FERRAMOLA Floriano (2)

FERRAMOLA Floriano

(Brescia, 1478 c. - 3 luglio 1528). Di Lorenzo, marangone. È già nominato come pittore in documenti del 15 maggio e 5 ottobre 1503 e gravita su Castenedolo. Molte influenze sono state viste nella sua opera, dal Maestro di Nave a Paolo di Caylina, al Marone ecc. Qualcuno lo ritiene un giovane collaboratore di Pietro da Cemmo e gli attribuisce affreschi all'Annunciata di Borno. Altri l'ha individuato addirittura nel "Maestro di Nave", ma purtroppo non si conoscono opere sue giovanili almeno fino al 1507-1508. La sua prima opera conosciuta è la tavoletta con la "Natività" firmata nel museo civico di Pavia, dono nuziale con, sul retro, lo stemma Belasi e di altra famiglia, e che viene collocata intorno al 1508 (da qualcuno al 1518). Sono dal Guerrini ritenuti del Ferramola (che secondo le guide dell'Averoldi e del Carboni decorò anche una cappella della attigua chiesa) due affreschi riscoperti nel 1937 nella chiesa del Carmine e raffiguranti l'"Annunciazione" sormontata da una lunetta col "Cristo flagellato" confortato da due angeli, e la "Deposizione" dalla Croce o "Pietà", con s. Giovanni Evangelista in piedi a sinistra, e la Maddalena inginocchiata a destra. Staccati dal muro vennero fissati su tela da Paolino Bertelli. Essi portano ripetuta la data del 1507. Un documento del 17 agosto 1511 accenna ad un Gerolamo q. Floriani. Intorno al primo decennio sono da porsi gli affreschi della Corte di palazzo Borgondio oggi dispersi in Inghilterra e nella Pinacoteca di Brescia, che vengono di solito fissati agli anni 1511-1512. La tradizione o la leggenda vuole che nel febbraio 1512, durante il sacco di Brescia, mentre dipingeva tali affreschi, non si scomponesse dal lavoro anche quando i francesi, penetrati nel cantiere, lo minacciarono per aver da lui oggetti e denaro. Al che avrebbe risposto che "se l'intendesse con la moglie" e alle repliche aggiunse "facessero quanto volessero; gli bastava il pennello". I soldati francesi saliti sul palco lo trascinarono a terra ed erano per ucciderlo quando sopraggiunsero alcuni ufficiali che lo liberarono per ordine di Gastone di Foix. Condottolo alla sua presenza, il condottiero volle che gli facesse un ritratto per il quale gli diede in ricompensa duecento scudi. Il 27 novembre 1512 è presente ad un atto rogato in Castenedolo. Il 30 agosto 1513 stipula un contratto per una casa. Nel 1513 data il quadro "La Madonna col Bambino fra i ss. Domenico e Caterina" del Friederich Museum di Berlino, che si richiama al Foppa ma anche a Giovanni Bellini e specialmente al Romanino. Nel 1514 dipinge gli affreschi di S. Maria di Lovere da lui firmati sotto il medaglione di s. Mattia nel pennacchio della sesta colonna sinistra: "Opus Floriani Ferramola civis Brixiae 1514". Si tratta del primo grande ciclo pittorico da lui affrontato. Il 15 agosto 1515 gli vengono affidate, assieme al Moretto, delle ante d'organo per la cattedrale di Brescia. Affreschi di ex voto di impronta ferramoliana datati 1510-1517 si trovano nella pieve della Mitria di Nave e nel santuario di S. Onofrio sopra Bovezzo. Non mancano elementi romaniniani come in quelli provenienti da Bedizzole e oggi al museo di Brooklin. È del 1517 la polizza d'estimo del padre Lorenzo dalla quale si desume che Floriano aveva moglie, Clara, un figlio di 11 anni, una figlia di 3 mesi. Curioso l'apprezzamento del padre nei riguardi del figlio del quale scrive: "Floriano depentor qual poco val pocho". Il 19 aprile 1517 partecipa al collegio dei pittori. Il 15 agosto 1518 data con il giovane Moretto le ante d'organo del duomo vecchio di Brescia nelle quali è dipinta all'esterno l' "Annunciazione" eseguita assieme al Moretto, e all'interno i ss. Faustino e Giovita. Ante che ora si trovano in s. Maria di Valvendra di Lovere. Intorno a quel tempo il Panazza propende a datare i ritratti di guerrieri alla Fondazione Da Come di Lonato provenienti dalla casa Dalla Corte Borgondio di Brescia. Uno di questi ritratti ripete il tipo di guerriero di un affresco proveniente dal palazzo Orsini di Ghedi da alcuni ritenuto, con gli altri frammenti, del Romanino, che nel 1517 vi aveva lavorato. Il ritratto di Altobello Averoldi (oltre quelli del Ducco e dei canonici), che fu prevosto fra il 1512 e il 1517, colloca in questo periodo anche gli affreschi che adornano le lunette contornate da ricchi festoni di frutti e fiori, di una sala della canonica di S. Nazaro e Celso di fattura abbastanza spigliata, ricchi di colore e senza dubbio con influssi romaniniani, anche in certe forzature delle espressioni nella ricerca della resa dei caratteri, non del tutto riuscita. Il Ferramola ritrattista lo conosciamo inoltre da un ritratto di profilo a mezzo busto di Elia Capriolo e da quello di proprietà Chiappa e forse in alcune figure di gentildonne e gentiluomini negli affreschi risalenti al 1518-1524 in s. Maria in Solario. Qui il pittore ha dipinto cicli pittorici di piacevole