FENAROLI

FENAROLI

Antichissimi nobili rurali bergamaschi e bresciani noti nel sec. XIII. Il cognome viene riferito al fatto che i Fenaroli esercitarono la fornitura di fieno agli eserciti. Il Fè individua in Villelmo Fenaroli abitante a Tavernole, sulla sponda bergamasca del lago d'Iseo vivente nel 1047, padre di Giorgio (segnalato in documenti del 1048), avo di un altro Villelmo (segnalato nel 1128) il capostipite della famiglia. Da questo Villelmo discese Sigismondo (1170), padre di Gerolamo che nel 1200 compare nella Lega Lombarda. Da Gerolamo discese Giacomo (1211) che ebbe cinque figli viventi ancora nel 1290 e cioè Giovanni, Viviano, Riccardo, Lanfranco e Bartolomeo. Giovanni fu padre di Giacomo, militò con Azzone Visconti e venne da lui gratificato nel 1333 di privilegi e nel 1347 della cittadinanza di Milano e di tutte le città a lui soggette. Chiamato il Console, da questo Fenaroli viene da qualcuno fatta discendere la famiglia Consoli, distintasi in Tavernola e altrove. Un altro ramo, quello di Viviano, che appare in un atto notarile del 1290 viene considerato il capostipite delle discendenze bresciane. Il suo ramo continuò in Fedreghino (che testa nel 1385) e nei suoi tre figli: Comenzolo, Giovanni e Federico. Comenzolo (n. 1384) ebbe tre figli Antonio o Tonino che verso il 1450 passò a Milano e si crede capostipite di un ramo che si estinse in Modena nel conte Giuseppe Fenaroli ministro e maggiordomo degli Este, ancora vivente nei primi anni dell'800 omonimo e contemporaneo di altro conte Giuseppe della famiglia Fenaroli Avogadro al quale si accennerà più avanti. Da Comenzolo si crede abbia avuto origine nel 1450 circa l'antica famiglia Fenaroli di Milano, ed un'altra famiglia Fenaroli di Brescia che si estinse agli inizi del sec. XVII in Francesca Fenaroli, moglie di Cesare Martinengo, famiglia poi riunitasi al ramo primitivo dei conti Fenaroli nel 1704. Terzo figlio di Viviano q. Giacomo fu Federico padre di Tonino il quale dal 1420 al 1454 fu, prima capitano sotto i Visconti dai quali ebbe molti privilegi, poi sotto Venezia per la quale combattè fino al termine delle guerre che funestarono il secolo XV. Tonino, che ebbe lunga vita, provò anche il dolore di perdere i suoi figli Pietro e Bartolomeo detto il Minimo, per cui dovette far da padre agli abiatici suoi Giacomo, Mariano, Urbano e Fedrighino, figli di Bartolomeo. Giacomo ed Urbano morirono giovanissimi senza successione. Fedrighino ebbe due figli Giacomo e Pier Francesco che pure morirono senza successione. Mariano continuò la famiglia ed ebbe 1° Giambattista che fu caporamo della famiglia Fenaroli di Fantecolo che dopo cinque generazioni si estinse in altro Gio. Battista q. Achille verso la metà del secolo XVII. 2° Giuliano morto celibe. 3° Bernardo che percorse la carriera dell'armi e viaggiò molto, pur morendo giovane nel 1546. 4° Bartolomeo fu padre di Gerolamo (1550) che sposò in prime nozze Pellegrina Cavalli dalla quale ebbe figli, mentre dalla seconda moglie, Veronica Piacentina, non ci risulta abbia avuto eredi. Dei figli di Pellegrina ve ne furono due che formarono le due linee della famiglia giunte sino a noi: Gio. Antonio (n. 1509) Scipione capostipite dei Fenaroli di Passirano poi Fenaroli Avogadro, e Gio. Maria (n. 1519). Gio. Maria fu padre di Ercole e Scipione. Ercole fu capostipite dei Fenaroli di Provezze che si estinsero in Pietro Antonio q. altro Ercole sulla fine del secolo XVII. Fratello di Ercole fu Scipione capostipite del ramo dei Fenaroli di Corneto o Ferraroli. Dieci furono i figli di Gio. Antonio (1507-1566). Dalla prima moglie, che era Polissena Fenaroli del ramo di Erbusco (1518-1538) non deve aver avuto figli, mentre da Teodora Porcellaga, la seconda moglie (1519), deve aver avuto la numerosa figliolanza: Camillo (1541) non sposato, due sorelle, Pellegrina e Cecilia, monache in S. Gerolamo (davanti a casa), Gerolamo (1550), canonico lateranense col nome di don Teodosio, altri morti minorenni e infine l'ultimogenito Bartolomeo (III) che continuò la famiglia con la sposa Camilla Martinengo. Orazio dottore in legge e cavaliere, da giovane militò per Venezia di S. Marco, poi sposò Briolamia di Leandro Martinengo vedova di Camillo Palazzi e non ebbe che una figlia Giulia che andò sposa del conte Sansone Porcellaga ed ebbe vita avventurosa; Carlo ebbe due figli naturali: Gerolamo e Camillo, ai quali lasciò tutte la parte del patrimonio a lui spettante. Ne nacquero liti coi cugini in quanto vi erano anche dei beni di carattere fidecommissorio e si fini con un compromesso in arbitri. Il ramo dei «naturali» si estinguerà dopo due generazioni con Giulia q. Orazio q. Gerolamo che andò sposa a Paolo Averoldi. I figli di Bartolomeo