FILOS Francesco

Versione del 1 giu 2017 alle 22:31 di Pgibe (Discussione | contributi) (una versione importata: Import volumi 3, 4 e 5)

(diff) ← Versione meno recente | Versione attuale (diff) | Versione più recente → (diff)

FILOS Francesco

(Mezzolombardo, 2 marzo 1772 - 12 agosto 1864). Soldato patriota, scrittore trentino ma bresciano d'elezione. Dopo aver compiuti i primi studi a Bressanone, in Baviera e nella stessa Trento, giunse a Brescia nel particolare momento di fervore democratico e libertario che accompagnò la prima campagna napoleonica in Italia, ricco di tutto l'entusiasmo dei suoi venticinque anni e fresco di quattro mesi d'arresto subiti a Innsbruck, ove, studente di legge, aveva fondato un circolo giacobino. A Brescia strinse in breve molte e importanti amicizie: entrò nel gruppo dei giovani patrioti che si radunavano nella casa dei fratelli Lechi, in contrada Sant'Agata, e nell'imminenza della rivoluzione fu inviato a Bergamo e a Milano per chiedere aiuti. Il 17 marzo 1797 giurava "di vivere o morire liberi" e di battezzarsi per conquistare il potere. Pochi giorni prima con la contessa Francesca Lechi Ghirardi aveva comperato la seta per la bandiera tricolore da inalberare in Broletto e fu in effetti egli il primo a fissarla alla cancellata di ferro del palazzo. Partito per Salò con la colonna guidata dal generale Fantuzzi e da Francesco Gambara, venne il 29 marzo, fatto prigioniero con altri dai valsabbini e spedito a Venezia nelle carceri del Lido. Rinchiuso poi a Leoben, venne poi liberato nel maggio. Descrisse poi gli avvenimenti nella sua autobiografia dal titolo "Memorie e confessioni di me stesso. Autobiografia con note a cura di Bruno Emmert". (Rovereto, U. Grandi, 1924, 1927). Tornato a Brescia venne nominato tenente dell'esercito che vi si stava allora organizzando, ma preferì poi la carica di segretario della municipalità per il quarto rione cittadino. Compì una missione in Valtellina e nel mese di novembre del 1797, quando Brescia e la sua provincia furono aggregate alla Repubblica Cisalpina, trascorse qualche tempo a Milano ove conobbe, tra gli altri, Vincenzo Monti e la madre del Manzoni, Giulia Beccaria. Ritornato a Brescia, ove, «per la franca cordialità ingenita a' Bresciani» fu accolto ancora una volta con gioia dagli amici, ricoprì la carica di segretario dello stato maggiore della guardia nazionale. Al sopravvento degli austro-russi, riuscì, con altri a riparare in Francia dove rimase tredici mesi. Ritornato a Brescia fu poi tra i fondatori e 1° sorvegliante della Loggia massonica di Brescia "Amalia" e della "Gioseffina" di Milano. Nel 1801 assistette ai comizi di Lione e dopo un viaggio a Parigi e in Francia, prese stabile dimora a Brescia, ove rimase fino all'estate del 1810, occupando varie cariche amministrative presso la prefettura. Nel suo lungo soggiorno bresciano (abitava in contrada del Cavalletto) entrò nel vivo dell'ambiente sociale e culturale della città. Quando il Foscolo arrivò a Brescia, ai primi di gennaio del 1807, il Filos gli era già amico, perché, come egli stesso asserisce, lo aveva conosciuto a Milano fin dal 1798. A Brescia il Filos frequentava gli stessi ambienti del Foscolo, primo fra tutti il salotto di Marzia Martinengo, nel palazzo di piazza del Novarino, ora piazza del Foro e spesso era compagno di tavola del poeta all'albergo Gambero. In lettere successive al suo Soggiorno bresciano, il Foscolo lo ricorda, chiede notizie di lui, lo fa salutare e in due lettere a Marzia, con un linguaggio familiare e particolarmente amichevole, lo definisce «astrologo», probabilmente nel significato di «mago», sapientone. Nell'agosto del 1810, il Filos venne nominato viceprefetto di Cles, in val di Non, nel dipartimento dell'Alto Adige: nonostante fosse quello per lui un ritorno in «patria», si staccò con molto rincrescimento da Brescia sua città di elezione e alla quale rimase poi sempre legato, come a quella in cui aveva trascorso gli anni migliori della sua esistenza. Ricordando il momento in cui dovette lasciare la città e gli amici, scrive: «Presi congedo frenando per punto d'onore a stento il pianto, cui lasciai libero sfogo al sortire dalla città, dopo quattordici anni di felicissima vita». Da Cles il Filos passò, sempre come viceprefetto, a Bolzano e quindi a Pavia, ma per il suo passato politico, la sua carriera statale fu interrotta nell'età della restaurazione, così che dovette occuparsi in impieghi comunali. Svolse la sua ultima attività a Rovereto. Nel 1829 era però commissario di polizia a Rovereto e un rapporto della polizia austriaca lo diceva "completamente guarito delle sue scalmane liberali di gioventù». Si ritirò poi a Mezzolombardo, dove visse lunghi anni prima che lo raggiungesse a 92 anni la morte.