FOLENGO Teofilo

FOLENGO Teofilo

(Cipada, Mantova, 8 novembre 1491 - Campese, Vicenza, 9 dicembre 1544). Al secolo Girolamo. Pseudonimo: Merlin Cocai. Figlio di un modesto notaio ma appartenente a famiglia nobile, passò l'adolescenza a Mantova e a Cipada, dove ambienterà i personaggi di alcune sue opere. Da alcune annotazioni del "Baldus" alcuni studiosi lo credettero dedito dapprima alla vita militare e poi allievo del Pomponazzi a Padova. Invece, come cinque suoi fratelli ed una sorella avviati al chiostro, a 16 anni nel giugno 1508 entrò come postulante di S. Eufemia in Brescia, che divenne la sua seconda città tanto da fargli scrivere: Mantua nos genuit sed Brixia clara ducavit". Dopo il noviziato il 24 giugno faceva la professione semplice, prendendo il nome di Teofilo, ereditato dal suo maestro p. Teofilo Bona, pio monaco e letterato. A Brescia vive il grande disordine, i momenti tragici della guerra fra Spagna, Francia ed Impero. Difatti è spettatore nella mattinata del 20 luglio 1508 dell'incendio del Castello, dello scoppio della torre Mirabella, provocato dalla deflagrazione di 1800 barili di polvere da bombarda, ed è presente all'assedio del 1512. In questo stesso anno è spettatore della tragica morte di p. Bona, massacrato durante il sacco del monastero, compiuto dai francesi. Almeno dal luglio 1512 si trova nel monastero di S. Benedetto di Polirone, dove è in contatto col fratello Ludovico e forse per qualche tempo anche con Giambattista, non lontano dai genitori, dal fratello Francesco, dalla sorella benedettina e dal fratello agostiniano. Nel monastero di Polirone si preparò al diaconato che ricevette il 23 settembre 1514. Nel 1513-1515 è a S. Giustina di Padova in occasione dei Capitoli generali accanto a p. Cornaro e forse suo segretario. Tornato a Brescia, nel monastero di S. Eufemia vi rimase fino al 1520, ricoprendo forse anche la carica di sotto cellerario del monastero e perciò a contatto con una umanità viva di amministratori, fornitori, contadini, ecc. che gli dovettero fornire il materiale vivo per la prima edizione del suo poema il "Baldus" pubblicato la prima volta alla fine del 1516 o agli inizi del 1517 dal tipografo Paganini a Venezia. Nel frattempo probabilmente nel 1516 venne ordinato sacerdote. Egli stesso scriverà infatti "namque pretus sacratus ego sum". A Brescia cura anche la seconda edizione del suo poema maccheronico stampata a Toscolano con la data del 5 gennaio 1521 ma forse pubblicata più tardi, cui seguì poi la cosiddetta cipadense uscita senza indicazione tipografica, ma datata tra il 1539 e il 1540, cui seguì la Vigaso Cocaio, la definitiva uscita, postuma, a Venezia nel 1552. Ma è opinione del Guerrini che il poeta abbia elaborato le tre prime edizioni «nell'ambiente bresciano, se ne scorgono evidenti i segni in molti versi: egli stesso deve averne curato la stampa, fingendo stratagemmi d'ogni genere per allontanare il sospetto che sotto le false generalità di Merlin Cocaio o di Aquario Lodola o di Vigaso Cocaio si nascondesse un giovane monaco spassoso e linguacciuto, sollazzevole e scurrile, a cui talentava più la facezia che la preghiera, e le vanità mondane dei suoi sogni poetici più che la soda austerità della vita monastica». Per cui il Guerrini stesso scrive che è «ovvio pensare che le tre edizioni paganiniane delle Maccheroniche siano state stampate nelle officine di Toscolano, tanto la prima con la data di Venezia del 1517 come la terza senza data e con la falsa indicazione di Cipada, elaborate di sotterfugio e con abilità diplomatica dallo stesso autore, o nella sua cella di S. Eufemia, o nella maggiore libertà di qualche solitario recesso, a Maguzzano o nel praedium caprense a cui accennano biografi folenghiani del Settecento». A Brescia il Folengo matura probabilmente quella crisi che lo porterà fuori dalla Congregazione benedettina dopo un probabile soggiorno a Maguzzano, del quale non vi è prova documentaria, ma che sembra si possa evincere dalla precisa conoscenza e descrizione dei luoghi e degli avvenimenti della Valtenesi e della Riviera, fra cui la lunga marcia delle orde tedesche discese da Riva di Trento sul lago di Garda. Dopo essersi rifugiato a Venezia, dove fu ospite per qualche tempo nel monastero di S. Giorgio Maggiore, fu poi precettore in casa Orsini, per passare poi a Roma. Le ragioni dell'allontanamento, sembra ormai certo, non furono di carattere morale e religioso ma originate da vera persecuzione, da parte tra l'altro del clarense abate Marco Cropelli. Ripreso nel 1530 dalla nostalgia del monastero, chiese di esservi riammesso e per dimostrare le sue buone predisposizioni si ritirò a vita eremitica a Capo Minerva, a Punta Campanella presso Sorrento. Nel 