Giò. Antonio (n. 1603) e Cesare (n. 1608-1682) vivevano nel 1614 ancora soli con la madre Camilla; Cesare sposò Gerolama Averoldi e da questo matrimonio nacquero undici figli dei quali soltanto due maschi: Bartolomeo (IV) (n. 1644-1704) e Ippolito morto celibe (delle figlie cinque andarono monache a S. Gerolamo, che era come una succursale della famiglia e una agli Angeli). Bartolomeo prese in moglie Fulvia di Cesare Martinengo Cesaresco di Erbusco che gli diede tredici figli. Furono figli di Comenzolo anche Comenzolo Giovanni i di cui successori dopo tre generazioni si estinsero in Alfonso nel 1610. Comino Viviano Giovanni figlio di Fedreghino e fratello di Camenzolo e che viveva nel 1420 e militò anch'esso come condottiero d'armata sotto i Visconti, fu padre di Pietro e di Fedreghino dal quale ultimo dopo undici generazioni i nobili avv. Federico q.m. Taddeo e Giulinano f. di Federico. Provveditore agli studi. Da Pietro invece discese Giorgio (1480) che fu il padre di Ventura (il famoso cospiratore contro i Francesi e da loro decapitato) di Alessandro e infine di Galasso. Da Galasso (anch'egli cospiratore con il fratello Ventura) venne Mario (n. 1546), padre di altro Galasso (n. 1600). Figli di questo Galasso furono: Alessandro, capitano d'arme della Veneta repubblica, Giulio conte e condottiero d'arme seguì il fratello nelle guerre di Germania, ma dovette lasciare le armi per accudire agli interessi di sua famiglia. Ebbe un figlio che fu il conte Ottavio (1723) il quale morì nel 1745 lasciando una sola figlia Giulia moglie a Federico Palazzi q. Ugolino. Col conte Ottavio si estinse il ramo di Pietro q. Giovanni essendo i suoi due fratelli morti celibi. Altro figlio di Galasso fu Gabriele che ebbe Mario (1604) notaio Collegiato, Scipione e Gerolamo e Costanzo (n. 1626). Costanzo da Taddea ebbe un figlio postumo, anch'esso di nome Costanzo (n. 1680) marito di Lucia Briggia e padre di Francesco (1721) e di Alessandro (n. 1723) coi quali si estinse il ramo. Si estingueva, pure nel Settecento, anche il ramo dei cugini, figli di Ottavio, il fratello dell'avo Gabriele, che tanto si distinsero al servizio della Repubblica nella carriera delle armi e furono dal Senato creati conti con ducale del 7 agosto1646. Tutti tre questi figli di Ottavio si distinsero. Celso Carlo innanzitutto nei moti del Polesine a capo di 400 corazze ma soprattutto come Governatore di Candia in guerra soccorrendo la Canea e morendo poi di «gloriosa fine»: il fratello Alessandro fu capitano di corazze ultramontane con due compagnie in Dalmazia e Giulio colonnello di fanteria. Bartolomeo figlio di Giovanni Antonio, ebbe due figli Giovanni Antonio che morì giovanissimo nel 1599 e Cesare (n. 1603 m. 1682) che sposata Girolama Averoldi ebbe pur due figli Bartolomeo ed Ippolito morto quest'ultimo nel 1715 senza successione. Bartolomeo poi si ammogliò con Fulvia unica figlia ed erede di Cesare q. Lelio Martinengo di Erbusco, che portò nella famiglia Fenaroli nuove ricchezze e la bella villa di Erbusco. Bartolomeo comperò in Brescia dai Gambara nel 1661 il palazzo a S. Caterina, l'attuale palazzo Bettoni Cazzago di via Marsala 17 e vi si stabilì con la numerosa prole. Parecchi dei figli morirono bambini, salvi: Girolama, Giovanni Antonio, Luigi, Gaetano e Cesare. Girolama entrò fra le monache Salesiane in Arona (1703) da dove fu mandata ad Alzano di Bergamo a fondarvi il monastero della Visitazione. Cesare Luigi (1690-1755) si fece filippino. Giò. Antonio n. nel 1687 erede della lontana cugina Francesca (Fulvia) Martinengo, si uni in matrimonio nel 1718 con Margherita dei conti Sanvitali di Piacenza. Gaetano fratello di Gio. Antonio entrò giovanissimo nell'armata napoletana e fu pure Cavaliere e gentiluomo di Camera di quel Re. Morì in Brescia nel 1781. Dalla contessa Sanvitali Gio. Antonio ebbe undici figli, la maggior parte dei quali però premorirono al padre senza successione. I superstiti furono Marianna che fu sposa al conte Carlo Somaglia di Piacenza (1741), Corona, sposatasi al nob. signor Gaetano Bargnani (1741), Ippolito che arruolatosi fra le truppe del Re di Napoli arrivò al grado di colonnello brigadiere e morì celibe nel 1784. Bartolomeo nato nel 1724 altro figlio del Conte Gio. Antonio sposò nel 1747 la contessa Paola Avogadro unica figlia ed erede del conte Girolamo e della contessa Clara Melzi, la quale portò in casa Feneroli aumento di patrimonio, la grandiosa villa di Rezzato ed il feudo di Cacciabella nell'Asolano, per cui i figli aggiunsero al loro cognome quello degli Avogadro. Figli di Bartolomeo furono Gio. Antonio, Cesare Girolamo, Luigi, Giuseppe e Federico, Cecilia che fu moglie del co: Pietro Provaglio, Margherita sposa del co: