunale e la scarsità della popolazione, fu facile raggiungere un accomodamento fra le parti, e il 31 luglio 1760 fu sancito il nuovo ordinamento dell'amministrazione comunale con larghe concessioni ai Forestieri. Il castello continuò ad avere una struttura ancora consistente nel sec. XVI. Verso il 1530-1540 con i castelli di Lonato, Coccaglio, Orzinuovi venne scelto come uno dei quartieri "del piano" delle ordinanze del territorio. Nel 1610 il Da Lezze scrive ancora «di un castello serrato di buone et grosse mura, alte cum le sue buone fosse attorno, con acqua sortiva; le mura hanno cinque Torrioni terrapienati; circonda circa mezzo miglio con due porte et ponti levadori». Sotto la Repubblica Veneta la Quadra (o mandamento) comprendeva i comuni di Leno, Malpaga, Montirone e S. Vittore (Castelletto di Leno); era governata da un Vicario biennale, scelto dal Consiglio Generale di Brescia fra i Nobili Bresciani, e pagato da tutti i comuni della quadra il quale vicario faceva le veci dell'autorità veneta. L'espansione demografica ed edilizia di Ghedi fu molto lenta fino alla metà del sec. XIX; è soltanto in seguito alle nuove bonifiche che l'incremento della popolazione si accentua. Ancora nel secolo XVI intorno al Castello, che comprendeva la pieve, la casa comunale e poche altre case private, si stendevano dei sobborghi, denominati Gazzolo (l'attuale piazza), Malborgo e Borghetti. La popolazione era in grande preponderanza agricola come è tuttora. Inutile rilevare quanto terrore abbiano seminato le pestilenze specie quelle del 1516, del 1576-1577 e del 1630. Nel seicento venne chiamato, più per spagnolismo che per qualsiasi altro valido motivo il conte Francesco Martinengo Cesaresco, tenuto a battesimo dalla stessa comunità il 5 febbraio 1651. Nel 1782 il podestà Grassi, vi nominava un economo per amministrarvi il pubblico denaro. Non mancarono fin dal 1793 riflessi della propaganda giacobina specie per riunioni e pranzi che si tenevano alla Motta dalla società dei "Buoni Amici". Nel maggio 1796 vi si stanziarono specie le truppe del gen. Séurier. Truppe napoleoniche vi si stanziarono nel maggio 1805. Particolarmente devastatore fu il colera che colpì Ghedi dal 13 giugno 1836. Durò tre mesi e vide la generosa assistenza dei sacerdoti del luogo. Continuando il morbo venne fatto voto che si sarebbe portata ogni anno la prima domenica di ottobre in processione la statua della Madonna del Rosario. Contemporaneamente venne fatto voto di festeggiare solennemente, ogni cinque anni, la festa di S. Croce. Il 25 settembre il morbo scomparve. A ricordo del voto esiste un piccolo delizioso dipinto trafugato nel 1957 e ritrovato, se pur smembrato. Il borgo conobbe un risveglio civile ed economico specie negli ultimi decenni del sec. XIX. Nel 1850 esisteva una casa privata di educazione per le prime tre classi ginnasiali ove gli alunni venivano tenuti anche a dozzina, ma già agli inizi del '700 erano stati istituiti corsi di cultura popolare. Nel 1893 venne costruita la linea Brescia-Parma con la stazione di Ghedi, con particolare agevolazione dei trasporti. Nella brughiera di Ghedi vennero tenute fin nell'800 riviste militari come quella del settembre 1878. Nel 1915-18 ebbe origine il R. Aeroporto Luigi Olivari, che acquistò successivamente notevole incremento specie dopo la I guerra mondiale quando dal 1930 si tennero importanti giornate aviatorie a cura dell'Aeroclub "A. Cominotti". Per alcune attività si notò la presenza di Gabriele D'Annunzio. Nel 1930 a cura dell'Aeroclub vennero organizzate le giornate aviatorie. Dal 1915 in poi il campo venne gradatamente monopolizzato dall'aviazione militare. Incominciò con l'accogliere reparti di caccia; tra le due guerre varie formazioni; bombardieri nell'arco dell'ultimo conflitto. In quel periodo, con l'organizzazione Todt, lo sviluppo delle piste venne esteso. Bombardieri del campo di Ghedi furono impiegati in Russia e in Africa Settentrionale, tra il 1940 e il 1943 e gli equipaggi furono decorati con la medaglia d'argento che brilla sulla bandiera da combattimento custodita nell'ufficio del comandante. Le vicende del Sesto Stormo, dal 1951 si identificano con quelle della base bresciana. Esso annovera inizialmente il 154°, 155°, 156° gruppo che, undici anni più tardi, secondo il piano di ristrutturazione dell'Aeronautica militare, abbandonato il concetto di aerobrigata e adottato quello di stormo, vengono dispersi: il 156° passa al Trentaseiesimo stormo di Gioia del Colle, il 155° va a Piacenza-San Damiano per ridare vita al Cinquantesimo stormo. Il 154° resta a Ghedi e ne costituisce il nucleo operativo. I caduti di Ghedi nella I guerra mondiale furono centoundici e 27 i mutilati, due nella