e vivace cromatismo anche se poveri d'invenzione. La cupola azzurra costellata di stelle d'oro, i simboli degli Evangelisti nei pennacchi, quattro scene della vita di Cristo nel tiburio, storie di s. Giulia, raffigurazioni di altri santi sulle pareti, e nelle absidi la Madonna fra i santi, lo Sposalizio di s. Caterina, s. Benedetto che insegna la regola ed altre scene nelle calotte completano questa decorazione intensa di colore, calma negli atteggiamenti, spaziata nelle composizioni, quasi tutte con fondi di cielo, con ampi paesaggi. Di datazione incerta sono invece altre opere, quali la lunetta con la "Madonna e il Bambino fra la Maddalena e s. Giovanni Evangelista" in una cappella a fianco dell'abside e l'"Annunciazione" sulla lunetta del portale d'ingresso nella chiesa del Carmine. Annota il Panazza che se la prima opera è più collegata ad epoca ancora giovanile per la struttura architettonica bramantesca impreziosita da giochi illuministici e per la composta grazia delle figure di un incarnato perlaceo e di una monumentalità ancora foppesca nel gruppo centrale, di una gentilezza più alla Bergognone nelle figure laterali, l'"Annunciazione" del portale può essere più collegata alle ante di Lovere; ma tutto è più composto e più tradizionale, sia nelle architetture laterali, sia nel fresco paesaggio azzurrino della parte centrale, sia nelle figure, compresa quella agile e mossa dell'arcangelo". Con una composizione simile, ma entro un doppio portico con volte sostenute da filare di colonne centrale, cioè con un'architettura che rammenta quella della Circoncisione del Boccaccino nel Duomo di Cremona , è un affresco già nella casa di via Battaglie, 55 noto per mezzo di una vecchia fotografia. All'ultimo decennio dovrebbe invece appartenere il "Redentore fra i ss. Faustino e Giovita", modesta tavola della parrocchiale di Quinzano, per la tipologia dei santi venati da una tristezza romaniniana, per il paesaggio azzurro dello sfondo, mentre il Cristo rigido, con il bianco panneggio, ha ancora ricordi arcaici, allo stesso modo che qualche volta li ha lo stesso Romanino in simili composizioni. A questo momento, sempre secondo il Panazza, appartengono anche il cassone con lo stemma Sangervasio (Brescia, proprietà G.P. Cavalieri), le tavolette di altro cassone nuziale, di buona fattura e toccate con finezza, del barone Monti della Corte, a Nigoline; nei quali dipinti predominante è l'influsso giorgionesco che però non si sovrappone completamente alla tradizionale forma lombarda intrisa di elementi derivati dall'Italia centrale. Le tavolette Monti, gli affreschi di casa Borgondio rendono anche possibile una attribuzione al F. degli affreschi dati al Fogolino, nella sala del castello Colleoni-Martinengo a Malpaga, con i festeggiamenti in onore di re Cristiano di Danimarca, anche se non si può misconoscere una più alta qualità in questi rispetto ad altre opere del Ferramola. Il Ferramola, instancabile, adorna dei suoi santi, delle sue Madonne le pareti dei conventi cittadini, delle pievi del contado, ripetendo sempre i suoi schemi, ora con maggiore monumentalità, ora invece con riquadri di formato minore, facendo capire le dolci e monotone figure su architetture o su dolci paesaggi: così negli affreschi posteriori al 1520 in s. Giuseppe, in quelli del 1521 in s. Lorenzo di Irma, o in quelli del 1526 nel convento di s. Croce in Brescia, nei dipinti di s. Eufemia di Nigoline, in quelli del presbiterio di s. Maria degli Angeli a Gardone V.T., in quelli gustosi di soggetto profano nel castello di Meano e in altri ancora che si potranno via via elencare nella ricognizione ancora incompleta del territorio bresciano, fino all'ultimo ciclo del 1527 - scomparso quello eseguito pure in quell'anno, insieme al Moretto nella cappella delle ss. Croci in duomo vecchio - nel coro di s. Giulia cioè pochi mesi prima della morte avvenuta nel luglio 1528. Al 1526 è datato un grande affresco raffigurante "La Madonna coi santi" esistente nell'ex camera di commercio di via Mameli e restaurato da Battista Giuseppe Simoni nel 1977. La critica nega oggi che il Ferramola sia stato maestro del Moretto e che abbia fatto da ponte tra il Foppa e il Buonvicino, che tra l'altro si conobbero personalmente. A qualcuno sembra che abbia invece risentito, specie per il colore, del Romanino (che viene ritenuto suo allievo). A lui come al Civerchio, a Paolo da Caylina il Giovane, il Panazza attribuisce un "certo ruolo" nel portare nel quadro d'insieme della pittura del Rinascimento, con il loro ecclettismo, quella vena classicista, sia bramantesca che emiliana e per aver immesso "quel tanto di ferrarese e di butinonesco che succedendo alle derivazioni squarcionesche, sarà poi seguito dai contatti del Romanino con Dosso, costituendo un momento, sia pure secondario, di quella vena anticlassica che avrà in Romanino una delle voci più genuine e che parzialmente, ma per altre vie, toccherà anche al Savoldo" .