Giovanni Negrolini e Fulvia che sposò il marchese Bergonzi di Parma. Fra questi figli si distinsero Gio. Antonio (1749-1825), Cesare (1752-1792) cav. di Malta letterato, Giuseppe (1750-1825) membro del Governo della Repubblica Bresciana nel 1797 rappresentante della città ai Comizi di Lione, membro del Senato consulente del Regno e infine conte del Regno Italico, Girolamo (1760-1802) morto in ancor fresca età, che ebbe dalla nob. Barbara Agosti due figli: Bartolomeo (1796-1869) che fu Podestà di Brescia, consigliere intimo di S.M.I.R. e Conte dell'imp. Austriaco, ed Ippolito (1798-1862) che coprì anch'egli cariche cittadine e fu tra i primi Senatori del Regno. Nelle divisioni dei figli di Bartolomeo e Bice Maffei Erizzo, la villa di Passirano toccò alla primogenita delle figlie, Livia Maria, che aveva sposato il marchese Luigi Fassati di Balzola, di famiglia del Monferrato, Livia la lasciò poi ai figli Giuseppe e Ippolito; quest'ultimo non prese moglie e mori ancora in giovane età, mentre Giuseppe sposò Bice dei marchesi Busca Arconeti Visconti e ne ebbe Luigi (1881-1944) ed Eugenia (1888). Da Luigi e da Giulia dei marchesi Crivelli sono nati Giuseppe Ippolito (n. 1910) e Ariberto (1912-1946); dalla seconda moglie, Enrica Beruccini, Luigi ha avuto Eugenia. Nelle divisioni fra questi fratelli Giuseppe Ippolito ebbe la Tesea, mentre la sorella che ha sposato Giuseppe Barba, l'antica casa dei Fenaroli. Eugenia morì nel 1975, lasciando erede e proprietaria della villa la figlia Cristina. Questo è stato erroneamente ritenuto estinto con Girolamo (1827-1880) figlio di Bartolomeo e della nob. Beatrice Maffei e con le sue tre sorelle: Livia in march. Luigi Fassati, Barbara in conte Sen. Diogene Valotti e Paolina in conte Sen. Francesco Bettoni Cazzago. Infatti da Girolamo (1827-1880) nacque da unione non legale, Alfredo, riconosciuto e legittimato nella chiesa di Santa Maria alla Porta a Milano, che sposò la nobile Lucrezia dei conti Faglia da cui: Guido (n. 1890). A questi venne concesso il titolo ereditario di nobile con R.D. 28 aprile 1910 e R.R. LL. PP. 9 agosto 1910. Ramo di Corneto. Ancora oggi vivente. Separatosi nel sec. XVI con Giovanni Maria q. Gerolamo, continuò poi attraverso i figli di questo, Giovanni Maria ebbe due figli. Ercole e Scipione furono i capostipiti delle due linee che si chiamarono di Provezze l'una e di Corneto l'altra, come Battista q. Mariano fu capo della famiglia Fenaroli di Fantecolo e Bartolomeo di quella di Passirano. La linea di Provezze si estinse verso la fine del secolo XVII col. nob. Ercole q. Luca e l'unica sua figlia Barbara sposò il nob. Lelio q. Virginio Soncini de' Corvini; per cui la famiglia Soncini divenne proprietaria in Provezze e fu nei suoi membri benemerita nel paese promuovendo l'agricoltura e beneficiando in ogni maniera quei terrazzani. Nel secolo XIX divennero proprietari in Provezze altre nobili famiglie bresciane come quelle dei Fenaroli di Corneto, dei conti Bucceleni ora estinta e gli Scovolo, ed alle famiglie borghesi s'aggiunse quella dei Casalini. Con Scipione il ramo di Corneto continuò di padre in figlio con Lelio (1615), Giacinto (1639) che sposa Lucilla dei marchesi Spinola, Lelio (1680-1723) marito della contessa Lavinia Martinengo Cesaresco, Giacinto (n. 1714) che sposa la nob. Vittoria Violini, Lelio (1780) marito della nob. Livia Ferraroli, ultima di sua famiglia. Pietro (1810-1858) che dalla contessa Ippolita Cigola ebbe due figli: 1° Lelio (n. 12 giugno 1844 m. 28 giugno 1930) sposò la contessa Teresa Valotti (n. 1857 m. 1898) dalla quale nacquero : a) Diogenese (n. 1887 m. 1910) b) Ippolita (n. 6 luglio 1888) maritata al marchese Ottavi Dionisi Piamarta: c) Giuseppe (n. 16 marzo 1890) dottore in giurisprudenza. Cav. di On. e Dev. del S.M.O. di Malta, aviatore in guerra (v. avanti): d) Barbara (n. 1891, m. 1899); e) Anna (nata 1895); f) Maria (nata 1896); 2) Alessandro (n. 1845 m. 1927) sposò in prime nozze Maddalena Ferrante (n. 1858 m. 1879) da cui: Pietro (n. 10 ottobre 1878) dottore in giurisprudenza capitano automobilista in guerra, marito di Maria De Giudici (n. 8 agosto 1899) dalla quale: Alessandro (n. 29 ottobre 1927). in seconde nozze Luigia Ferrante (n. 23 luglio 1857) da cui: Osvaldo (n. 7 febbraio 1890) ten. di cav. in guerra. La famiglia è iscritta nell'El. Uff. della Nob. Ital. col titolo di Nobile. Una sorella di Girolamo, contessa Barbara sposò il conte Diogene Valotti; un'altra, la contessa Paolina sposò il conte Francesco Bettoni Cazzago. I Fenaroli figurano nella matricola Malatestiana del 1406. Patrizi originari, ascritti al Nobile Consiglio di Brescia, prima della «serrata» del 1488, furono decorati del titolo di Conte dalla Repubblica