guerra di Spagna. Ai caduti venne eretto un monumento opera dello scultore ghedese Bernardino Boifava (autore anche del monumento ai caduti a Rimini). Il monumento ebbe una nuova sistemazione nel 1951, in un complesso ad archi in cotto con lapidi in cui sono incisi i nomi dei caduti, su progetto dell'arch. Guido Marangoni. I Volontari nella I guerra mondiale furono tre, 12 nella Guerra dell'Africa Orientale Italiana, 17 nella guerra di Spagna. Nove le medaglie d'argento, cinque quelle di bronzo. Tra le attività culturali e ricreative si può rilevare la presenza del Teatro Vittorio Emanuele III (ristrutturato nel 1924-1925), la nascita nel 1924 di un Circolo di cultura, la presenza della Filodrammatica "Vittorio Alfieri" alla quale si aggiunse nell'aprile 1926 quella dedicata ad Alessandro Manzoni promossa da Attilio Bonardi. Più intensa la vita socioculturale negli ultimi anni. Oltre alla Biblioteca comunale, nel 1975 nasceva un gruppo di "Amici del cabaret"; nel 1978 il "Gruppo Artisti Ghedesi" nel 1972 l'Associazione donatori del sangue (AVIS). La banda cittadina ha origini ancora nell'ottocento. L'attrezzatura civica e scolastica è andata arricchendosi nel 1931 di un nuovo edificio scolastico inaugurato l'8 novembre di quell'anno è andata completandosi nel II dopoguerra con un asilo nido, una scuola materna statale, un nuovo complesso per le scuole elementari, scuole medie e l'ITIS (sul quale convergono studenti di Montichiari, Leno, Pavone, Gottolengo, Calvisano, Isorella, Castenedolo), un Liceo Scientifico. La vita religiosa ha scritto il Guerrini s'incentra nella storia della Pieve, dedicata all'Assunzione di M.V. (15 agosto), come la maggior parte delle pievi bresciane. Non è possibile stabilire, nemmeno in modo approssimativo, l'origine della pieve, o meglio la data di trasformazione dell'antico organismo religioso del pago romano nel nuovo organismo della pieve cristiana. La pieve aveva due diaconie per l'assistenza dei poveri e dei pellegrini: a Formiano e a Montirone dove le due chiese sono ancora dedicate a S. Lorenzo, il santo della carità. Come annota il Guerrini il primo arciprete di Ghedi appare, ma senza nome, nel 1275 all'elezione del canonico Berardo Maggi a Vescovo di Brescia, ma non è certamente il primo della serie perchè, anche in mancanza di documenti, si può far rimontare la pieve almeno al secolo IX, e forse anche più in là, all'VIII o al VII secolo, con certezza storica data da elementi generali. Accanto all'arciprete anche la pieve di Ghedi doveva avere un piccolo capitolo di sacerdoti e chierici, viventi in comune a servizio della vastissima parrocchia. Di questo capitolo primitivo, proprio in ogni pieve cristiana restava ancora un avanzo sul principio del sec. XV. Difatti il catalogo della diocesi del 1410 assegna a Ghedi l'arciprete, un cappellano e due chierici con benefici propri, oltre il beneficio di S. Lorenzo di Formignano, chiamato sine cura cioè sacerdotale semplice, senza l'onere di cura d'anime. Tutti questi beni ecclesiastici o andarono dispersi, o furono accumulati nell'unico beneficio parrocchiale, meno il beneficio di Formignano che nel 1532 era stato unito al monastero di S. Caterina di Ghedi. Durante il sec. XV e nella prima metà del seguente secolo XVI anche la pieve di Ghedi subì il danno gravissimo della commenda che il Comune volle sistemare nel 1534 ottenendo con Bolla del 9 giugno 1534 di Papa Clemente VII il diritto di patronato per i comizi dei capi-famiglia, ovviando in tal modo a continui depauperamenti del patrimonio parrocchiale. A tale diritto rinunciarono i capi famiglia nel 1943 in occasione della elezione a parroco di Don Giovanni Gottardi, di Capriolo (parroco dal 1943 al 1972). La chiesa parrocchiale è vasta, armoniosa nelle linee semplici, con numerosi altari decorati di belle opere d'arte; era considerata nel secolo XVII una della più belle chiese della diocesi, fu edificata nella prima metà del sec. XVII, secondo il Guerra, su disegno dell'architetto bresciano Giovan Antonio Avanzi. Deliberatane la fabbrica nel 1606 e iniziata in tale anno come indica la data sulla porta, era ancora in costruzione nel 1619. L. Anelli la dice però ancora di impronta architettonica cinquecentesca giacche la facciata, nettamente distinta in due fasce da una rilevata cornice, è ritmata da semplici lesene e presenta uno schema divulgato in Lombardia, e concomitante con le direttive proposte dal Concilio Tridentino, mentre presenta un interno con la tipica struttura ad una navata con presbiterio poligonale allungato e profondi altari rincassati nelle pareti, che riporta al manierismo veneto piuttosto che a moduli barocchi. L'interno è a lesene binate, inframmezzate da nicchie