GAMBARA (4)

GAMBARA

Famiglia di nobili bresciani di origine longobarda, insediata tra Gambara, Pralboino e Verolanuova nella Bassa bresciana. Secondo una tradizione assolutamente incontrollabile, il capostipite della famiglia sarebbe un Ancilao che venne inviato in Italia dall'Imperatore Ottone II per difendere i diritti dell'abbazia di Leno contro gli Ungari invasori. Nel 945 l'abate Donnino avrebbe ricompensato Ancilao investendolo di dette terre di Pralboino, Gambara e Verola Alghise. Questa tradizione venne accolta per la prima volta dal Malvezzi nella sua opera storica e successivamente fu arricchita di particolari e corroborata da una serie di falsi diplomi. Le prime notizie sicure sulla famiglia si trovano intorno alla fine del XII secolo e l'inizio del XIII. È in ogni caso certo che i Gambara furono feudatari del monastero di Leno e che presero il nome dal centro più importante del loro feudo. Con abile politica economica e con usurpazioni arricchirono la loro potenza, sfruttando la decadenza del monastero. Poi si rivolsero verso la grande politica. Ghibellini favorevoli all'imperatore, il 16 settembre 1177, Alberto veniva investito del feudo di Verolanuova; nel 1194 venivano infeudati del territorio di Leno; più tardi, nel 1354, Maffeo veniva infeudato dall'imperatore Carlo IV dei feudi di Gambara, Pralboino, Verolanuova, Pavone, Leno, Volongo, Ostiano, Remedello ecc. In seguito si aggiunsero altri territori come il Corvione, la Breda, Milzano, Gottolengo, Cignano, Offlaga ecc. In tal modo i Gambara, come i Martinengo, ebbero estesissimi boschi dove cacciavano cervi, caprioli, cinghiali, lupi ecc. e campi dove si dedicarono all'agricoltura. Specie dal sec. XVI in poi i Gambara tennero in Brescia e nei castelli e palazzi della provincia un buon numero di bravi, imponendo spese di armamento particolarmente pesanti, come dimostra un inventario del 9 maggio 1615, di armi esistenti nel palazzo bresciano. Per la fedeltà all'impero nel 1491 l'imperatore Massimiliano concedeva particolari privilegi confermati nel 1514. Nell'agosto 1509 per lo stesso motivo Luigi XII re di Francia donava a Nicolò e Gianfrancesco Gambara le terre di Manerbio, Quinzano e Gottolengo "con mero e misto imperio e potestà della spada di S.M., la taglia ducale e il dazio del sale". Il 6 settembre 1509 la donazione veniva sanzionata dal Senato di Milano e l'11 ottobre 1511 da un decreto di Gastone de Foix. Tuttavia tra i Gambara guelfi e filoveneti un ramo fu ammesso alla nobiltà veneta. Durante l'invasione francese e spagnola dei primi anni del Cinquecento i Gambara si schierarono apertamente con gli occupanti, fino a combattere da ambe le parti. Con la netta prevalenza di Venezia divennero sostenitori della Repubblica, combattendo per Cipro nel 1570 e a Lepanto nel 1571.