Veneta (1646) poi dal Re di Napoli, da Napoleone I e dall'Austria in varie linee del ramo principale, ora estinto. Uno dei rami superstiti e attualmente fiorenti, ha ereditato il titolo di Conte di Monzone dalla estinta famiglia Valotti. Hanno come stemma: «Di rosso, alla banda d'argento; col capo dell'Impero». Da Girolamo (1827-1880) tuttavia nacque da unione non legale, Alfredo che sposò la nobile Lucrezia dei conti Faglia da cui: Guido (n. 1890). A questi venne concesso il titolo ereditario di nobile con R.D. 28 aprile 1910 e R.R. LL. PP. 9 agosto 1910. La famiglia è iscritta nel libro d'Oro della Nob. Ital. e nell'El. Uff. Nob. Ital. col titolo di Nobile (mf) in persona di Guido di Alfredo. La famiglia ha dimora a Trieste, e Rudiano (Brescia). Stemma: Troncato: nel primo di azzurro all'aquila di oro, nel 2° di rosso alla banda di argento. Fenaroli Varlotti Con R. D. 30 novembre 1924 a Giuseppe di Lelio (n. 16 marzo 1890) della famiglia descritta in precedenza, venne rinnovato il titolo di conte di Monzone per eredità dello zio materno Conte Antonio Valotti di Monzone ,del quale pure aggiunse il cognome. La famiglia che ha dimora a Brescia iscritta nel Libro d'Oro della Nob. Ital. e nell'El. Uff. Nob. Ital. coi titoli di Nobile e Conte di Monzone in persona di Giuseppe. Stemma: Di rosso ad una banda d'argento, col capo d'oro caricato di un'aquila di nero al volo spiegato, coronata del campo. Presentissimi i Fenaroli furono nell'arco delle colline moreniche del lago d'Iseo fra Capriolo e Provezze, non è facile districarsi come annota il Lechi. Si pensi che nell'estimo del 1534 si presentano, fra grossi proprietari e minimi, in numero di quaranta e quasi tutti, anche i piccoli, si dichiarano esenti e privilegiati per la nota transazione con la Magnifica Città (rogata dal Cancelliere Gerolamo Coradelli); quindi tutti aventi diritto ad accedere al Consiglio Generale, cioè alla nobiltà. Solamente che taluni, anzi parecchi, di quei rami si erano ridotti in condizioni così modeste, quasi senza proprietà di terre, che si videro costretti a lavorare quali piccoli artigiani, cadere cioè in «quell'infezione meccanica d'arte per purgarsi della quale occorrevano almeno duecento anni di vita 'more nobilium' ». Gli usi e le imposizioni spagnole su quasi tutte le regioni italiane, avevano dettato norme ormai in tutte le città, anche in quelle del dominio veneto. Fra queste piccole famiglie, ma sicuramente della stessa schiatta delle altre, vi era quella di Giovanni Maria vivente attorno alla metà del secolo XVI, da non confondere però con altri dello stesso nome. Giovanni Maria fu padre di Francesco che sposò Claudia Nassini, sorella di Giorgio, che accumulò un consistente patrimonio terriero. Dei tre figli di Francesco, Ottavio si sposò con Giulia Sala e ne ebbe Francesco (n. 1664) il quale sia nel 1687 come nel 1723 denunciò sempre l'uguale proprietà; molto facilmente ebbe proprietà a Tavernola, il paese di origine di tutti Fenaroli : Francesco viveva presso gli zii Pietro e Isabella Sala ai quali versava scudi 125 di affitto (in via san Giovanni) ed aveva sposato Giulia Mazzolari. Anche le spose in queste tre ultime generazioni erano di famiglie nobili bresciane. Francesco e Giulia ebbero Ottavio (n. 1718), padre di Pietro e Francesco che furono gli ultimi maschi della famiglia, ma che dovevano trovarsi in ottime condizioni economiche. Ambedue figurano ancora intestati al catasto napoleonico. L'unica figlia di Pietro Fenaroli fu Camilla (n. 1811) la quale sposò il conte Giulio Caprioli (n. 1803) q. Francesco, proprietario del palazzo di fronte. Erede quindi di Camilla Fenaroli fu suo figlio Francesco (1833-1916) e da allora anche questo palazzo divenne Caprioli. Nelle divisioni tra i figli di Francesco questo palazzo venne assegnato alla primogenita Camilla (1893-1940) la quale andò sposa al calabrese dott. Filippo Grasso. I figli di detto dott. Grasso vendettero il palazzo al sig. Giuseppe Inselvini. I Fenaroli si diffusero anche a Castrezzato e altrove. Arma: «di rosso alla banda d'argento; col capo dell' Impero ». Legato a Brescia per intime origini fu anche il ramo dei Fenaroli di Milano, distaccatosi da quello Bresciano con Fedreghino figlio di Giovanni, attorno alla metà del sec. XV. Taddeo, che visse nel 1700, da Francesca Alessandri ebbe Federico (n. 1812, m. 1893) sposo della nob. Claudia Lantieri di Paratico e padre di Giuliano (1845-19..) e Alzira, in Serlini. Giuliano sposò la nob. Luigia Vittadini e ne ebbe: 1) Claudia (n. 1878) in Bontempi e 2) Federico (n. 9/5/1883). La famiglia è iscritta nell'El. Uff. Ital. col titolo di Nobile in persona di Federico e Claudia. Esso ha come stemma: Di rosso ad una banda d'argento