1534 rientrava comunque nel monastero di S. Eufemia. Il 2 marzo 1537 è documentata la sua presenza in un capitolo benedettino a S. Eufemia. Fu anche a quanto sembra rettore di S. Maria del Giogo e nel frattempo amministratore del piccolo monastero di S. Mauro della Capra di Sulzano, meditò e scrisse nuove opere, e diede mano alla terza edizione del suo "opus macheronicum". Nel 1538 abbandonava Brescia per la Sicilia, dove fu priore di S. Maria delle Ciambre e poi di S. Martino a Palermo. Può darsi che sia tornato nel 1542 ancora a Brescia, da dove potrebbe essere stato allontanato nel 1543 da quel p. Cropelli di Chiari diventato in tale anno abate del monastero bresciano. Ultima meta fu il priorato di Campese nel Vicentino, dove doveva morire a soli 53 anni. Oltre al fatto che a Brescia e nel Bresciano il poeta scrisse o perfezionò non solo le sue opere (comprese quelle di carattere religioso e ascetico), la città e la terra bresciana è presente in molti luoghi nell'opera sua. Egli dedica a Brescia la prima egloga delle sette che con le elegie formano la "Zaninotella", bizzarra storia d'amore fra Tonello e Zanina. In questa elogia i pastori Tonelli e Filippo che, mentre le pecore e gli armenti pascolano, seduti sotto una quercia bevono e vanno a gara a dire le lodi di Federico Gonzaga, marchese di Mantova. Sopraggiunge Pedrollo, un bresciano che è dovuto fuggire alle truppe tedesche che occupavano la sua città. Mentre Tonello è fidente nella protezione del marchese di Mantova e dice di non aver pensieri per l'avvenire, Pedrollo, che si congratula con lui per il suo stato d'animo, continua a dolersi dei tedeschi che l'hanno costretto alla fuga e si fa spiegare da Tonello perché Mantova sia così fortunata rispetto ad altre città, che soffrono dell'occupazione straniera. Alle lodi che Tonello intesse di Mantova e dei mantovani, Pedrollo risponde decantando Brescia, le sue glorie e dice tutto il suo dolore nel vederla avvilita e sotto il peso di tante sciagure. Il motivo di Brescia e di Mantova città sorelle ritorna spesso nell'egloga. Del resto di Brescia egli canta le lodi, ponendola sopra le altre città di Bergamo, Cremona, Verona che spesso deride e disprezza o che cita solo per sferzarne i costumi. Di Brescia ricorda anche le glorie, i guerrieri che pone accanto ai Colonna, ai Gonzaga e agli Orsini, esaltando, soprattutto, i Gambara e i Martinengo. Numerose le notazioni di costume che lo portano fino a scrivere dei vari giochi di bocce e di palla. Non tutta la terra bresciana è presente nell'opera folenghiana, dal Benaco, di cui esalta le riviere vinifere e ricorda, con sapore virgiliano, il burrascoso Suer che fischia intorno alle grotte di Catullo. Esatta in lui è la enumerazione dei paesi rivieraschi della Valtenesi, Manerba, Moniga, Padenghe, Lonato, Desenzano, Rivoltella, Sirmione e le sue «casamenta Catulli», con una descrizione d'après nature che indubbiamente il poeta deve aver creato a Maguzzano, quando dall'alto del piccolo monastero spaziava con l'occhio avido di impressioni su tutta la sottostante luminosa Valtenesi, dalla severa rocca di Manerba alla lontana turrita Peschiera «mater Minti nostri». Del Benaco ricorda i pesci squisiti (con la sola eccezione dell'aborrito barbo, le cui uova gli provocarono insopportabili dolori viscerali), gli olivi che danno l'olio per condirli e il ferro bresciano con cui si fabbricavano le padelle per friggerli. Numerosi sono gli accenni alle antiche industrie siderurgiche, come di rilievo sono gli accenni alle rinnovate fonderie di campane. Le montagne bresciane ritornano spesso nel pensiero del poeta con un'immagine fortemente impressa: fra esse fugge e si pone in rilievo il suo eroe. Altrove pone l'altezza delle montagne della Valcamonica come termine di paragone paradossale. Si intrattiene volentieri sui vini bresciani e, per bocca de' suoi Barba Tognazzo e compagni, fa confronti fra vini e vernacce di Volta Mantovana, dei colli e delle valli della Romagna, della celebre nostra Cellatica e della non meno vantata Riviera del Benaco. E usi e costumi della provincia nostra egli volentieri descrive: gli piacciono i brentatori giranti per le vie della città col tradizionale arnese sulle spalle ecc. Ma come ha rilevato G. Tonna, la terra bresciana entra specie nel "Baldus" «non solo per sparsi accenni a località e a costumi, ma come si va ora indagando e scoprendo" con una presenza più intera, segreta, costitutiva dell'impasto linguistico con cui la fantasia del poeta si è espressa. In altre parole, Brescia con la sua parlata di popolo entra come elemento, «ingrediente», subito dopo il mantovano, del linguaggio inventivo di cui si è servito il poeta, cioè del maccheronico o macaronico?».