con statue con uno schema che, sempre secondo l' Anelli, è da riportare al Palladio ed alla cultura e architettura veneta come dimostra l'uso delle grandi finestre romane murate sui fianchi che hanno il compito di variegare di un'ombreggiatura grigia l'uniformità luminosa del fianco offerto al sole di mezzogiorno; le finestre serliane, trapiantate sì di sana pianta dal famoso Libro di Architettura, ma trattate con sensibilità che col trattatista bolognese non ha nulla da spartire: fra le tre aperture della Serliana e l'effettiva finestra che rischiara la navata c'è un vano profondo che, impregnandosi di ombra, funge da nero e massiccio contrappunto. La chiesa ha cinque bei altari laterali in marmo policromi, lavori del '600-'700, mentre il sesto, quello del S.S. Sacramento, ha una superba soasa in legno dorato d'impronta classica, che venne restaurata nel 1921 da Faustino Visini "aere suo". La pala raffigurante l'Ultima Cena è di Pompeo Ghitti, come appare da un contratto firmato il 6 dicembre 1680 tra il pittore e i "deputati della terra di Ghedi" conservato nel fascicolo dei "Debiti della scuola del S.S. Sacramento" esistente nell'archivio parrocchiale e ritrovato da Angelo Bonini. La pala, nel 1963 venne tolta e posta ai lati del presbiterio assieme ad un'altra raffigurante la "gloria di S. Carlo, venerato dai santi Rocco, Francesco, Antonio e Lorenzo". Angelo Bonini l'attribuisce pure a Pompeo Ghitti. Anche questa grande "macchina" (e, 450 x 250 circa) venne tolta da un altare laterale, sul quale dal 1979 campeggia una tela del pittore ghedese Adolfo Penocchio che vuole simbolizzare il "battesimo" (450x260). Su un altro altare laterale vi è una "Deposizione di Gesù Cristo dalla Croce" del Lucchese (1647), della quale ancora il Bonini ha reso nota la datazione e la documentazione archivistica. Notevoli per eleganza e dovizia di marmi sono ancora i due altari Settecenteschi della Madonna del Rosario, con belle tavolette dei misteri, e del crocefisso, opere entrambe di maestri rezzatesi. Il crocefisso ligneo (h. cm. 170) è attribuito da Sandro Guerrini allo Zamara di Chiari verso il 1540-45. Di ragione del Comune era il 2° altare di destra intitolato ai santi bresciani Faustino e Giovita, la cui pala di pregio è ora inopportunamente relegata in sagrestia. Per le piccole dimensioni (cm. 200 x 160) era certamente parte del corredo della chiesa parrocchiale precedente all'attuale. Domina il presbiterio una bella pala dell'Assunta, trasposizione del celebre capolavoro tizianesco del duomo di Verona. Attribuita al Moretto è invece opera di Pietro Marone (1588) (firmata Petrus De Maronibus F.). Del Marone è anche la piccola pala sovrastante l'Assunzione e raffigurante l'Incoronazione della Vergine. Il presbiterio è restaurato secondo la moda neoclassica all'epoca (1893) del restauro generale della Chiesa, ricordato dalla lapide sopra la porta principale: «Nel luogo di altra chiesa Vetusta questo tempio sacro alla Vergine Assunta più ampio con nuovo concetto si eresse l'anno MDCVI amministratori popolo restaurarono abbellirono auspici don Andrea Plevani Parroco dall'anno MDCCCXCIII all'anno MDCCCXCVII». La volta della chiesa fu dipinta da Gaetano Cresseri, mentre le figure e le decorazioni del catino absidale sono dovute a Vittorio Trainini (1963). L'organo venne costruito, in cassa antecedente da Diego Porro nel 1907 e rispecchia secondo V. Brunelli "la sentita esigenza per un aggiornamento delle risorse tecnico-pratico-esecutive" degli organi bresciani. Di probabile produzione delle valli bresciane è una croce in pino cembro da collocare ad un livello qualitativamente alto per la calma serena del Cristo ormai spirato, è conducibile ad artisti artigiani tra il tre e quattrocento. Venne rubato nel 1957, ma subito rintracciato. Proviene dalla sommità dell'arcone della demolita Chiesa di S. Lucia. Sul fianco della chiesa esiste ancora il vecchio campanile, massiccia costruzione del sec. XV che serviva come torre di difesa del castello o meglio, come avanza sempre il Bonini, la cappella gotica maggiore della primitiva parrocchiale, trasformata per sopraelevazione in torre campanaria. Ben arretrate correvano infatti le mura del Castello rispetto a questo campanile. Nel 1624, essendo arciprete D. Marco Spagnoletti, già Prevosto di Gottolengo, fu eretta la Residenza corale per legato dei due coniugi Marta e Giacomo Gorno; così al decoro dell'arte si aggiunse quello della sacra ufficiatura e del cospicuo numero di sacerdoti. Ghedi ha parecchie chiese sussidiarie, parte in paese e parte nei dintorni. Fra le più amate dalla popolazione vi è quella dedicata a S. Rocco, detta dei "Morti della fossetta di Ghedi". Frequentatissima, venne