ERRANTI, Accademia degli

ERRANTI, Accademia degli

Venne fondata nel 1619 da p. Lattanzio Stella (v.) assieme ad Ottavio Rossi (v.) e a Paolo Richiedei (v.). Impresa dell'Accademia fu la "Luna crescente" col motto Non errat errando. A protettore venne eletta S.Caterina e gli accademici si adunarono dapprima nel monastero dei Benedettini in S.Faustino. Primo Rettore, o principe come allora si chiamava, fu il conte Martinengo Cesaresco che si dilettava di poesia; a lui successe il conte Camillo Caprioli che con atto munifico mise la sua casa a disposizione dell'Accademia. Riconosciuta nel 1623 dalla Repubblica veneta venne aperta la prima volta nel 1626 con solenne cerimonia e fra numeroso concorso di pubblico nel convento dei Padri Cassinesi di S.Faustino Maggiore, più innanzi nel 1631 venne trasportata nella casa dei conti Caprioli e nel 1634 in luogo proprio in Paganora dove esplicò più a lungo l'opera sua sussidiata annualmente dal governo veneto. Vi rimase fino al 18 marzo 1797 quando venne sfrattata dal Governo Giacobino. Dal "Nuovo Giornale di Brescia" per l'anno 1796 si apprende che gli Accademici Erranti erano ben trecentosettanta. Ultimo principe dell'Accademia fu il Conte Pietro Provaglio. Nel 1635 l'Accademia pubblicava i suoi statuti col titolo "Capitoli e Ordini per l'Accademia degli Erranti di Brescia" (Brescia, per Giammanria Rizzardi 1635 in 4.o). I capitoli degli statuti o leggi sono trentasei. Suo scopo erano "l'isercitamenti di lettere, d'arme e di musica". Aveva naturalmente carattere ascetico, ché nel Cap. II si legge "Di Santa Caterina Avvocata nella Accademia" con obbligo di date funzioni religiose. La direzione era affidata al rettore: aveva un principe, tre consiglieri, due contraddittori o sindaci ed un tesoriere. Agli Accademici Erranti era fatto obbligo di "eleggersi un nome accademico, e con questo ancora descriversi sopra un libro a ciò deputato". Era anche fatto obbligo ad ogni accademico di tener nel locale dell'Accademia una "impresa" distinta: tutti dovevano averla della stessa grandezza e con lo stesso ornamento, col proprio nome e con quello accademico, aggiungendovi l'arma gentilizia. Né alcuno poteva rimuovere queste imprese degli accademici morti senza ordine del consiglio accademico. Alle imprese degli accademici morti, dovevano essere aggiunti nastri di seta nera rigata di verde. Il principe aveva pieni poteri. A rivedere i lavori accademici erano proposti tre censori "delli più eruditi accademici". Essi dovevano vedere diligentemente "con ogni circospezione esaminare e censurare le composizioni che avessero da essere, o pubblicamente recitate all'Accademia o date alla stampa col nome accademico". La prima cattedra fu tenuta da p. Ferrari, filosofo e matematico, la seconda dal benedettino cassinese Benaglia, quelle di architettura e geografia dall'Astezati. Assegnava poi pensioni a professori di matematica, filosofia morale, musica, scherma e ballo. L'Accademia stipendiava un Matematico "scientiato e prattico" che era obbligato a leggere pubblicamente ed insegnare nel locale dell'Accademia le scienze matematiche con speciale riguardo alle fortificazioni, e così pure un "savio e dotto filosofo" che doveva tenere lezioni di morale. A questi insegnamenti si aggiungeva quello della musica e della cavallerizza per la quale ultima veniva mantenuto un "famoso ed intendente cavallerizzo" al quale era fatto obbligo di esercitare ed insegnare l'arte sua agli Accademici, a' loro figliuoli e nepoti o fratelli, ed anche i loro cavalli nella Piazza dell'Accademia. A questo maestro di cavallerizza veniva corrisposto un annuo stipendio di trecento scudi da sette berlingotti l'uno, più l'alloggio e stalla pei cavalli. Da ultimo l'Accademia teneva "un ben intendente maestro di maneggiare tutte le sorti d'armi". Fra i più insigni accademici vanno ricordati Virginio Soncini, Lodovico e Giulio Maggi, Carlo Luzzago, Conte Camillo Cavriolo, Gio. Antonio Rodengo, Bennetin Carlino, Conte Gerardo Lana.


Da documenti ufficiali sappiano che nel 1664 gli Accademici Erranti chiedevano al Consiglio Municipale il consenso di aprire un piccolo Teatro, che nel 1668 veniva assunto da un impresario coll'obbligo di dare agli Accademici delle opere musicali. Nel 1709, si deliberò sempre a spese dei soci, di costruire un vero e proprio teatro che venne eretto, in forme molto ridotte, dove oggi sorge il Grande. Dopo trent'anni l'Accademia decise di ampliarlo e fu costruito sui modelli del Bibbiena e del Seghizzi con nuovi criteri. Gli Accademici si riservarono dei palchetti mentre altri vennero dati alle famiglie nobili; in platea, trovarono posto i borghesi. Questa terza sala funzionò per tutto il Settecento, continuamente abbellita. Nel 1776 poi il conte Gerolamo Silvio Martinengo di Padernello, donava all'Accademia e alla città, "la cospicua sala annessa al Teatro" chiamata Ridotto, alla quale nel 1786 l'architetto Turbini aggiungeva la scalinata ed il prospetto a colonne sul corso.


Pubblicò anche raccolte di versi come il "Componimento improvviso della Accademia degli Erranti con l'Ill. et Eccell. sig. Pietro Contarini cav. Capitanio di Brescia" (Brescia, Paolo Rizzardi 1633 in 4.o) e altri.