Col tempo il ceppo iniziale produsse una infinità di ramificazioni, ancora non del tutto studiate e chiaramente delineate. Per la ricostruzione dell'albero genealogico della famiglia è tuttora di fondamentale importanza lo studio del Litta, anche se numerose sono le lacune ed è assolutamente inattendibile quanto si dice sull'origine della famiglia. Secondo l'albero del Litta, il ramo di Ancilao (958-1253) giunge sino ad Alberico, degli Umiliati di Erbusco; segue poi il ramo che principia da Alberto (1280-1404) e termina con Pietro; indi quello che fa capo a Federico e termina con la beata Paola (1380-1505); poi da Gianfrancesco (1473-1550) e finisce con Veronica, poetessa; questo ramo si estingue nel XVI secolo; segue il ramo di Maffeo (1470) che termina con un Brunoro (1697), detto dei "Cappuccini" e si estingue con un Giuseppe, fratello di Brunoro; Giambattista (1565) inizia un altro ramo che si conclude con un altro Giambattista (1761); Alemanno, nato nel 1591, inizia un altro ramo che si conclude con un altro Alemanno (1804) e con il di lui fratello Francesco (1771-1848); infine va aggiunto il ramo che fa capo a Niccolò (1486-1650) che si conclude con una Taddea. Nella storia poi di Verolanuova viene evidenziato un altro ramo cui si intrecciano le vicende del paese. Infine da Maffeo derivò il ramo che ancora continua. Più particolarmente si possono delineare le seguenti discendenze: da Ancilao (v.) supposto capostipite sarebbe disceso Corrado (creduto combattente verso il 980 con Ottone v.). Da lui sarebbero discesi Maffeo (morto verso il 1088 c.), Odone (abate di Leno, v.), Alberto Maggiore (detto Malabranc, morto entro il 1197). Da Maffeo discesero Alberico Alghisio (v.) Alberto (ecclesiastico e vivente nel 1164). Da Alberto Maggiore discesero: Goizone (v.), Laffranco (nominato in un documento del 1224), Alberto (di cui esistono compere fatte in Gambara dal 1157 al 1208). Mentre da Alberto (q. Alberto Maggiore) discesero Laffranco (v.), Maffeo (ricordato in contratti dal 1211 al 1228) e Uberto (console di Brescia nel 1217, v.). Maffeo q. Alberto, ebbe Girardo (canonico e vicario vescovile nel 1281 v.), Federico (che nel 1270 ebbe col fratello Gherardo (v.) fondi dal monastero di Leno e forse venne il 12 nov. 1297 condannato per acque tolte a Canneto) e Albertino (nominato nel 1233, vivente nel 1276, 1280 e che sposò una Agnese Palazzi) e Gerardino (capitano di Parma nel 1320) e dal quale nacque Albertino detto Guercino (nominato nel 1308). Da Maffeo (q. Corrado, q. Ancilao) discesero Alberico, (v.) e Alberto (ecclesiastico vivente nel 1164 e ricordato nel 1194). Da Alberico (q. Corrado q. Ancilao) sposo a Ermengarda (ricordata in documenti del 1194) nacquero Laffranco (monaco a Leno v.) e Alghisio (viv. nel 1156). Da Alghisio (q. Alberico, q. Maffeo, q. Corrado, q. Ancilao) discendono, Giovanni (uno dei promotori degli Umiliati), Bellavita Alberico (fondatore del monastero degli Umiliati). Sposatosi con Imelda ebbe Alberto e Alberico (vivente nel 1253 e ascritto agli Umiliati di Erbusco). Da Alghisio (q. Corrado q. Ancilao) discendono Alberto (v.), Francesco (v.), Oberto (che compera con Maffeo parecchi beni nel 1244), Maffeo (podestà di Brescia nel 1228, v.), Enrico (v.), Goizio o Goizo (v.). Da questi nascono Albertino, Uberto, Laffranco (tutti e tre ricordati in un documento del 1233), Isino (dal quale nasce Bartolino ricordato nel 1326) e Ghidino. Continua la discendenza di Maffeo (v. Alberto) Manfredo (che avrebbe rappresentato Brescia nella Lega Lombarda contro Ezzelino da Romano), Alberto (ricordato nel 1237 e 1258) e