eretta a ricordo della peste del 1630, ricca di numerosi ex-voto. Venne edificata dopo la metà del '600, in sostituzione di una santella dedicata alla Madonna della fossetta che durante la pestilenza aveva raccolto le salme degli appestati. Costruito forse dal 1665 al 1670 il santuario fu poi continuamente abbellito. La pala dell'altare maggiore fu posta nel 1686 a cura di Zoanne Bozza, capitano delle ordinanze di Ghedi. Raffigura la Madonna nera di Loreto con ai piedi S. Sebastiano, S. Gottardo, S. Rocco, S. Martino vescovo, S. Vincenzo Martire, santi tutti invocati nelle più diverse e spesso tragiche calamità. Vi si leggono la firma dell'autore e la data. La chiesa fu poi adornata anche di due altre tele molto belle che oggi sono raccolte nella sagrestia. Una, secentesca, raffigura la Sacra Famiglia e l'altra, pure secentesca, l'Annunciazione. Questa seconda, specialmente, è di squisita fattura e degna di studio. Ambedue poi sono bisognose di restauro. Nel santuario ebbe sede una "Compagnia di S. Rocco" di cui rimangono alcuni registri di legati e delle spese ordinarie per il massaro, il cancelliere, e il cappellano per gli anni 1730- '38; 1772- '80; 1794 - 1799. Numerosi gli ex voto, e vivissima la devozione da molte plaghe del Bresciano. Le cure per il Santuario andarono sempre più moltiplicandosi e il santuario fu più volte restaurato. I più radicali interventi furono eseguiti nel 1903 quando il pittore Cesare Bertolotti (che a quei tempi stava affrescando la volta della parrocchiale di Ghedi) dipinse nella volta la Gloria di S. Rocco. Gli ultimi restauri, con nuovi affreschi di Iros Marpicati, furono compiuti nel 1957 per iniziativa di uno dei migliori cappellani che il santuario abbia avuto, don Lorenzo Tracconaglia. A rendere più caro il santuario, il bellissimo viale è stato dedicato al ricordo (rimembranza) dei caduti della guerra con la costruzione di un viale di abies nigra ora purtroppo sradicati per malattia degli alberi e sostituiti da ippocastani. Era un dovere quasi tracciarlo qui, dato i numerosi voti e le intensissime preghiere che hanno animato questo tempio durante gli anni della guerra. Anzi la fiducia nell'intercessione dei morti di Ghedi fu tale che non essendosi verificato nei primi due anni della I Guerra Mondiale nessun decesso fra i soldati ghedesi si propagò la convinzione che ciò si dovesse al loro intervento. E, forse per questo, nel 1916, a cura del cav. Angelo Zamboni e Giulia Redaelli ved. nob. Ochi, venne sopraelevato il campanile. L'elegante santuario della Madonna di Caravaggio venne eretto nel 1759. In grave decadenza venne restaurato e riaperto con grandi feste nel maggio 1929, per iniziativa di Anacleto Maglia. Vi si conserva una bella pala di Cesare Campini datata 1869, raffigurante la Mad. di Caravaggio, in origine sull'altare; sostituita poi con statue dozzinali rappresentanti la tradizionale scena dell'Apparizione. Il convento francescano di S. Maria delle Grazie venne fondato verso il 1465 per intervento della comunità e affidato ai Minori Osservanti. Considerato da qualcuno fra i migliori della provincia nel 1587 veniva definito "ingratissimo" per l'aria insalubre ma anche dotato di beni. Il capitano veneto Nicolò Orsini, conte di Pitigliano e di Nola, fece costruire nella chiesa del convento il suo mausoleo (ora, in parte, al Museo di Brescia), dove tuttavia non venne sepolto poichè morì a Lonigo nel 1510 durante la guerra della Lega di Cambrai. Vi abitarono sempre i padri dell'Osservanza, eccetto un breve periodo - dal 1474 al 1479 circa, in cui vi ebbe sede il gruppo dei dissidenti della piccola Congregazione dei Capriolanti. Nel settembre 1630 il vicario degli Zoccolanti ammazzava con un martello il p. guardiano in sacrestia. Nella "Cascina di S. Maria" vi sono ancora i segni del Convento: nelle stalle le finestre - sebbene molto manomesse - hanno una strana forma; spalle profonde sorreggono archi a tutto centro, nelle cucine e nei depositi granari - sotto il biancore della calcina - affiorano basamenti con modanature, focolari costituiti da pezzi marmorei finemente lavorati: nelle stanze al primo piano rozzi tavolati tagliano, in sommità, volte a calotta sferica ancora intatte nella loro struttura muraria e sul fienile, quasi nascosti dai fusti di granturco, appaiono capitelli rinascimentali; intorno alla cascina, seminascoste dall'erba, sono infine pietre sepolcrali con didascalie. Vi ebbe speciale importanza la Confraternita del Perdon d'Assisi eretta per concessione Ducale di Pietro Grimani, in data 13 febbraio 1747, e dotata di molti privilegi e indulgenze. Questa Confraternita ha sempre mantenuto vivo in Ghedi il culto del Poverello d'Assisi. Il convento venne soppresso