col capo d'oro caricata di un'aquila di nero al volo spiegato e coronata del campo. Palazzi - Con le nozze di Pietro Fenaroli di Corneto con Ippolita Cigola (n. 1820) e attraverso i figli e discendenti i Fenaroli Valotti entrarono in possesso del palazzo di Via C. Cattaneo, 55 che diventò di proprietà del conte Giuseppe Fenaroli Valotti e delle sue sorelle Anna e Maria. Eretto nel suo complesso nel sec. XVI conglobando forse elementi più antichi, fra cui il cortile interno, forse della fine del sec. XV. La facciata a mezzogiorno attribuita sia pure dubitativamente dal Lechi all'arch. Beretta, è lunga, ma varia. A pianterreno il muro è bugnato con finestre ad incorniciatura semplicissima, tra i due piani una cornice in pietra liscia corre in discreto aggetto onde poter sostenere le slanciatissime lesene che delimitano le diciannove spartizioni; le lesene sono a capitelli corinzi ed hanno nel piedestallo un fregio rotondo. Gli stipiti delle finestre sono lisci, ma il piccolo frontone ottusangolo si stende oltre la cornice ed è sostenuto da due mensole a foglia. Il cornicione porta, tra le volute delle mensole, deliziosi bassorilievi con putti, mascheroni, panoplie ecc. e sopra, quali docce di gronda, delle mezze figure di donne ignude che sostengono il canalino dell'acqua. Notevole e di effetto il portale affiancato da due possenti telamoni, unici nel loro genere in Brescia, che raffigurano uomini barbuti con turbante, senza braccia e con piedi cospicui («i pè de casa Sigola» diceva il popolo) sostengono frammenti di trabeazione che fanno da mensola al bellissimo balcone di marmo. Nell'interno del palazzo vi sono due cortili che indicano nella loro struttura, due epoche distanti, quasi due secoli fra loro. Il cortile a sera, cui si accede dal portale testé descritto, ha tutto l'aspetto del primissimo Cinquecento, forse anche degli ultimi decenni del secolo precedente. Il portico ha tre lati di quattro campate ciascuno. Sul portico altre varie stanze. Uno scalone porta alla galleria che è in realtà una loggia chiusa, con soffitto cinquecentesco. Il salone, cui si accede verso mezzodì, ha un soffitto a cassettoni in legno, assieme alla facciata è una rarità per Brescia, per la ricchezza di motivi. È diviso in tre scomparti con rosoni e strani mostri alati con vicini due piccoli satiri. Sulle pareti una decorazione posteriore riprende i motivi del soffitto. La prima sala verso mattina ha una buona decorazione del primo Ottocento: al centro del soffitto un medaglione, molto svanito, con Bacco e Arianna e ai lati due putti; la seconda sala, con una bella fascia in alto delle pareti, dipinta a chiaroscuro nel periodo neoclassico (la guerra di Troia), deve avere, sotto l'insignificante soffitto piano, una volta quasi sicuramente affrescata. E invece assai piacevole, fresca di colore e ricca senza oppressione, la decorazione della terza sala del 1790 circa. Il medaglione centrale, con la Gloria e la Fama, è attribuito da Lechi al Cattaneo o al suo discepolo Carlo Frigerio. Grandi festoni scendono dagli angoli sotto gli stemmi dei Cigola, dei Martinengo, dei Molin. Queste due ultime sale facevano già parte del nuovo palazzo. Nell'ala a monte, al di là della galleria, vi sono due sale che hanno il soffitto con la struttura della metà del '500 ma lievemente decorati alla fine del '700. La grande sala dopo la galleria è ricca di specchiere, tappezzeria stucchi. Segue la sala da pranzo con finte lesene e tre quadri di paesaggi riferentesi alle villeggiature dei Cigola cioè Muslone, Bassano, Seniga. La parte secentesca del palazzo ripete lo schema di quella precedente, sia pure in forma più pesante. Sono secenteschi l'atrio a doppie colonne e il portico a tre arcate con colonne toscane. Al primo piano, osserva F. Lechi, non vi è che una sala veramente bella e interessante: la alcova vicina, verso monte, al grande salone, che è vuoto e senza decorazione alcuna. Questa sala dell'alcova è un locale caratteristico della decorazione barocca bresciana dei primi anni del settecento e potrebbe essere stata fatta nel 1734 per il matrimonio di Cesare con Lavinia Martinengo da Barco. Belle anche le porte a due riquadri: nel basso scene mitologiche e nel superiore uno specchio, con sovrapporte ricchissime con ottime tele. Nel soffitto della sala una finta balaustra con fiori e volute gira tutto attorno e ad essa si affacciano una domestica con cagnolino e un domestico che parlano sommessamente attraverso la stanza. Un finto colonnato innalza la volta con riquadri nei quali volano degli amorini e infine il medaglione centrale con Venere e Marte seduti sopra una nuvola e tutto attorno altri amorini con le armi tolte al guerriero vinto dall'amore.