Gherardo (v.). Da Alberto q. Maffeo, discendono Corrado (che fu podestà di Milano nel 1295) e Atalisca moglie a un Delaido da Lograto), Federico (v., che continuò la discendenza), Gherardo (che ebbe in custodia una delle quattro chiavi delle S. Croci come rappresentante del quartiere S. Giovanni ed è nominato negli statuti di Brescia del 1295). Da Federico (q. Alberto, q. Maffeo, q. Alberto) nasce Gherardo (celebre podestà di Firenze v.). Sposatosi a Irmola e poi ad Alda (vivente nel 1313) ebbe Federico (ricordato nel 1346), Alelasia (sposa a Riccardo di Ziliolo Ugoni nel 1313), Maffeo (gran feudatario di Carlo IV), un'altra figlia (sposa a Giacobino q. Obertino Sala nel 1313), e Cancelliera (sposa a Maroymo conte di Buzzolano, il quale il 16 giugno lasciò erede universale la moglie e la figlia Caterina). Da Maffeo (q. Gherardo, q. Federico, q. Alberto, q. Maffeo, q. Alberto) nacquero Brunoro (dal quale venne Pietro, che testò il 3 gennaio 1404 in favore dei figli Giovanna, Mariola e Francesco, naturale), Pietro scudiero del conte di Virtù, v., dal quale discesero un figlio di cui non si conosce il nome, ucciso nella sommossa ghibellina del 1403; Pietro (nominato in una questione d'acqua del 1389 e bandito da Pandolfo Malatesta il 29 maggio 1408). Questi da Wida o Guida Boccacci ebbe Mariola, ricordata in un atto del 26 settembre 1415, mentre da Beatrice, figlia di Vercellina Visconti, ebbe Lancellotto e Maria; un altro figlio ucciso, nella rivolta del 1403, una figlia, uccisa dai ghibellini nel 1403, Federico, che continuò la discendenza (v.) e Giovanni (figlio naturale v.) che da Sobrana Dal Pozzo ebbe Bortolo e Alemanno, nominato nel suo testamento del 3 gennaio 1404 da Pietro q. Brunoro). Da Federico (q. Maffeo, q. Gherardo, q. Federico, q. Alberto, q. Maffeo, q. Alberto), che sposò Dorotea degli Isei (nominata nel 1376), discesero Maffeo (vivente nel 1400, v.), e Marsilio (v. che da Agnese Bruto ebbe Pietro, condottiero di militi sotto i Colleoni di Bergamo). Da Maffeo nacquero Dorotea (ricordata in un documento del 1 aprile 1427, e sposa a Giovanni da Porto di Vicenza), Brunoro (v. che continuò la discendenza), e Isabella. Da Brunoro che sposò Ginevra Nogarola di Verona (ricordata in un atto del 4 settembre 1461 e probabilmente già morta nel 1468), nacquero Gianfrancesco (v.) dal quale discese un ramo, Marsilio (prevosto di Verolanuova e morto circa il 1458), Pietro (v.), sposo a Taddea Martinengo dalla quale ebbe la beata Paola sposa al nob. Costa di Bene Vagienna, v.; Eufrosina (v.), Federico (v.) che sposatosi a Beatrice Stanga ebbe Faustina, monaca in S. Caterina, e morta il 15 giugno 1515, Dorotea, sposa a Nicola Pallavicino marchese di Varano; Ippolita, nata nel 1487 e sposa al conte Cesare Martinengo Cesaresco dal quale ebbe 17 figli; Lodovico morto nel 1493 e che sposò Isabella Martinengo, Laura (v.), Caterina, sposa al nob. veneto Gerolamo Leoni, Maffeo (v. che continuò la discendenza), Nicolò (v. che continuò la discendenza).


Ramo dei Gambara Cardinali. Da Gianfrancesco (q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico) sposo a Alda Pio di Carpi, discese il ramo detto dei Gambara cardinali; egli ebbe Uberto (cardinale, v.) Ippolito (morto verso il 1517), Brunoro (v.), Isotta (v.), Camillo (v.), Violante (v.) Veronica (v.). Da Brunoro, che sposò il 19 maggio 1528 la marchesa Virginia Pallavicino, nacquero Ranuccio (v.) che sposò la marchesa Vittoria Pallavicini, dalla quale ebbe Brunoro (v.), e che fu padre di tre figli naturali: Gianfrancesco, Pietro e Giangaleazzo), e Gianfrancesco (cardinale, v.).