nel 1797 e ridotto ad abitazione privata. La chiesa venne demolita, ad eccezione di una parte ora ridotta a casa colonica, mentre parte dei chiostri è stata trasformata in abitazione padronale. Giacomo Zanetti, pittore ghedese, vi aveva dipinto una tela (perduta) per coprire la pala dell'Immacolata Concezione, ora nella sagrestia della parrocchiale. A Ghedi esistettero anche due monasteri femminili. Uno venne aperto sulla fine del sec. XV da alcune pie donne che vi si raccolsero come Terziarie dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino, cioè Mantellate, sotto l'obbedienza del Priore di S. Barnaba di Brescia. Più tardi nel 1501 suor Margherita Setti di Maderno del Monastero di S. Benedetto di Salò vi fondò un monastero vero e proprio dedicato a S. Caterina v. e m., nel quale confluirono Mantellate. Dopo otto mesi quattro di esse si ritirarono e fondarono un loro convento dipendente da quello di Santa Croce in città, che durò dal 1512 al 1569, anno in cui si proibì di accettare altre novizie. Entrambi i conventi delle Agostiniane vennero soppressi nel 1580 da s. Carlo il quale ordinò che le suore fossero ritirate a Brescia. Ma si adempì agli ordini del Santo Visitatore solo nel 1586 per le tre monache rimaste di S. Croce, e nel 1593 per le cinque rimaste di S. Caterina. A memoria dell'attività di queste ultime suore rimane nel paese la chiesetta dedicata a S. Caterina (ora oratorio maschile) in costruzione, tuttavia, nel 1630 per voto di peste della Comunità, che ne rimase patrona fino allo scambio di proprietà, con la Parrocchia, della Chiesa del Suffragio in Castello (sec. XX). In S. Caterina, il 24 aprile 1643 veniva eretta con decreto vescovile la Congregazione dei Disciplini di S. Gerolamo e S. Filippo Neri che si consideravano però soggetti tanto all'autorità religiosa, quanto a quella civile del comune. (A. Bonini). Già esistente nel sec. XIV era la chiesa di S. Lucia, il cui "sacrato" è nominato in un inventario di beni prebendali, stilato nel 1428. Quella distrutta qualche anno fa per far posto alla caserma dei carabinieri doveva essere però cinquecentesca perché si presentava con un bel vaso unico e tre altari. Su quello maggiore campeggiava la tela di S. Lucia ed altri santi, ora nella sagrestia della parrocchiale; su un altare laterale c'era il bell'affresco della "Madonna della pesca", in realtà una Madonna allattante. Nella sagrestia, che doveva essere la primitiva chiesetta romanica, si svolgeva un delicatissimo ciclo di affreschi rappresentanti la vita di Gesù, del quale si è salvato, purtroppo, un solo frammento, attribuito dal Longhi e da O. Marini (comunicazione verbale), alla cerchia di Bonifacio Bembo. In un vano superiore c'era una grande Cena Domini di rozza scuola romaniniana, strappata dal muro e conservata in municipio (A. Bonini). Non bisogna trascurare la Chiesa del suffragio dei morti in Castello che sorge accanto alla parrocchiale e che abbandonata ancora nell'800, fu permutata fra la Parrocchia e il Comune che ne fece la sede dell'archivio. Ora (1981), ristrutturata col palazzo municipale, fa da ingresso all'auditorium comunale. Durante


questi restauri sulla facciata nord del municipio sono emerse le tracce di cinque belle arcate gotiche ed una colonna, in cotto, oltre al maestoso arcone originale della porta sud del castello. Sono i resti tre-quattrocenteschi dell'antico broletto, da sempre sede della municipalità che sono stati lasciati in evidenza con evidente buon gusto. In una nicchia sotterranea nel febbraio 1981, vennero rinvenute numerose ossa umane. Tra le santelle locali hanno rilievo la santella dei crbècc o dei Morti della peste alla periferia sud-ovest del paese sulla strada consorziale che porta a Leno. Ricorda i morti della peste del 1630, che vi vennero seppelliti in fossa comune e le cui ossa vennero poi raccolte nel santuario ricordato di S. Rocco. Questa santella è oggetto di numerosi fantasiosi racconti popolari tramandati oralmente dagli avi. Sulla strada per Castenedolo è in particolare considerazione quella dedicata alla Madonna delle Grazie, eretta da un "Manistri" cioè venditore di zolfanelli, per suo voto; chiesette antiche private si trovano ancora alla cascina Pasottella e alla frazione Fienil Nuovo. Solennissima la festa quinquennale della Madonna del Rosario decisa per voto in occasione del colera del 1836. Ghedi fu tra le prime borgate bresciane ad accogliere nel 1865 la Compagnia di S. Angela. Tra le attività sociali nell'ambito della vita parrocchiale ebbe vita il Comitato parrocchiale, la cui bandiera sequestrata nel maggio 1898 venne restituita agli inizi di luglio. La parrocchia stampa dal gennaio 1981 un suo bollettino: "cammino della