Ai Fenaroli apparteneva anche il palazzo di via Grazie, 19 passato poi ai Caprioli, ai Grasso Caprioli e acquistato infine da Giuseppe Inselvini che ne ha fatto il centro di Opere Missionarie di varie attività editoriali e radio televisive. Il Lechi ne attribuisce il progetto all'arch. Giovanni Donegani anche se altri hanno pensato al Marchetti. La facciata scrive ancora il Lechi è ampia, incorniciata da due larghe paraste in pietra e il ritmo solenne degli elementi è accresciuto dall'altezza dell'edificio che non ha ammezzati e non ha secondo piano. Il balcone a colonnette di pietra non è più sorretto da colonne, ma sono sufficienti a rinforzarlo quattro lesene scannellate che servono ad incorniciare il portale, semplicissimo. L'atrio, con due colonne al centro e due verso il giardino, è arioso e armonico quale pochi lo sono e negli scomparti della volta vi è il segno inconfondibile del suo autore. Sotto l'atrio, si apre lo scalone ampio, bello, festoso a due rampe. Le pareti e la volta dello scalone e della galleria che fa corpo con esso sono zeppe di decorazioni con finte colonne, finestre e trofei mentre due medaglioni, uno tondo e uno ottagonale, si aprono nella volta. Sulla parete a nord è segnata la data 1804. A mattina della galleria, la sala grande d'onore è secondo il Lechi, la più brillante manifestazione del Manfredini in Brescia. Lungo le pareti, della parte bassa, colonne e finte statue di divinità muliebri; sui lati lunghi e al centro di quello a sera una grande molto visibile iscrizione: INGENIO ET MANV IOSEPHI MANFREDINI ANNO MDCCCVI. Sui lati corti si aprono due belle prospettive con vedute di giardini. Nella parte alta delle pareti invece una finta loggia con balaustre sulle quali si appoggiano un cesto di fiori, un mappamondo, dei libri mentre si affacciano i padroni di casa con due bambini e una deliziosa figura di dama che dà il becchime a un uccello in gabbia. Più su, nella volta, un'altra balaustrata alla quale si affacciano i servi, un valletto e un giardiniere e infine, al centro, uno squarcio di cielo dove volano uccelli di ogni specie. Verso strada, a mezzodì del salone, una sala con quattro tele sovrapposte: Vulcano, Nettuno, Venere e Diana; di seguito all'alcova con altre due sovrapporte dello stesso autore, secondo il Lechi, forse S. Cattaneo con Diana; ed Endimione, Bacco e Arianna. Un'altra sala molto interessante si trova verso il cortile a monte della galleria. Essa è a volta e sulle pareti sono dipinte rovine di tutte le epoche: masse oscure di rovine egizie, greche, romane e gotiche fanno da quinta a chiare prospettive in cui campeggiano vedute di monumenti romani. Questo ottimo decoratore che ha dipinto in altri palazzi simili decorazioni qui si è sbizzarrito al massimo e si deve riconoscere che ha raggiunto ottimi effetti prospettici e scenografici. Un altro palazzo è in contrada Santa Croce, 14. Eretto dai nob. Ferraroli nella seconda metà del sec. XIX, passò, per estinzione ai conti Fenaroli. Il Lechi ne attribuisce l'architettura a Gaspare Turbini. Originale la pianta con i due cortili, quello d'onore più vasto a sud, quello delle scuderie a nord, divisi dalla contrada con elegantissimi cancelli e muro e, fra loro, da un'ala del palazzo. Sul lato a sera vi è dapprima la piccola facciata dell'ala meridionale in cui fa spicco un bel balcone in pietra al primo piano, lungo quasi tutto il fronte, ad abbracciare le due finestre dall'incorniciatura semplice. Viene poi un muro piuttosto alto, ornato nella cordonatura con volute, vasi sagomati che fiancheggiano il portale in pietra, a bugnato liscio, con una magnifica cartella con stemma di ghiera, terminato con un' architrave portante due vasi come i precedenti, chiuso da un cancello in ferro battuto. Dopo l'altro tratto di muro si presenta la facciata dell'ala centrale simile alla prima, poi si ripetono muro e portale con decorazione identica a quella descritta e tutto si chiude con la facciata, uguale alle precedenti, all'estremità verso monte. Di fronte a questa variamente bella facciata, a mattina cioè della strada, vi sono le due cancellate interrotte da muro le quali, col breve giardino che racchiudono, fanno da nobile prospetto al palazzo per tutta la sua lunghezza. I muri hanno la stessa decorazione di quelli di fronte e le ampie cancellate a tre battenti in ferro battuto, sono sostenute da due belle colonne toscane abbinate portanti un tratto di trabeazione sulla quale una voluta innalza un vaso di pietra. La facciata interna è organizzata su tre piani; a pian terreno il portico di tre campate con pilastri a bugne e due finestre ai lati, al primo piano cinque finestre con frontoncini alternati e al secondo piano le corrispondenti quasi quadrate, a cornice semplice. Un atrio con due campate di pilastri mette in comunicazione i due cortili. In esso si apre il vestibolo del grande scalone. A piano terra, una sala ora trasformata in palestra ha una elegante decorazione settecentesca a stucchi. Altre due sale, una con decorazioni del tardo '700, l'altra con affreschi di gusto già neoclassico con una medaglia in cui sono raffigurate la Pace e la. Guerra. Su un camino gli stemmi dei Ferraroli e dei Fenaroli. Dopo due stanze si accede ad una galleria decorata nella seconda metà del 700, con trofei e bandiere. Lo scalone, cui si accede dall'atrio centrale, ha la balaustra centrale e sale a due rampe, vasto e luminoso per le molte finestre che lo illuminano e per la decorazione festosa che lo