Ramo dei cosiddetti Cappuccini. Da Maffeo (q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico) sposo a Maddalena da Correggio nel 1471, discesero Giangaleazzo (che sposò Orsa Luzzago) dal quale derivò il cosiddetto ramo dei Cappuccini (v.) Lucrezia e Domitilla (sposa nel 1505 a Orlando Pallavicino, marchese di Zibello), Brunoro (fattosi religioso), Gianfrancesco. (v. che pure continuò la discendenza). Il ramo detto dei Cappuccini discese da Giangaleazzo (q. Maffeo, q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico), che sposò Orsa Luzzago ed ebbe Maddalena (sposa, il 9 ottobre 1524 al piacentino Marcantonio Barotirro), Guerriero (nato nel 1522), che dalla moglie Giulia Sanfelice o dei Cicalia, ebbe Alessandro, fatto ammazzare dalla vedova Pallavicino da un conte Gianfrancesco Gambara, Scipione, che da Giulia Poncarale ebbe Giovanni Guerriero, che operò per la riforma del consiglio bresciano nel 1600 e che da Lucia Avogadro ebbe Teresa sposa ad Alemanno Gambara, e Scipione, che da Eleonora Reggeri ebbe Giannantonio che a sua volta ebbe, da Ottavia Martinengo, Eleonora maritata al conte Faustino Griffoni Santangelo di Crema, Brunoro, nato nel 1597, e Giuseppe Domiziano (che pare morto nel 1583), Giambattista (v. che continuò la discendenza), Massimiliano (v.), Alfonso (morto giovane e che aveva sposato Eleonora Albrici), Alessandro, che fu al servizio di Carlo V e che da Pallavicina di Lodrone ebbe: Giangaleazzo (v.), Ginevra sposa al conte Orazio di Collalto, Pietro (bandito con sentenza del 18 maggio 1595), Alessandra, sposa nel 1605 a Giambattista Gambara, Giovanni e Gianfrancesco, bandito col fratello nel 1595 e che ebbe un figlio di nome Pietro; Giambattista (q. Giangaleazzo, q. Maffeo, q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico) che continuò il ramo dei Gambara detto dei Cappuccini, ebbe da Zanobia Gonzaga, Federico e Alberto (che nel 1583 partecipò col fratello e lo zio Massimiliano alla divisione dei beni di Pralboino). Da Federico che sposò Ersilia Albrici nacquero Francesco e Giambattista (v.). Questi sposò il 23 nov. 1605 Alessandra q. Alessandro Gambara, ma ebbe tutti figli naturali e precisamente Renato (che il 4 gennaio 1661 lasciava al nipote Giambattista tutti i suoi averi), Ersilia (diventata monaca il 4 luglio 1637 nel convento di S. Giuseppe a Venezia), Federico (che nel 1657 fece emergere il ponte sulla seriola Gambara e nel 1661 comperava una casa in Brescia e fu il continuatore della discendenza) e Zenobia (monaca il 13 giugno 1644 nel convento di S. Bernardino a Murano). Da Federico, sposo a Riccarda Chizzola, discesero Alessandro, Giambattista, Maria e Francesco. A continuare la discendenza fu Giambattista, che il 14 sett. 1720 comperava i beni della Morte in Fiesse e che sposò in prime nozze il 16 maggio 1682 Geronima Luzzago, vedova di Giuseppe Sala, morta nel 1692; e, in seconde nozze Ottavia Carenzoni.