comunità parrocchiale di Ghedi", che ha preso il posto de "Il Messaggero della Parrocchia di Ghedi", fondato nel 1943. Le opere parrocchiali si arricchirono nel novembre 1937 di un oratorio maschile. Un nuovo grandioso oratorio, una casa del giovane e una casa del fanciullo, vennero inaugurati, per dono di Giuseppina Lapapasini, nel novembre 1955, su disposizione testamentaria del padre cav. Angelo Lapapasini morto nel 1915. Tre le pie istituzioni di beneficenza sono ricordati il Consorzio dei Poveri, già esistente nel sec. XIII, trasformato l'anno 1582 dall'arciprete Alessandro Malacrida nel nuovo Monte di Pietà per prestito di grano e di danaro ai poveri, come le Confraternite dei Morti, del Rosario, del Perdono d'Assisi, alle quali si debbono l'erezione e l'ufficiatura degli Oratorii della Disciplina, del Suffragio, di S. Rocco, di S. Lucia, che a fianco della parrocchiale dovevano alimentare lo spirito della pietà e della vita cristiana. Alla fine dell'800 per lascito di don Luigi Zucchi, per 45 anni presidente della Congregazione di Carità venne eretto il nuovo ospedale inaugurato nel 1901 e poi ampliato. Nel 1974 venne progettata una nuova casa di riposo capace di ospitare 240 anziani che inaugurata poi nel 1981 ospita 74 anziani. Il Castello "ben serrato, compatto, e che sorgeva al centro del paese e che comprendeva nel suo angolo di SE la chiesa parrocchiale, scrive F. Lechi che aveva forma di un pentagono allungato con due lati pressoché uguali a N e a S, con un lato più corto a sera e due lati ancora più corti verso mattina, quasi come una prora con angolo molto ottuso, sul vertice del quale si innalzava una torre; altre torri vi erano sugli spigoli di NE. Nell'interno vi erano le solite stradette quasi parallele con le case dei singoli cittadini. Ora tutto è scomparso e non rimangono che le strade della Fossa, della Paradisa, Giardino a segnare l'antico perimetro, ma anche queste hanno cambiato denominazione. Fra i più ricordati edifici di Ghedi fu il palazzo di Nicolò Orsini conte di Nola e di Pitigliano, che sorgeva mezzo miglio, fuori dalle mura. Venne costruito nella seconda metà del sec. XV, in fretta, ma decorato dai migliori freschisti del tempo, fra cui qualcuno nomina il Romanino. Passato dopo la morte dell'Orsini agli eredi, questi lo posero all'incanto. Venne comperato nel 1517 dai Montini. Passò poi agli Avogadro, ai Martinengo Colleoni e poi Villagana, che lo vendettero a nob. Mondella. Gli ornamenti migliori del palazzo (camini, decorazioni in cotto, capitelli ecc.) che veniva via via spogliato, finirono nelle diverse case, ghedesi, di proprietà dei Mondella. Nel palazzo esistevano opere del Romanino (considerate le prime opere dell'artista) di cui due frammenti con le figure, pare, di Nicolò Orsini e di Erasmo da Narni sono nella Pinacoteca Tosio Martinengo. Altri affreschi dello stesso pittore o secondo altri del Fògolino e del Montagna o Bonsignori e provenienti dallo stesso palazzo e raffiguranti episodi della vita di Nicolò Orsini sono a Budapest. La villa Mondella è di pianta lineare con otto finestre a pianterreno e otto al primo piano con sagome del '700. Sui lati corti vi sono tre finestre tra le quali sono intercalati uno stemma Mondella e una targa in marmo col leone di S. Marco. Su ambedue i lati si aprono, eccentrici, due portali dagli stipiti simili a quelli delle finestre; sono simmetrici e fra loro corre il portico della facciata a mezzodì di sei campate con colonne toscane. Normale ad esso una piccola barchessa aggiunta posteriormente. Altre notevoli abitazioni sono il settecentesco palazzo Ochi ora Magri, le case Marangoni ora Desenzani, Romanini ora Chiozzi, Luzzago, Conti, già Ospizio, Ferrata, Casali, Limoncelli, Bonsignori, Moretti e l'osteria del Gambero, tutte caratterizzate da bei porticati e loggiati del sei, sette e ottocento. Lo sport ha avuto il suo punto di forza nell'Unione Sportiva Ghedese che nell'aprile 1923 inaugurò il campo sportivo, intitolato poi nell'aprile 1932 ad A. Marpicati U.C. Ghedi, sorta nel 1974 dalla fusione della F.C. Ghedi e la Juventus Ghedi. Nel settore giovanile attiva l'USO che ha mietuto buone vittorie. Un centro sportivo è stato fondato nel 1973. Nel settore ciclistico è attivo dal 1973 il G.S. Sprint che ha mietuto numerose vittorie e piazzamenti. Praticato è anche il Tiro a volo, il cui nuovo impianto sulla strada provinciale che da Castenedolo conduce all'aeroporto, o in località «cascina Grassa» è sorto per conto della Società tiro a volo Brescia Stand Ghedi nel 1977. Fra le ultime attività ricreative, si registra un Superdancing, il "Florida" con piscine, incendiato il 14 agosto 1974. Altro dancing molto noto è il "2.000". Intensa la vita