adorna. Sulle pareti, nelle specchiature incorniciate da lesene a stucco scanalate, decorazioni con trofei e bandiere. Sul soffitto il bresciano Pietro Scalvini, buon tiepolesco un po' in ritardo, rappresentò la gloria della famiglia del committente. Sopra un obelisco piramidale è posto lo stemma dei Ferraroli difeso e assistito da divinità fra le quali spiccano gli immancabili, per i bresciani, Marte e Vulcano, contro gli assalti del Tempo. La Fama vola, suonando, per il cielo. Le quadrature sono dello Zanardi. Il pianerottolo di arrivo introduce, a destra, nel salone d'onore con bella quadratura di Saverio Gandini, di finestre porte, balaustre, lesene che incorniciano le tre porte d'ingresso. Nella parete nord è raffigurata la scalinata con dame e cavalieri in conversazione, opera dello Scalvini. Policroma grandiosa ed elegante la quadratura della volta, dominata da un affresco dello Scalvini con la Giustizia che sconfigge l'Inganno, con la gloria della famiglia nelle arti e nelle scienze applicate. A ovest del salone, si aprono tre piccole sale con belle quadrature sulle volte. Nella prima si nota una «finta architettura» ben proporzionata, nella seconda sala si sviluppa sulla volta una quadratura che ricalca gli abituali schemi compositivi con l'aggiunta di una finta quinta traforata; nella terza infine si evidenzia l'uso di un elemento decorativo non infrequente nelle quadrature barocchette lombarde: la colonna tortile. Altre sale ben decorate sono quella a sud del salone che ha nel centro della volta un affresco con Bacco e Arianna e colonne in prospettiva tra le quali si muovono satiri e baccanti, figure tutte dello Scalvini. Cinque porte con le soprapporte e gli usci deliziosamente dipinti. La tappezzeria è originale del Settecento. Un'alcova vicina verso sera ha una decorazione di sapore romantico, che il Lechi attribuisce a Giuseppe Dragoni. Altrettanto si dice per la bella sala e per il gabinetto vicini. Da ammirare i vetri delle finestre con le figure care ai romanzieri ed ai librettisti d'opera del tempo. A pian terreno vi è una sala, oggi adibita a negozio, con elegante e lieve decorazione settecentesca; in un cortiletto una fontanella con mascherone. Nel cortile principale esiste una bella fontana appoggiata alla parete dell'ala di mezzodì. Nell'ala verso nord al pianterreno stanno le ampie scuderie, al primo piano (al quale si accede da una scala che ha soffitto a stucchi) due sale decorate nel primo ottocento; particolarmente rimarchevole la seconda, verso mattina, tutta affrescata; al centro del soffitto, Leda e il cigno, e quattro medaglioni monocromi con storie classiche; alle pareti, due ovali orizzontali con scene di baccanti. Il palazzo divenne poi sede dell'Università Milziade Tirandi.


Palazzo di via Moretto 14, costruito come pensa il Lechi probabilmente sul finire del sec. XVII come indicano i cantonali a grande bugne, gli stipiti delle finestre, il bel cornicione sagomato. Sono decisamente secenteschi l'insieme del volto a botte dell'androne con ricchi medaglioni a stucco accoppiati e il portico dalle alte campate fra le colonne di marmo. La fontana sul fondo del cortile fa di nuovo pensare ad un intervento ottocentesco. A pianterreno verso mattina vi sono tre locali con le volte decorate con cornici di stucco bianco a forte rilievo. Sul lato a mattina del portico parte il ripido scalone a quattro rampe divise da muro di impianto proprio secentesco, ma con stucchi posteriori. Al primo piano vi sono belle sale una delle quali decorata dal Manfredini alla fine del Settecento con paesaggi. Ma come rileva il Lechi, l'ambiente più notevole è il grande salone centrale la cui volta è decorata in maniera interessantissima ad affreschi, con prospettive architettoniche finte statue di dee su balaustre circolari, dovute a Giuseppe Arrighini. Scomparsi gli affreschi di una sala eseguiti, secondo il Paglia, da Lattanzio Gambara. Palazzo di via Pace, 17, costruito su disegno dell'ab. Marchetti, dagli Uggeri tra il 1750-1760 e passato poi ai Fenaroli, si svolge a U con il corpo principale molto ristretto, con un solo salone che si stende da una facciata all'altra, e due ali che si allungano in profondità verso il giardino, sul fondo del quale vi è al centro una fontana con un nicchione ed una scultura raffigurante Tobia e l'Angelo forse di Antonio Carra, mentre tutto il fondo è sormontato da una balaustrata a colonnette di stile neoclassico. In alto sorge il giardino pensile chiuso a mattina da un muro nel quale si apre una piccola facciata architettonica, semplice, al centro della quale si appoggia un' altra fontana: un tritone sostiene una grande conchiglia che forma la vasca dalla quale sorge Venere che accarezza Amore; Gruppo firmato da Antonio Carra con la data 1607. Dal portico a cinque campate si sale, con una scala secondaria allo scalone d'onore che, scrive il Lechi, per la sua grandiosa imponenza può considerarsi tra le migliori opere dei palazzi bresciani. Esso sale a tre rampe di cui due, parallele ed opposte, più lunghe ed una breve, normale ad esse fra i pianerottoli; la balaustrata a colonnette molto sagomate che le accompagna è arricchita da vasi in pietra e, nel pianerottolo di arrivo, da statue di putti. Da notare, motivo abilissimo, la parete a sud composta da tre brevi arcate che si aprono sopra un ballatoio che ha suggerito al Lechi il riferimento al Marchetti del Ridotto del Grande. Sulle pareti del pianterreno, della rampa a mattina e su quella a