Gambara di Cigole. Da lui (Giambattista) discesero i cosiddetti Gambara di Cigole e cioè Francesco (v.), Riccarda (sposa il 19 sett. 1706 a Laffranco Oriani, e nel 1715 a Pietro Valotti di Bergamo), Federico che continua la discendenza, Maria Teresa (monaca l'8 ott. 1726 nel convento di S. Gerolamo a Brescia), Ersilia, Alberto (che il 22 marzo 1759 testò in favore di Federico e che poi il 23 marzo 1765 revocò il testamento facendo erede Marcantonio q. Carl'Antonio Gambara del ramo veneto e che morì il 10 febbraio 1767). Da Federico sposo a Lucia Garzoni nacque Giambattista (v.) che da Chiara Trinali sposata il 3 agosto 1787 ebbe Ottavia (maritata al poeta conte Giambattista Carrara Spinelli di Bergamo), Teresa (v., sposa al nob. Antonio Calini) con la quale il ramo si estinse. Gianfrancesco (q. Maffeo, q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico, q. Maffeo, ecc.) ebbe da Corona Martinengo e dalla seconda moglie Violante Mauruzi da Tolentino, Maffeo (n. nel 1511), Marsilio (n. nel 1517 e morto in Ungheria) Lucrezia (sposa ad Alessandro Visconti Aicardi), Lodovico (n. nel 1521 e morto giovane), Giovanni Corona (che continuò la discendenza), Cesare (v.), Lorenzo (v.). Da Giovanni Corona che sposò Giulia Mauruzi da Tolentino, nacquero Maffeo (poi vescovo di Tortona v.), Uberto, che continuò la discendenza. Egli ebbe da Olimpia Averoldi: Cesare (v.), Marsilio (v.), Alemanno che continuò la discendenza e Lodovico (che testò il 22 settembre 1629). Da Alemanno (n. nel 1591 v.) e da Olimpia Martinengo (da lui sposata il 27 aprile 1624), nacquero Uberto (v.), Stanislao (ricordato in un atto del 18 agosto 1648), Giulia (sposa nel 1650 a Giulio o Guido Brandolini), Alemanno (che continua la sua discendenza), Marsilio e Caterina (sposa nel 1654 al cav. Marcantonio Scaffori di Parma). Da Alemanno e da Teresa Gambara (da lui sposata il 2 gennaio 1677) nacquero Camilla (sposata a un Nicelli), Uberto e Ippolita (sposata a Cesare Provaglio). Da Uberto e da Chiara Gambara, (da lui sposata il 23 ottobre 1696) nacque Alemanno (v.) che, a sua volta da Clara Allegri di Verona ebbe Alemanno, il celebre bandito (v.). Da questi e da Marianna Carbonara di Genova nacquero Brunoro, morto fanciullo e Francesco (v.) e Uberto (n. nel 1769 e morto molto giovane), coi quali il ramo si estinse.


Ramo Veneto. Da Nicolò (q. Brunoro, q. Maffeo, q. Federico ecc.) discese il cosiddetto ramo veneto. Egli, sposatosi nel 1492 a Lucrezia Gonzaga e morto il 7 maggio 1528 ebbe Auriga (sposa nel 1511 a P. Fregoso e m. nel nov. 1558), Emilia (m. nel 1551), Cornelia (m. nel 1502), Lucrezio (che continuò la discendenza), Lucrezia (? m. nel 1503), Eleonora, e un altro figlio (m. nel 1604). Lucrezio nel 1532 sposava Teodora Pallavicino, dalla quale ebbe Nicolò m. nel 1541, e nel 1536 Taddea dal Verme dalla quale nacquero Lucrezio, v. (1537-1580) e Paolo Emilio chiamato Nicolò sposo nel 1566 a Barbara Maggi (m. nel gennaio 1589). Lucrezio sposava nel 1533 Polissena Martinengo (m. nel 1561 e dalla quale ebbe un figlio nel 1557 e una figlia m. nel 1561) e nel 1567 Giulia Maggi (m. il 5 giugno 1610). Da questa nacquero a Lucrezio: Scipione (nel 1558 o 1560, m. nel 1593 e che ebbe a Tirano figli naturali), Ottavia (m. il 5 maggio 1589), Taddea, suora nel 1584 in S. Giulia col nome di Felicia e m. il 12 luglio 1611, Isabella (sposa a C. Martinengo nel 1593 e a S. Venier nel 1613), Annibale (n. nel 1571 o 1575, sposo a Domicilla Martinengo nel maggio 1592 e m. nel maggio 1631), Lucrezio (n. nel 1579 sposato a Maddalena Speciano m. il 5 luglio 1602), Francesco (che continua la discendenza). Da Annibale e da Domicilla Martinengo nascono Venceslao (n. 1611 e m. 1630), Ranuccio (m. 1620), Barbara (m. il 15 ott. 1607), Claudia Domicilla (monaca in S. Croce), Deidamia (n. nel 1619 e m. nel 1650), Taddea (n. nel 1601 sposa nel 1617 a Federigo dal Verme, m. nel febbraio 1654), Francesco (sposa nel 1629 Lucrezia Cesi e m. nel 1630). Da Francesco q. Lucrezio, q. Lucrezio, Q. Nicolò, q. Brunoro) e da Eleonora Martinengo ved. Sanvitali (m. il 21 giugno 1629) da lui sposata nel 1610 nacque Carlo Antonio (n. nel 1612 m. nel 1648) che da Chiara Martinengo (m. il 18 giugno 1660) da lui sposata nell'ottobre 1632 nacquero Francesco (n. nel dic. 1633, m. nel 1713 gesuita e poi prevosto a Verolanuova, v.), Annibale (n. il 1° sett. 1635 e m. il 28 maggio 1664), Domicilla (n. nel 1644 e sposa nel 1666 a Scilla Martinengo), Giulia (n. il 19 marzo 1640 e m. nel 1642 Marco Antonio (n. nel 1639 e m. il 10 sett. 1700), Lucrezio, (n. nel sett. 1636, m. l'11 agosto 1703 che continua la discendenza), C. Antonio (n. nel 1674 e m. il 14 febbr. 1675), Nicolò (n. nel 1637 e m. 1671, che da certa Bianca ebbe un figlio nato il 10 ott. 1668 e che da Ottavia Martinengo (m. il 31 nov. 1662), sposata nel 1660 ebbe una figlia (n. e m. il 27 nov. 1628), Eleonora (n. nel 1638 sposa nel 1654 a G. Morosini, nel 1676 a G. Querini e nel 1678 a F. Mocenigo e m. il 17 luglio 1715), e un figlio (n. nel 1643). Da Lucrezio e da M. Ludovica Giovanelli (m. nel sett. 1678) e da lui sposata il 6 maggio 1675, nacquero: Chiara (n. nel 1677 e sposa nell'ottobre 1696 a Umberto Gambara) e Ludovica (n. nel 1678 e sposa nell'aprile 1695 a P.M. Martinengo). Mortagli la prima moglie il 15 marzo 1679 Lucrezio sposava Giovanna Savorgnan (m. il 20 apr. 1683) dalla quale ebbe un figlio (n. il 25 nov. 1679 e m. dic. 1679), Carlo Antonio (n. il 6 aprile 1681 e che continuò la discendenza) e Annibale (n. nel 1682 e m. il 31 luglio 1709). Da Carlo Antonio e da Elisabetta Grimani nacquero: (Maria) Giovanna (n. nell'agosto 1706, sposa nel 1726 a C. Savorgnan, e m. il 20 aprile 1730), Lucrezio (n. il 25 dic. 1707), una figlia (n. il 9 febr. 1709 e m. il 10 marzo 1709), Maria (n. il 23 luglio 1710 e m. il 21 sett. 1713), Eleonora (n. il 31 dic. 1711 e sposa nel nov. 1736 a C. Savorgnan), Annibale (n. il 27 gennaio 1713), Brunoro (n. nel 1740), Marco Antonio (n. l'8 dic. 1715), G. Francesco (n. il 27 giugno 1717), Maria (sposa nel 1704 ad un conte Pepoli), Vincenzo (n. il 21 sett. 1720). Da Vincenzo e da Isabella Grimani nacque Carl'Antonio (v.) che da Elena Michiel (sposata nel 1797) ebbe Paola (sposa al Almoro Pisoni). Carl'Antonio (v.) e Maria Teresa (fattasi l' 8 ott. 1826 monaca nel monastero di S. Gerolamo e m. in Verona il 22 sett. 1835), Elisabetta Marianna (n.il 3 sett. 1811 e sposa a Gaetano Feroldi), Vincenzo (n. nel 1798), Nicolò (n. il 7 luglio 1804, ebbe il 30 giugno 1819 la riconferma del titolo; e m. il 13 apr. 1828). Da Vincenzo e da Elisa Moricelli d'Adria da lui sposata il 6 agosto 1826 nacquero Maria (n. 24 sett. 1830, sposa a Nicolò Panciera di Zoppola) ed Elena (n. il 312 maggio 1828 e sposa al nob. Achille Porusini di Venezia).


Il ramo che continua. A quanto avverte F. Lechi da Maffeo, il feudatario di Carlo IV, oltre Brunoro, che doveva continuare la discendenza primogenita, nacque anche Gerardo del quale è fatto cenno non solo nell'atto di divisione dei beni paterni del 1371 ma anche in altri documenti del 1395 e del 1407 nei quali esso è chiamato sempre «nobilis et egr. vir.» e anche «nob. brix». Il Litta non dà discendenti a questo Gerardo mentre ora si conoscono documenti che danno per certa la discendenza da esso del ramo oggi in vita. Infatti dopo un contratto di compravendita del 21 agosto 1407 Gherardo più non appare ma in vece sua figura il figlio Lodovico «egr. vir. L. de Gambara civ. brii. q.d. Gerardi», il quale ritorna in parecchi altri contratti dal 1414 al 1443. E cosi via, via dal sec. XV in poi vi è tutta una documentazione, confermata dalle polizze d'estimo, della discendenza di Gherardo, il predetto Lodovico, morto attorno al 1450 che ebbe tre figli fra i quali solo Gherardo, già morto nel 1499, continuò la famiglia con Angelo, già morto nel 1516, padre di Giov. Francesco, morto attorno al 1560, padre a sua volta di Leandro. Da questi, che nel 1599 venne ammesso nel Consiglio Generale della Nobiltà di Brescia, nacquero Antonio, bandito nel 1618 dal territorio della Repubblica Veneta, e Vincenzo. Di padre in figlio si conoscono poi le seguenti ammissioni nel Consiglio Generale: Leandro (1664), Pier Antonio e Leandro (1722), Camillo (1776). Da questi, marito di Giulia Grossi, nacque Pietro nel 1778 il quale dalla moglie Maria Tedeschi ebbe cinque figli, tra i quali Vincenzo soltanto ebbe discendenti: Maria in Sorelli e Pietro. Questi (n. 17 febb. 1870, m. 21 apr. 1911) dalla moglie Virginia Arcioni ebbe i seguenti figli, oggi viventi in Brescia: Silvia (n. 1890) in ing. Enrico Sorelli, Vincenzo (n. 28 agosto 1894 m.) ingegnere, Luigia Piovani, da cui Pier Alghisio (n. 20 novembre 1926); Elena (n. 26 dic. 1898), Ermanno (n. 12 gennaio 1900) volontario di guerra, Luigina (n. 3 marzo 1903), Giulia (21 luglio 1905), Antonio (n. 23 agosto 1908). La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nob. Ital. e nell'El. Uff. Nob. Ital. col titolo di Nobile in persona di fu Pietro fu Vincenzo.