del quartiere Cave, con manifestazioni folcloristiche fra cui dal 1976 l'elezione di Mister Baffo. In ripresa anche i festeggiamenti intorno al Santuario dei morti (16 Agosto) ad opera di un solerte Comitato promotore. Il "Ferragosto ghedese", su iniziativa di don Giovanni Tossi, è sorto 14 anni fa come "sagra paesana" e voleva essere un momento di riposo e di svago per chi doveva forzatamente rimanere a casa. La sua fortuna è andata sempre più estendendosi, tanto che ora è conosciuto anche oltre i confini della nostra provincia. Il terreno di Ghedi venne sottoposto a bonifiche fin dall'epoca medioevale sotto l'impulso dei monaci benedettini di Leno. Fin dall'antichità nel territorio venivano allevati greggi, la cui lana "gentile" perchè permetteva la tessitura di panni fini, era poi venduta soprattutto alla fiera di Montichiari. Dal 1446 in poi vennero compiute sempre più vaste bonifiche delle lame di Ghedi, con lo scavo di roggie e vasi e seriole derivati dal Naviglio "delle Chiaviche". Il comune di Ghedi, poi approfittando della decadenza del monastero di Leno aumentò il proprio patrimonio occupando terre incolte e abbandonate dal monastero stesso, opponendosi tra l'altro nel 1499 all'affidamento di parte di esse al nob. Nicola Arimonti, ottenendo ragione dal governo veneto. Brescia inoltre con Provvisioni del 26 febbraio 1446, 8 gennaio 1448 ecc. concedeva l'esenzione ai pecorai. Esenzioni particolari da contributi vennero poi concesse in altre occasioni mentre, come si è accennato, con acquisti ed anche con usurpazioni, il Comune andava allargando il suo patrimonio fondiario. Il I ottobre 1547 Ghedi ebbe il privilegio del Mercato che ancora oggi si tiene il giovedì. Brughiere incolte specie a E e a N continuarono ad esistere per cui vennero derivati dal Naviglio vari canali come la S. Giovanna, la seriola Pasina, la seriola Torta. Sforzi di bonifica, vennero intrapresi nel '700 su iniziativa tra l'altro dalla Accademia agraria di Brescia. Vi ebbe sviluppo ancora nell'800 la viticoltura che scomparve alla fine del sec. XIX. Nel 1850 l'estimo era di scudi 1661. Una radicale bonifica venne intrapresa nella seconda metà dell'800 e accelerata nei primi decenni del '900. Tra gli agricoltori che più si adoperavano alle opere di bonifica è ricordato Emilio Prandoni che creò una grande azienda moderna che prese il suo nome. Ampie bonifiche delle lame di Ghedi operò il comm. Cristoforo Tampini che risiedette a Solaro di Gottolengo, così come la famiglia De Giuli. Nel 1905 Emanuele Bertazzoli avviava una Società per la bonifica della Lame. Nel primo dopoguerra il paese continuva ad espandersi, mentre si completava la riforma agraria. Nel solo 1928 venivano costruiti cinque nuovi fabbricati rurali e realizzati i cavi Gandine e Montirone. All'opera di riscatto della brughiera sovvenne anche il Credito Agrario Bresciano. L'allevamento del bestiame e la produzione di bozzoli furono il caposaldo dell'agricoltura locale. Ancora decenni fa vi venivano coltivati girasoli per trarvi olio commestibile. Segno dello sviluppo agricolo e dell'allevamento del bestiame nel 1930 veniva eretto un nuovo moderno Macello. Vi si sviluppò l'industria casearia. Nel 1924 veniva fondata per iniziativa della Cattedra ambulante d'agricoltura una Scuola professionale agricola, diretta da Attilio Bonardi. All'inizio di questo secolo esisteva una società filodrammatica che operava nel piccolo Teatro Sociale di proprietà comunale. C'era pure, dall'ottocento fino al secondo dopoguerra una cucina economica per l'aiuto ai poveri, specie d'inverno. C'era pure la Congregazione di Carità. La prima attività di carattere industriale fu il Polverificio della S.p.A. Sorlini Antonio che assorbì fino a 250 persone. Di notevole importanza il Cotonifico del Mella fondato nel 1915 col nome di "Cotonificio di Ghedi" e poi "Filatura bresciana" e poi stabilitosi definitivamente nel 1930. Esso occupò fino a 500 dipendenti. In forte sviluppo anche l'artigianato basato sull'industria agricola e altre forme minori. A sostegno e spinta dell'economia ghedese fin dal I febbraio 1897 - fondata da don Andrea Maggini - funziona la "Cassa Rurale dell'Agro Bresciano" con filiali in Calvisano, Fiesse, Alfianello. Opera anche a Montirone, Borgosatollo, Bagnolo, Poncarale, Manerbio, S. Gervasio, Pontevico, Remedello, Isorella, Visano. Il I ottobre 1977 la Cassa inaugurava la nuova sede. Nel 1979 raggruppava 9670 soci. Il I dic. 1972 la Cassa assunse la denominazione "Cassa rurale ed artigiana di Ghedi", Calvisano, Fiesse con sede in Ghedi e filiali in Calvisano e Fiesse. Vi si tiene mercato di merci varie il giovedì in piazza Roma. Una fiera detta "ferragosto ghedese" con parco di