sera all'arrivo vi sono resti di affreschi in monocromo che rappresentano finte statue in nicchie: Pegaso, Mercurio, Diana, il Lavoro e la Ricchezza. Sul cartiglio della statua AEQUUS UTERQUE LABOR. Il soffitto è dipinto a finte architetture. Nel salone centrale vengono imitate le prospettive del Gandino, mentre l'affresco della volta, raffigurante Giunone circondata da un coro di donne fra le nubi che ordina ad Eolo di liberare i venti incatenati, ha fatto pensare al Carboni. Per la decorazione, circa del 1780 il Lechi ricorre col pensiero allo Scalvini. Lungo la facciata si rincorrono belle e ricche sale, incominciando da un salotto graziosamente decorato di stucchi con rami di vite, cui segue una sala settecentesca con, nel medaglione centrale, Venere e Amore e nei medaglioncini amorini con frecce. Un'altra sala presenta una fantasiosa architettura barocca, un bel camino di onice. La sala da pranzo è ricca di stucchi. Oltre il salone vi sono due sale con decorazioni barocche, un'altra con decorazione neoclassica, ed un salottino di decorazione pompeiana mentre nel soffitto tra i leggeri e fini fregi neoclassici, sono incastonati, particolare prezioso, dei piccoli tondi e delle piccole losanghe in cui sono dipinti, quasi in miniatura, fiori e piccole divinità. Una casa si trova in via S. Chiara, 39 e venne eretta nel '600 forse da Trinali, su case precedenti già dei Federici e dei Fenaroli. Passò poi nel '700 agli Emili e via via ai Toccagni, ai Mazzola, ai Dionisi e nel 1973 ancora ai Fenaroli. Si tratta di una casa con la facciata interna abbellita da un cornicione decorato da un poggiolo con ringhiera inginocchiata che corre per tutta la lunghezza e gira, oltre che a mattina, anche sul muro chiudente il giardino verso sera. Su quel lato prospiciente l'ingresso, vi è una grande nicchia di tufo alla quale è addossata una fontanella. Nell'interno, due rami di una scala dall'aspetto ancora cinquecentesco portano, girando a destra, in un salone che ha tutta la volta affrescata in maniera assai piacevole e interessante. Infatti, è differente da tutti i dipinti a fresco del Sei e Settecento nei quali era di gran voga lo sbizzarrirsi in allegorie mitologiche, mentre nel medaglione centrale sta un'Annunciazione con attorno le Virtù Teologali e Cardinali in monocromi violacei. Singolari le figure di spettatori, in costumi più antichi, cinquecenteschi, che si affacciano alle finte balaustre degli angoli con movenze vivaci, a tal punto che un garzone lascia cadere candela e candeliere. Attigua, verso monte, una saletta con soffitto decorato a cornici di stucco con riquadri di paesaggi. Fenaroli a Rezzato in forza delle nozze della contessa Paola Avogadro (1724-1800) con Bartolomeo Fenaroli, passò ai Fenaroli nel 1774 anche la grande villa di Rezzato, che essi abbellirono e ampliarono e che poi passò ai Lombardi e nel 1947 ai Padri Scalabriniani.


Fenaroli detti di Corneto. Verso la metà del '600 Giovanni Francesco Fenaroli acquistava dai Medici le proprietà di Onzato di Castelmella. I Fenaroli eressero poi la villa settecentesca. Nelle divisioni fra Lelio e Alessandro, Onzato passò al secondo e da questi al figlio Osvaldo (1890-1951). Dopo la sua morte Onzato passò al fratellastro Pietro e poi al figlio di costui Alessandro Fenaroli-Avogadro.


I Fenaroli Avogadro eressero nel Cinquecento o forse ereditarono dai Lana la villa Tesea di Monterotondo (Passirano) rimaneggiata poi nell'Ottocento e che passò ai marchesi Fassati. La casa fu come una specie di dipendenza del castello di Passirano. Si diffusero anche a Castrezzato. A Provezze i Fenaroli ebbero proprietà fin dal sec. XV. I Fenaroli ebbero casa a Pilzone. Appartenne al ramo forse primogenito di Giovanni q. Viviano, estintosi. Dovette passare poi ai discendenti del fratello di Giovanni, Fedreghino q. Viviano. Da Giovanni venne Pietro e da questo Giorgio che fu padre di Ventura, il famoso cospiratore contro i Francesi e da loro decapitato, di Alessandro e infine di Galasso. Era un ramo che stentava a distaccarsi dal lago di Iseo. La casa passò al nipote Mario (n. 1546) figlio del figlio Galasso e da questi, sul finire del Cinquecento, ai suoi diversi figli che abitavano in Brescia, in contrada dei Fiumi, ma in casa di affitto dei signori Alberghini. Pilzone venne assegnato a Gabriele per la parte principale ed a Ottavio per una parte minore. Gabriele da Maddalena ebbe Mario (n. 1604) notaio collegiato, Scipione, Gerolamo e Costanzo (n. 1626). Costanzo da Taddea ebbe un figlio postumo anch'esso di nome Costanzo (n. 1680) marito di Lucia Briggia e padre di Francesco (1721) e di Alessandro (n. 1723) coi quali si estinse il ramo. Si estingueva pure nel Settecento, anche il ramo dei cugini, figli di Ottavio, il fratello dell'avo Gabriele, che tanto si distinsero al servizio della Repubblica nella carriera delle armi e furono dal Senato creati conti con ducale del 7 agosto 1646. Tutti tre questi figli di Ottavio si distinsero. Celso Carlo innanzitutto nei moti del Polesine a capo di 400 corazze ma soprattutto come Governatore di Candia in guerra soccorrendo la Canea e morendo poi di «gloriosa fine»; il fratello Alessandro fu capitano di corazze ultramontane con due compagnie in Dalmazia e Giulio colonnello di fanteria ultramontana. Fu questo un ramo veramente glorioso della famiglia Fenaroli, anche se non poté mai assurgere a grande ricchezza e quindi a vita più fastosa. Essi si dichiaravano sempre «cittadini di Brescia, Bergamo e Milano».