divertimenti, dolciumi, giocattoli, si tiene il 15-16-17 agosto di ogni anno in concomitanza col Santo Patrono che è S. Rocco. Ghedi sono originari i celebri tipografi Dorico (v.). Una famiglia di artisti ghedesi, che fiorì a Brescia per tutto il cinquecento - quella degli Aragonesi - ebbe origine a Ghedi da un capitano spagnuolo, venuto durante la guerra di Ferrara al seguito del Duca di Calabria; tra tutti spiccò Sebastiano, affreschista e raccoglitore di memorie antiche. Fra gli uomini illustri di questa borgata si ricordano il p. Vespasiano Borza, Domenicano, che nel 1672 dedicò un suo libro, stampato in Mantova, al Duca Ferdinando Carlo Gonzaga, l'Ascani e il Marmentini che si occuparono delle memorie storiche della patria, il ricordato Abate e Conte di Leno Pietro Pagati, che dai suoi concittadini ebbe aiuti finanziari per restaurare la sua Badia devastata dalle guerre, il monaco benedettino D. Giacomo de Divitiis che dal 1405 al 1438 fu Abate e Conte del monastero di S. Eufemia fuori di Brescia, e fu assai benemerito della Repubblica di Venezia nella lotta contro i Visconti di Milano. A questi si possono aggiungere i letterati Pietro Giovanni Gazzoldo, Scarella e Gussago, che nel secolo XVIII ebbero fama di erudizione e di buon gusto. Più recentemente si segnalarono p. Giovanni Bonsignori (1844-1911), che fu tra i pionieri del progresso agricolo bresciano, lo scrittore prof. Arturo Marpicati (1891-1961), lo scultore Bernardino Boifava. Viventi i pittori Iros Marpicati, Adolfo Penocchio e Pierangelo Arbosti. In Ghedi mori nel 1515 Bartolomeo d'Alviano cap. generale della Serenissima Repubblica. Ebbe casa e vi morì nel 1886 l'Ingegner Alessandro Romani, studioso di grandiosi progetti idraulici, scopritore del seme nel trifoglio ladino. Come tutti i principali comuni della provincia, anche Ghedi ha il suo stemma comunale, che consiste in un V capovolto a modo di archipenzolo, in campo rosso. Contrariamente a quanto sostenuto dal Guerrini circa la non antichità dello stemma, questo compare in una formella in cotto, accompagnata da un'altra gemella datata 1576, recuperata da una parete interna ed ora collocata sulla facciata esterna del palazzo municipale. Del resto lo stesso stemma compare anche su arcature cinquecentesche delle Ordinanze di Ghedi.


Ghedi - Arcipreti della Pieve di S. Maria Assunta, di patronato dei Comizi per Bolla di Clemente VII del 1534. Corradino di Marchesi (rin. 1375); Giovanni de Ottis di Cremona (nom. 1375); Francesco di Piacenza (1434-1442); Antonio Maria de Sennibus (Senna) 1520; Gianfrancesco nob. Ugoni di Brescia (eletto vescovo di Ferragosto ma poi non consacrato vescovo 1530-1543); Agostino Roberti di Ghedi (1530-1543); Bernardino Pinelli di Pralboino (1557-1577); Alessandro Malagrida prevosto di Rovato (1578-1581); Paolo Oneda di Ghedi (1582-1590); Giuseppe Rossi di S. Gervasio (1590-1609); Girolamo Guaragnoni di Bienno (16091620); Girolamo Frasseni, o Frassine (1620-1624); Marco Spagnoletti di Ghedi (1624-1631); Andrea Moretti di Ghedi (1631-1648); Andrea Moretti di Ghedi nipote (1649-1676); Innocenzo Moretti di Ghedi nipote (1676-1726); Martino Cirimbelli di Ghedi (1726-1754); Carlo Scarella di Brescia (1754-1769); Giuseppe Tedoldi di Ghedi (1770-1782); Andrea Moretti di Ghedi (1782-1792); Orazio Tedoldi di Ghedi (1792-1812); Giacomo Pancrazio Gussago di Ghedi (1812-1822); Angelo Micovich di Ghedi (1826-1851) promosso Arciprete della Cattedrale); Lorenzo Febbrari di Bagnolo (1853-1877); Andrea Plebani di Iseo (1878-1897); Enrico Mensi di Carcina (1898, 1943); Giovanni Gottardi di Capriolo (1943-1972); Giacomo Vernigo di Gaino (1972).


Podestà e sindaci: Francesco Aroldi (27 ott. 1937 - ultima delibera u.d. 15 ott. 1942), Giuseppe Giarruso, commiss. prefettizio (6 ott. 1942 - 4 set. 1943), Giuseppe Caruso, comm. pref. (31 ago. 1943 u.d. 9 ott., 1943), Attilio Bonardi, comm. pref. (7 ott., 1943 u.d. 27 di. 1943), Amedeo Ramponi comm. pref. (23 nov. 1944 - u.d. 21 apr. 1945), Pietro Alessandro De Giuli comm. straord. (6 mag. 1945 - giu. 1945 e poi sindaco 6 giu. 1945 - 27 giu. 1945), Adriano Giovanelli (7 lug. 1945 - 30 mar. 1946), Franco Faroni (31 mar. 1946 - 13 lug. 1946), Adriano Giovanelli (24 ago. 1946 - 31 dic. 1947), Paolo Oneda (23 nov. 1947 - 6 apr. 1951), Attilio Bonardi (27 mag. 1951 - 23 lug. 1953), Giannino Montagna (6 ago. 1953 - 16 giu. 1956), Luigi Zappa (16 giu. 1956 - 19 nov. 1960), Annibale Baresi (19 nov. 1960 - 11 lug. 1970), Adelino Rossi (11 lug. 1970 - 31 lug. 1975), Franco Ferrari (31 lug. 1975 - 10 dic. 1976), Corrado Marpicati (10 dic. 1976 - 16 set. 1980), Gianfausto Merigo (16 set. 1980 - 13 mar. 1981), Severino Cadini (13 mar. 1981), Annibale Baresi (18 set. 1981).